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 2020  gennaio 12 Domenica calendario


Il petrolio non è più un’arma

Lo “schiaffo in faccia”– come lo ha definito la “guida suprema” ayatollah Khamenei – è stato poco più di un buffetto, deludendo chi si aspettava una escalation dopo l’attacco americano che ha ucciso il generale Qasem Soleimani, capo delle Guardie rivoluzionarie, uno dei tre grandi burattinai del regime khomeinista. Teheran non ha i mezzi finanziari e militari per scatenare una guerra aperta con gli Stati Uniti, ed è venuta a mancare anche un’arma che in altre fasi storiche si è dimostrata efficace, anzi addirittura micidiale: il petrolio. La partita non è finita, naturalmente, e Moody’s conferma le sue preoccupazioni: “Un conflitto duraturo rischia di provocare ampi choc economici e finanziari a livello globale”, scrive l’agenzia di rating, non solo mettendo in forse i rifornimenti energetici e facendone schizzare i costi all’insù, ma anche colpendo di riflesso altri settori, come quelli del turismo e del trasporto aereo. Senza contare la finanza: “Un aumento dell’avversione al rischio – osserva Moody’s – sarebbe negativo per gli emittenti di titoli”, perché diventerebbero più difficili i collocamenti azionari, e quelli di bond si farebbero più costosi; e se nel mondo le imprese hanno più difficoltà a finanziarsi, la crescita rallenta.
Nessuno mette in dubbio i rischi globali di uno scontro su larga scala tra Stati Uniti e Iran, eppure il mercato dell’oil & gas finora ha reagito con grande prudenza. Dopo la morte di Soleimani il Wti americano è salito a 63,27 dollari al barile e il Brent europeo a 68,93, aumento minimo, dello zero virgola, poi i prezzi sono tornati a scendere. Per molti anni sono rimasti bassi e indifferenti ai massacri in Iraq, in Siria, in Libia oltre che alla guerra in Ucraina, terra di transito del gas russo. Certo, questa volta i rischi possono essere maggiori. Dice lo spymaster libanese Anis Al Nakash ad Andrea Nicastro del Corriere: “C’è una logica economica. Se il prezzo internazionale del petrolio sale, anche se gli Usa sono autosufficienti, il prezzo della benzina sale e gli elettori di Trump non saranno contenti”. E cita la paura provocata dagli attacchi dei 25 droni iraniani ai pozzi petroliferi sauditi nel settembre scorso. Tuttavia nemmeno allora c’è stata l’impennata che gli ayatollah avrebbero voluto provocare. Una singhiozzo e tutto è tornato ai livelli normali. Perché né l’Iran né i paesi produttori sono più in grado di scatenare una guerra petrolifera. Gli idrocarburi ormai sono pallottole spuntate. 
Ammettiamo che la situazione peggiori e Teheran decida di scatenare una ritorsione attaccando e bloccando le petroliere che transitano nello stretto di Hormuz, il braccio di mare lungo 60 chilometri che separa l’Iran dalla penisola arabica e dal quale passa una fetta consistente del petrolio scambiato a livello mondiale, tagliando anche le esportazioni di oro nero dall’Iraq. A soffrire le conseguenze peggiori potrebbero essere i paesi dell’Asia e dell’Europa, Italia compresa: quasi il 30 per cento del petrolio italiano passa da Hormuz e circa il 20 per cento proviene dai giacimenti iracheni. Gli Stati Uniti, invece, sono al sicuro grazie alle risorse nazionali di shale oil. È vero, i prezzi potrebbero arrivare fino a cento dollari al barile, ma non è una novità, è già successo dieci anni fa e la fiammata è destinata a spegnersi. In più sarebbe un boomerang per lo stesso Iran perché renderebbe ancor più convenienti gli idrocarburi americani. Gli Usa sono in grado di aumentare ulteriormente la produzione di petrolio da scisto (anche se tale incremento non potrebbe essere immediato) mentre i paesi Opec possono attingere alla loro ampia capacità di riserva stimata in circa 2 milioni di barili giornalieri immediatamente disponibili. E qui gioca un ruolo importante il grande nemico dell’Iran e alleato degli Usa: l’Arabia Saudita, che non avrebbe nessun interesse a scatenare una guerra del petrolio. E vale anche per la Russia: Vladimir Putin è alleato dell’Iran, ma gli interessi russi sul mercato energetico allineano Mosca a Riyad oltre a rifornire l’antico nemico turco, spiega Daniel Yergin, uno dei maggiori esperti internazionali nonché storico del petrolio.
Nel grande gioco ci sono ormai tanti protagonisti, molti più di un tempo (se pensi che Israele è diventato un esportatore di gas), e nessuno da solo può dettare le regole, perché il mercato ha imposto le sue, la concorrenza è uscita vincente e il monopolio o meglio l’oligopolio ha perso. Le nuove trivellazioni in aree meno vulnerabili sul piano geopolitico riducono ancora di più il potere di mercato dell’Opec il cartello nato in Venezuela mezzo secolo fa. L’Africa equatoriale, il Sud America, l’enorme importanza del Mediterraneo orientale anche grazie a Zhor, il grande giacimento scoperto dall’Eni al largo dell’Egitto, i paesi dell’Asia centrale e il ruolo ruolo nella produzione e distribuzione del gas in parallelo e talvolta in competizione con la Russia che resta la numero uno seguita a ruota dal Qatar, cambiano gli equilibri sul mercato, mentre il Mare del Nord continua a riservare sorprese – anche se ha superato da tempo il suo picco. È un panorama ben più vasto e più vario rispetto a dieci anni fa, nel quale i monopolisti di un tempo si muovono con sempre più difficoltà.  
I maggiori produttori mantengono un potere di ricatto e possono fare del male, fino a compromettere l’economia mondiale, ma ciò potrà avere effetti solo per un breve periodo anche perché la grande novità del decennio che si è appena concluso è l’autosufficienza energetica degli Stati Uniti che si sta trasformando in un potere di mercato fino a poco fa ritenuto impossibile. Gli Usa sono ormai tra i maggiori esportatori mondiali di greggio; secondo l’Agenzia internazionale dell’energia è alle porte addirittura di una nuova ondata di shale oil, anche se sulle aziende del settore pesa l’enorme indebitamento degli anni passati, necessario per finanziare le costose attività estrattive. Molto si è scritto, ma per lo più se ne sono ignorate le conseguenze non solo nel grande gioco del petrolio, ma sul piano strategico. Quel che sta accadendo nel Golfo Persico non sarebbe stato possibile senza questo dirompente cambiamento nei rapporti di forza.
L’Agenzia internazionale dell’energia nel suo Oil Market Report parla di un rilevante surplus di offerta rispetto alla domanda all’inizio del 2020, tanto che diversi paesi produttori dell’Opec stanno continuando la loro politica di tagli all’output petrolifero per mantenere in equilibrio domanda e offerta globale, salvando il proprio potere di mercato sempre più indebolito nell’ultimo decennio. Secondo il World oil review dell’Eni la crescita della produzione di petrolio dal 2018 è dovuta per l’88 per cento dovuta agli Usa, che toccano un nuovo record, consolidando la prima posizione nel rank dei produttori mondiali. Gli Usa inoltre guadagnano spazio nel trade internazionale, raddoppiando i volumi di greggio esportato ed entrando nella classifica dei top ten. Importante recupero del Canada e record anche per la Russia, che accelera nella seconda parte dell’anno. Crescita zero invece per l’Opec, che nonostante gli aumenti dei Paesi del Golfo (in particolare dell’Arabia Saudita) subisce le perdite per le sanzioni contro l’Iran e per il crollo del Venezuela. Oggi gli Usa possono fare a meno del petrolio che sgorga dalle sabbie arabe. Un rialzo del prezzi non fa che favorire l’industria petrolifera a stelle e strisce perché rende più profittevole lo shale gas e lo shale oil.
La scelta dell’Amministrazione Trump, cioè quella di usare l’Arabia Saudita contro l’Iran, indebolisce entrambi, mettendo Teheran con le spalle al muro e rendendo Riyad ancor più dipendente dalle armi americane. Questa strategia non sta funzionando, ha scritto Martin Indyk su Foreign Affairs, difendendo l’approccio strategico e diplomatico di Henry Kissinger. È vero che puntare sulle ambizioni di MbS, come viene chiamato il principe Mohammed bin Salman, si è rivelato un boomerang: il re Salman e la corte ormai temono l’avventurismo del principe, l’omicidio di Jamal Kashoggi ha fatto scattare un campanello d’allarme, ma soprattutto la proclamazione di Gerusalemme capitale di Israele è inaccettabile per l’intera monarchia saudita, custode dei luoghi santi, a cominciare dalla grande moschea di al Aqsa. Tuttavia non va sottovalutato che il divide et impera consente agli Stati Uniti di diventare determinanti negli equilibri dell’intera regione. La promessa di ritirarsi è buona solo per i colletti blu del Midwest. Quanto all’idea di lasciare il lavoro sporco ai sauditi e agli israeliani spinti a combattere per procura, come scrive Indyk, è un’illusione se non proprio una cortina fumogena a uso elettorale, e l’uccisione del generale Soleimani lo dimostra. Non ci sono alternative a un coinvolgimento diretto degli Stati Uniti, non c’è possibilità di delegare a nessun altro il ruolo di sceriffo. Al grande scontro ideologico tra sunniti e sciiti che spacca da sempre l’islam si aggiungono le fratture multiple nel mondo sunnita, i conflitti interni alla penisola araba, con un Qatar che vuole emanciparsi dal predominio saudita, la spartizione della Libia, e l’ambiguo ruolo della Turchia sunnita, ma amica dell’Iran. E così via.  
Questo complesso e confuso scenario geopolitico s’inserisce nei cambiamenti profondi che accompagnano sul viale del tramonto di qui ai prossimi vent’anni prima il petrolio e poi il gas. Scrive il Boston Consulting Group: “Per decenni, il mondo si è abituato a una costante crescita della domanda di greggio, mentre cresceva il numero di automobili, aerei e navi. Ma adesso due fattori gettano dubbi sulla certezza che la domanda continui a crescere indefinitamente: i progressi nel campo dell’efficienza energetica e le possibilità sempre maggiori di sostituire l’oro nero con altre fonti”. Nel 1956 il geofisico americano Marion King Hubbert ha costruito un modello dell’evoluzione nel tempo della produzione di una qualsiasi risorsa fisicamente limitata, come le fonti di combustibili fossili. La cosiddetta Curva di Hubbert rappresenta graficamente la produzione di una risorsa nel tempo e si presenta come una campana. Gli analisti di Boston considerano “una quasi certezza” che la domanda di petrolio crollerà se il prezzo del barile tornerà sopra i cento dollari, un boomerang con effetti distruttivi sui paesi produttori.
Lo studio del Bcg analizza tre scenari. Il primo prevede una rivoluzione nel settore dell’autotrasporto guidata da Tesla, General Motors e Volkswagen. La sostituzione delle auto a combustibili fossili con quelle elettriche potrà avvenire solo se il prezzo delle singole batterie scenderà al di sotto dei cento dollari per kilowatt, ma sarà indispensabile che queste siano ricaricabili molto più rapidamente e sopportino un numero molto più elevato di cicli di carica e scarica. In queste ipotesi, nel 2040 il 90 per cento delle vetture circolanti sarà elettrico nei paesi tecnologicamente avanzati, mentre per quelli emergenti bisognerà aspettare il 2050. La simulazione prevede che il picco petrolifero verrà raggiunto tra il 2025 e il 2030 per poi subire un calo del 13 per cento (rispetto al riferimento) già nel 2040. 
Il secondo scenario ipotizza una crescita economica globale del 3 per cento annuo in termini reali e avanzamenti tecnologici nel settore dell’efficienza energetica promossi da una combinazione di incentivi e penalizzazioni governative. Si tratta di motori a combustione interna più efficienti, materiali più leggeri e tecniche più efficaci per la produzione degli autoveicoli utilizzando stampanti 3D per realizzare motori e abitacoli, apparecchiature elettroniche per un controllo ottimale del motore in funzione delle prestazioni richieste, tecnologie per la guida autonoma; tutto ciò ottimizza i consumi che potrebbe scendere a 4,3 litri per 100 chilometri (metà rispetto ai valori medi attuali) nei paesi ricchi e di 6,3 litri in quelli emergenti. Si avrebbe così un picco petrolifero nel 2026 per arrivare a un calo della domanda del 21 per cento già nel 2040.
 
Infine c’è lo scenario del gas: si immagini che il costo del gas scenda al di sotto di un dollaro per ogni 60 kilowatt. Questo darebbe un forte incentivo alla sostituzione nei mezzi di trasporto e guiderebbe la riconversione della produzione industriale di energia elettrica dalle centrali a carbone verso quelle a gas. L’intera industria petrolchimica verrebbe ridisegnata per realizzare i principali prodotti partendo da etano (un sottoprodotto dell’estrazione del gas naturale) piuttosto che dalla nafta di origine petrolifera. Se il prezzo del petrolio dovesse arrivare a superare i 60 dollari al barile, anche i trasporti pesanti su strada e su nave passerebbero rapidamente all’alimentazione a gas. A quel punto, il picco verrebbe raggiunto già tra soli cinque anni nel 2025.
 
Petrolio e gas non scompariranno di punto in bianco, sia chiaro: nel 2040 sarebbero ancora necessari 80 milioni di barili al giorno rispetto ai 92 milioni che vengono consumati oggi. Se il calo fosse distribuito in modo uniforme su tutte le compagnie energetiche, significherebbe che nel 2040 Eni dovrebbe ancora produrre 1,6 milioni di barili al giorno per fare fronte a una domanda che oggi soddisfa grazie alla produzione quotidiana di 1,8 milioni di barili. Ma tutte le compagnie energetiche stanno adattando le loro strategie e altrettanto dovranno fare i paesi produttori. L’oro nero che dagli anni Settanta abbiamo imparato a considerare una bomba che l’Opec potrebbe innescare a suo piacimento, non si è trasformato in un petardo, ma anno dopo anno sta perdendo il suo potenziale. Ciò significa che quel gigantesco rovesciamento delle ragioni di scambio avvenuto mezzo secolo fa si sta invertendo di nuovo e in modo netto a favore dei consumatori, quelli del mondo industrializzato e quelli dei paesi in via di sviluppo. Gli sceicchi hanno ancora un gran potere, ma le sorti del mondo non sono più nelle loro mani come dal 1973 in poi, tanto meno nelle mani degli ayatollah. Una grande occasione che il Primo Mondo, come lo si chiamava un tempo, non dovrebbe sprecare.