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 2019  novembre 08 Venerdì calendario


Quant’era bella la Silicon Valley degli inizi, quando Steve Jobs era uno stagista

Milano. Ci sono nomi che a noi millennial non risuonano come dovrebbero. Xerox, per esempio, ci spalanca un mondo grigio di stampanti laser multifunzione e pause caffè depresse in ufficio. Hp fa più o meno uguale, i più smanettoni sanno che l’azienda americana produce computer di bel design e gran prestazioni, ma resta difficile provare emozioni forti per un marchio associato a manager incravattati e sale riunioni illuminate al neon. Le due aziende adesso si vogliono unire, Xerox vorrebbe comprarsi Hp, c’è un gruzzolo miliardario in ballo, gli azionisti sono contenti perché le due aziende sono fiorenti ma i loro mercati, quello delle stampanti e quello dei pc, non sono più rampanti come un tempo e l’acquisizione, rivelata per la prima volta dal Wall Street Journal, è una delle storie economiche della settimana (Hp deve ancora decidere se vuole farsi comprare o no). Insomma, niente di eccitante. Cari millennial, ricrediamoci, perché certi miti nascono tutti da lì e perché il mondo della tecnologia per come lo conosciamo oggi deve tutto ad aziende come quelle.
Il mito del garage, per esempio. Il garage primigenio non è quello dei due Steve, Jobs e Wozniak, e non è nemmeno quello di Bill Gates, ma quello dei signori H e P, Bill Hewlett e David Packard, due ingegneri laureati a Stanford che hanno creato la prima startup quando le startup non esistevano. Era il 1939 e quel garage a Palo Alto è stato dichiarato dallo stato della California come “luogo di nascita” della Silicon Valley. Il prefabbricato è ancora in piedi, c’è anche una targa commemorativa. E dunque se oggi tutti vogliono aprire una startup e guardano con ammirazione agli eroi della tecnologia che hanno costruito imperi partendo con pochi mezzi in un garage, è ad Hp che bisogna guardare.
Ancora: i grandi centri di ricerca e sviluppo della Silicon Valley, quei luoghi con i divanetti colorati e i mobili di design, sono stati inventati da Xerox e dal suo Parc (Palo Alto Research Center), fondato nel 1970, un luogo seminale dove i migliori scienziati della loro generazione erano lasciati a pascolare e inventare senza limitazioni né preoccupazioni per il business. Il Parc di Xerox ha contribuito tra le altre cose all’invenzione di: il mouse (il mouse! quello che tenete in mano tutti i giorni in ufficio), la stampa laser, la rete ethernet, la tecnologia e-paper (quella dei Kindle), il personal computer così come lo conosciamo e altro ancora. Niente male, e niente affatto grigio.
Hewlett e Packard erano gli Zuckerberg e i Musk del loro tempo, i primi a forgiare il mito dell’imprenditore tecnologico, anche se passeggiavano con cravatta e grisaglia e probabilmente non hanno mai indossato una felpa con il cappuccio in vita loro. La differenza non era solo di stile, e per molti versi la Silicon Valley di allora è il contrario di quella di adesso: mentre oggi le aziende della Silicon Valley sono alfiere del capitalismo sregolato ma sono guidate dalla classe imprenditoriale più a sinistra di sempre, la Silicon Valley degli inizi era ideologicamente a destra (Packard divenne ministro della Difesa dell’Amministrazione Nixon) ma economicamente dipendente dagli investimenti pubblici, quelli dell’apparato militare della Guerra fredda e quelli del “moonshot” kennediano.
Vuole la leggenda che Steve Jobs, appena dodicenne, si trovò senza componenti per finire il frequenzimetro che stava costruendo e decise di chiamare l’Hp per farsi dare qualche pezzo. Pretese di parlare con Bill Hewlett, che allora era un titano dell’industria, e sorprendentemente Hewlett rispose. Rise alla richiesta di Jobs, gli inviò i pezzi mancanti e lo assunse per uno stage estivo. In officina. A dodici anni. Di storie così, nella nostra Silicon Valley patinata che fa la dieta keto, non se ne sentono più.