Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2019  novembre 08 Venerdì calendario


Elogio della competizione tra i due Matteo

Tra i molti elementi di fragilità presenti all’interno di una maggioranza di governo che non sembra avere ancora la minima idea di come risolvere l’incredibile crisi innescata sul dossier Ilva, quello che sembra preoccupare maggiormente una parte non irrilevante del Pd riguarda la presenza sulla scena del movimento politico fondato poco più di un mese fa da Matteo Renzi.
Andrea Orlando, vicesegretario del Pd, pochi giorni fa, proprio a questo giornale, ha detto di essere allarmato per “i caratteri populisti” della scissione di Renzi e ha sostenuto che la modalità di competizione scelta dall’ex segretario con il Pd sia da condannare senza appello. Almeno per il momento, la competizione messa in campo da Matteo Renzi contro i democratici non è stata trasformata dal Partito democratico in un’opportunità per valorizzare all’interno del partito le molte risorse che potrebbero aiutare Nicola Zingaretti a fare concorrenza all’ex premier sul terreno della difesa del riformismo, e nei fatti la competizione del partitino renziano è stata vissuta all’interno del governo e all’interno del Pd non come un utile pungolo per migliorare se stessi ma come una notevole fonte di paranoie, sospetti, spaventi e paure. Il dato curioso che si ricava da uno studio attento dei primi mesi del Bisconte è che alla fine gli unici partiti ad aver preso sul serio la concorrenza innescata dalla scissione voluta da Renzi non sono quelli che si trovano all’interno della maggioranza ma sono quelli che si trovano all’opposizione.
Poche settimane dopo la nascita di Italia viva, Silvio Berlusconi, come ha raccontato a Bruno Vespa nel suo ultimo libro, ha registrato il nome di un altro partito che sarà federato con la malconcia Forza Italia, si chiamerà Altra Italia, e ha annunciato che la nuova creatura politica, da cui ha detto il Cav. “potrà nascere il mio successore”, avrà il compito di mettere insieme “il meglio delle liste civiche che si ispirano ai nostri valori”. Berlusconi sa che in prospettiva il movimento di Renzi potrebbe risucchiare ciò che resta del bacino del partito del Cav. Ma il dato più interessante relativo alla competizione innescata dall’attivismo dell’ex rottamatore riguarda un altro partito che sembra aver preso sul serio più di altri la presenza in campo del soggetto renziano: Matteo Salvini. Da mesi, il leader della Lega ha scelto di fare di Renzi il suo nemico principale, anche per ragioni legate probabilmente alla scarsa popolarità dell’ex presidente del Consiglio. Ma il duello con l’ex segretario del Pd ha prodotto anche un effetto interessante che si trova al centro del tentativo scomposto del leader della Lega di dare vita a un salvinismo 2.0. Non esiste ovviamente un tema di competizione per la leadership del paese tra Renzi (il cui partito viene accreditato dai sondaggi migliori a una quota di poco superiore al sei per cento) e Salvini (il cui partito viene accreditato dai sondaggi peggiori a una quota di poco superiore al 30 per cento). Ma tra i due Matteo esiste invece un tema di competizione vero su una fetta di elettorato di centrodestra che di fronte a una Forza Italia in difficoltà e a una Lega estremista potrebbe decidere di spostare la propria attenzione lontano da una destra trucesca. È solo un rischio ma il punto è che la competizione con Renzi sommata alla tranvata parlamentare presa ad agosto deve aver suggerito a Salvini di mettere in campo il suo personale e difficile whatever it takes per provare a indossare i panni di un leader presentabile oltre che popolare. Trasformare in presentabile ciò che non è presentabile è un gioco di prestigio che può riuscire solo in alcuni eccellenti spettacoli di magia ma nell’attesa di capire se quella scelta da Salvini è una nuova faccia o è solo una nuova maschera vale la pena mettere in fila tutti i segnali inviati dall’ex Truce nelle ultime settimane. Prima l’euro (“Non sto lavorando per uscire dall’Euro”). Poi l’Italexit (“Non penso a un’Italexit”). Quindi la Nato (“Chi mette in dubbio il mio atlantismo merita uno sberleffo”). Infine il modello di democrazia a cui ispirarsi (“Tra il modello Mosca e il modello Washington non ho dubbi: la seconda”).
Nell’ambito di questa (per quanto poco credibile) rincorsa alla moderazione l’ultimo episodio ha a che fare con una frase pronunciata due sere fa su Rete 4 di fronte a Mario Giordano, il quale sarà stato probabilmente tentato dal prendere un’altra mazza da baseball dopo aver ascoltato la risposta a questa domanda: “Le piacerebbe Mario Draghi prossimo presidente della Repubblica?”. E il leader della Lega senza esitazioni non dice di no ma dice semplicemente: “Why not?”.
Non si può dire dunque che la competizione di Renzi abbia fatto bene al Pd (che su Ilva si è comportato come se fosse la sesta stella del M5s) o abbia rafforzato il governo (magari il governo che verrà rafforzato da Renzi sarà il prossimo) o che abbia costretto il M5s a rottamare il suo estremismo (vedi alla voce Barbara Lezzi). Si può dire invece che chi ha preso sul serio la sfida è stato prima di tutti Salvini. E il fatto che il confronto con l’altro Matteo lo abbia costretto a cambiare è una buona notizia anche per chi non ama l’ex Truce e dovrebbe portare a riflettere anche gli avversari di Salvini su un tema non del tutto secondario: e se il modo migliore per rinviare il più possibile in là la data in cui Salvini prenderà i pieni poteri fosse trasformare anche all’interno della maggioranza non salviniana la competizione non in una forma di minaccia ma in una forma di opportunità? Prima di regalare i pieni poteri a Salvini forse vale la pena pensarci su.