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 2019  novembre 08 Venerdì calendario


La soluzione europea per i prigionieri dell’Isis fa sembrare Guantanamo un club di costituzionalisti

In Olanda il partito Vvd del premier Mark Rutte che fa parte della maggioranza discute la questione dei combattenti europei che sono andati in Siria e Iraq per arruolarsi nello Stato islamico e arriva a questa conclusione: non c’è problema se saranno giudicati in un tribunale in Iraq e condannati a morte. L’opposizione inorridisce, se accettassimo allora l’Olanda dovrebbe rivedere tutti i suoi trattati europei e internazionali, ma gli eventi sul campo incalzano. Per molti mesi i governi europei hanno fatto finta di nulla, come se i grandi campi curdi nel nord della Siria in cui i detenuti dello Stato islamico sono rinchiusi a migliaia non esistessero. Ora gli scontri fra curdi e milizie filoturche mettono in pericolo la tenuta di questo arrangiamento, ci sono state già evasioni e almeno un centinaio di combattenti dello Stato islamico è fuggito, una donna belga è stata appena trovata in Turchia (quindi è riuscita a superare il confine militarizzato) e c’è da trovare una soluzione (a Trump non potrebbe importare di meno la faccenda, come ha già detto). I governi europei sono costretti a uscire dal bozzolo dell’ipocrisia, devono prendere una decisione. L’aria di superiorità giuridica e morale dell’Europa, che da decenni critica con forza la pena di morte, sostiene il diritto al giusto processo di ciascun condannato, critica Guantanamo – su questo torniamo più avanti – e rifiuta l’estradizione in caso di possibile pena capitale, è in crisi. Sette paesi starebbero già trattando con l’Iraq perché smaltisca come scorie radioattive i combattenti dello Stato islamico con passaporto europeo. Francia, Gran Bretagna, Belgio, Svezia, Danimarca e appunto l’Olanda di Mark Rutte. Come si sa, i processi ai membri dello Stato islamico in Iraq durano dieci minuti, offrono zero garanzie giuridiche e finiscono nella maggioranza dei casi con una condanna a morte – come è già successo a undici francesi ma la pena non è stata ancora eseguita. L’Iraq vorrebbe per ogni combattente europeo che accetta di giudicare un prezzo di alcuni milioni di dollari. In pratica, i governi europei potrebbero trasferire dalle prigioni siriane a quelle dell’Iraq i combattenti con passaporto europeo, che poi sarebbero giudicati secondo una legge irachena che punisce la mera appartenenza allo Stato islamico e quindi non richiede molte prove a carico (i giudici europei dovrebbero invece individuare un reato, per esempio un’uccisione, e poi trovare prove a carico).
Nel 2003 in Europa c’erano voci molto critiche contro l’Amministrazione americana per la questione di Guantanamo, il carcere dove erano rinchiusi circa settecento prigionieri catturati in Afghanistan e Pakistan con l’accusa di fare parte di al Qaida – e venti avevano passaporto europeo. Erano considerati troppo pericolosi per essere lasciati in libertà ma allo stesso tempo non si potevano applicare le regole di guerra o della lotta al crimine e si era deciso che fossero giudicati da tribunali militari. La base militare a Cuba era stata scelta perché dal punto di vista legale non è suolo americano e quindi secondo l’Amministrazione Bush il corso ordinario delle cose dopo gli attacchi traumatici dell’11 settembre poteva essere sospeso. Europarlamentari, governi, stampa e ong in Europa consideravano la situazione una sospensione inaccettabile della legalità. Sono passati diciassette anni. Il numero di prigionieri a Guantanamo è sceso a circa quaranta. Rispetto agli europei catturati nel 2002, il numero di europei catturati con lo Stato islamico è di cinquecento volte più alto. E i loro governi hanno abbandonato le critiche del passato e vogliono liquidare la questione con una scelta che fa sembrare Guantanamo un club di costituzionalisti.