Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2019  novembre 08 Venerdì calendario


La scoperta rabbiosa di quanto la terra è una famiglia

Il passato è una terra straniera, però di famiglia. Un terreno di famiglia, meglio. Ed è obbligatorio prendersene cura, anche quando si decide di liberarsene, forse soprattutto allora. Ci si riesce per metà, o per niente, a volte capita il contrario, e ci si lega ancora di più a quella terra inconosciuta, straniera ma non estranea. Una novità antica, una scoperta archeologica. E però pure una rottura di palle. Un accollo, un parassita. Una bestiaccia che sente la tua nostalgia prima che la provi, e corre ad azzannarti, come fanno gli squali quando sentono l’odore del sangue di chi non sa di essere ferito.
“La terra non vuole mollarci”, si dicono Olga e Nadia Gentili, le cugine di chi ne racconta la storia, nell’ultimo romanzo di Silvia Ballestra, “La nuova stagione” (Bompiani), quando capiscono che vendere la campagna che hanno ereditato dal padre, che ci ha lavorato per tutta la vita, non sarà semplice. L’esproprio, specie se volontario, è una gigantesca bega. Gli squali, le bestiacce di queste sorelle così diverse tra di loro e dai genitori, dalle Marche in cui sono nate, sono le palme che il padre, a un certo punto, ha piantato per tutta la campagna, perché era stufo di curare colture (le palme sono autarchiche, come i gatti). Le sorelle hanno entrambe buoni motivi per vendere: la terra non è un bene rifugio bensì un’idrovora; gestire i rapporti coi terzisti, per loro che sono figlie dell’ex padrone, è una fatica per la quale non hanno energie né competenze, e in più sono femmine, e quelli là credono di poterle fregare, e in effetti ci riescono sempre un po’; le Marche sono la nuova Umbria, e per i nuovi ricchi farcisi una villa equivale a colonizzare l’inviolato; e che diavolo c’entrano, loro due, con l’agricoltura? Parlano mai di astrofisica? E allora eccole lì, tornare a casa, dalla mamma Liliana che appena ha due soldi in tasca si fa salire l’ipocondria e ne spende quattro per visite e placebo. Eccole, un po’ classiste e un po’ inviperite da mariti e amanti e insolentite dalle velleità urbane, dalla vita altrove, eccole a cercare compratori, consulenti, notai, medici, e trovare soltanto le storie della montagna, vecchi maschilisti senza dolo, geometri inaffidabili, confinanti fino ad allora mai pervenuti, insomma problemi. E palme. Palme di troppo, e pure ammalate, attaccate da un coleottero capace di mandare all’aria interi raccolti, palme che rendono poco attraente e vendibile quel loro gigantesco pezzo di terra un tempo rigoglioso, magico. Eccole che, senz’accorgersene, mentre s’impegnano a disfarsi della terra, ci si piantano dentro. 
“Dunque era questo il diventare adulte, se non vecchie: disperarsi per una lettera di esproprio invece che per una lettera d’amore. Piangere per colpa di uno sconosciuto geometra di Collesailcavolo invece che per la partenza d’un fidanzato”.
E loro che pensavano che crescere fosse diventare impermeabili a tutto, in particolare ai geometri. Eccole riallacciarsi a ciò da cui avevano progettato di accomiatarsi, e capirlo per la prima volta. Come in quella poesia di Mariangela Gualtieri che: “Perdonate, se non sono del tutto e sempre innamorata del mondo, della vita, sedotta e vinta dalla rivelazione d’esserci d’ogni cosa, e d’altro non troppo ben nascosto, dietro l’evidenza. Questo più d’ogni altra cosa perdonate. La mia disattenzione”. Eccole diventare adrenaliniche, proprio mentre subiscono “lo stallo marchigiano” di tutti gli altri; ridere come matte e giurarsi di non farlo, almeno in pubblico, per non offendere nessuno, quando dovrebbero invece piangere per l’ennesimo intralcio, l’ennesima palma; accorgersi che la montagna è viva, e nient’affatto statica, e trema, e infatti poco lontano da loro c’è stato il terremoto terribile del 2016, e questo è un libro sul terremoto, e sulla più grande prova che offre dell’ininfluenza del controllo umano sulla vita della terra. Per questo badare alla propria, anche se è un’eredità pesante, e ha l’alitosi di un mondo seppellito, ci dà il contatto con chi siamo, e con le nostre ovvietà migliori.
C’è una cosa che a Ballestra suggeriscono le Marche, in questo libro con tasso di marchigianità pari a quello di “Giù la piazza non c’è nessuno” di Dolores Prato, marchigiana adottiva ed elettiva. Questa: la vita finisce ma non si conclude. “Eravamo tutti inconclusi, come il fiume” scrisse Prato. “Questa storia non è mica conclusa”, dice una delle Gentili, ad avventura terminata. “Non aveva ancora finito, con quei posti. Non li mollava davvero”, scrive chi racconta la sua storia.
Si resta vivi, e allegri, e attenti alla rivelazione d’esserci di ogni cosa a patto che non ci si libera della propria terra straniera incoltivabile e invendibile. Con tutto il tragicomico odio possibile.