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 2019  novembre 07 Giovedì calendario


Centocelle brucia

"Per qualche motivo, questa notizia non lo sorprese; soltanto lo fece sentir peggio. Come se si fosse aggiunto dell’altro peso all’oppressione che lo schiacciava ormai da ogni parte”. Purtroppo torna buona la citazione tratta da “Ma gli androidi sognano pecore elettriche?”, romanzo cult di Philip K. Dick, le cui pagine hanno ispirato il capolavoro cinematografico “Blade Runner”, nonché il nome di un locale romano ancora una volta assurto agli onori della cronaca nera per aver subìto un nuovo attentato incendiario, dopo quello che lo aveva pesantemente danneggiato lo scorso 25 aprile: le fiamme che hanno divorato la caffetteria-libreria “La Pecora Elettrica”, noto centro di aggregazione culturale del quartiere Centocelle, quadrante est di Roma, sono divampate intorno alle 3 di stanotte, a poche ore dalla nuova inaugurazione programmata per le 16 di domani, a circa sette mesi dal rogo di aprile.
 
Suggerire, citando Philip K. Dick, che una notizia come questa non sorprenda, può suonare iperbolico certo, ma fino a un certo punto. Il fatto è che da queste parti il fuoco punitivo è diventato di casa nell’ultimo semestre: oltre all’attentato del 25 aprile contro il medesimo locale, lo scorso 9 ottobre anche la vicina pizzeria “Cento55” è stata avvolta da fiamme ultrici, appiccate da mani sconosciute.
 
Gli investigatori battono la pista della ritorsione per disturbo allo spaccio di droga. Sì, perché un luogo accogliente in cui si può leggere un libro sorseggiando un tè, far giocare i bambini, concedersi una chiacchierata, e in cui magari nascono iniziative di riqualificazione della zona, oltre che centinaia di eventi editoriali e teatrali, è molto pericoloso per chi coltiva altre prospettive commerciali da esperire in queste strade di Roma, dalle quali ormai da decenni i classici spazi di incontro del secolo scorso, come gli oggi arrancanti oratori e le del tutto scomparse sezioni di partito, sono spariti diventando definitivamente oggetti di culto memoriale.
Suggerire, usando le parole dello scrittore statunitense, come un fatto del genere aggiunga peso a un’oppressione ormai insopportabile, può essere un’esagerazione. Ma fino a un certo punto, vista l’assenza delle istituzioni e della politica in questi mesi (in questi anni): “Sembra aspettino solo che ci sia un morto. Quando ci sarà, interverranno”, ha detto in un’intervista il titolare Valerio Pasqualucci.
  
E per fortuna che di Centocelle – periferia sì, ma in via di gentrificazione – si celebra da qualche anno la rinascenza, considerato il fiorire di locali aperti fino a tardi, tracimanti più o meno educati ventenni e aperitivi low cost, e di raffinati bistrot elogiati da importanti quotidiani internazionali. L’oppressione evocata da Dick diventa ancor più schiacciante se si pensa alle strade deserte delle periferie-dormitorio in cui gli apericena non trovano alloggio.
 
Insomma, affacciarsi di tanto in tanto nei vicoli della desolazione dei suburbi capitolini in favore di telecamera, selfie e dirette Facebook quando torna utile all’eterna e sfiancante campagna elettorale cui ci stiamo tutti pericolosamente abituando è uno sport appassionante. È una moda che seduce ministri e sindache – molto meno, a onor del vero, gli eredi postmoderni dei titolari delle sullodate sezioni di partito. Il problema è restarci, in periferia, prima che sia troppo tardi per risvegliarci illesi dall’incubo metropolitano di un “Blade Runner” de noantri.
 
“Quando si vive dentro, al sicuro, e si guarda fuori, e il muro è percorso da corrente elettrica e le guardie sono armate, perché mai si dovrebbe pensare alle sofferenze altrui?”, scriveva ancora Philip K. Dick in un altro suo romanzo, “Un oscuro scrutare”. Restarci, in periferia. E magari provare a fare politica.