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 2019  novembre 07 Giovedì calendario


La musica che fece scricchiolare il Muro

Episodio 2 – IL SUONO Il krautrock, l’album Berlin di Lou Reed. E poi Iggy Pop e David Bowie agli Hansa studios, la prima musica elettronica, il “rumorismo” degli Einstürzende Neubauten: la Berlino di fine anni Settanta e degli Ottanta è il fulcro della Guerra Fredda ma è anche una fucina di sonorità e immaginari.
Questo è il secondo di tre episodi del nostro viaggio nella Berlino di ieri e di oggi con Gianni Maroccolo, Enrico Ruggeri e Massimo Zamboni.
Qui la prima puntata:

Oltre il Muro. Del suono
Trent’anni fa crollava il Muro di Berlino, costruito nel 1961. In quei 28 anni la capitale tedesca non era stata solo l’epicentro della Guerra Fredda ma anche una fucina di idee e musica. Viaggio a puntate con Gianni Maroccolo, Enrico Ruggeri, Massimo Zamboni
La potenza del suono Nel corso dei suoi 69 anni di vita, David Robert Jones e la morte si erano trovati spesso faccia a faccia. Di sicuro si erano visti a metà degli anni ’70 quando, inseguito dai suoi fantasmi e distrutto dalla droga, David aveva deciso di rifugiarsi a Berlino. Ed era stata resurrezione. Anche artistica.
Nel 2016, invece, David aveva dovuto arrendersi. Nessuna resurrezione. Ma stavolta, probabilmente, non era quello che voleva. Di certo la malattia lo aveva corroso, fiaccato. E così, eccolo cantare, in Lazarus, il desiderio di una libertà che è, finalmente, pace.  
David Robert Jones, al secolo David Bowie, se n’è andato il 10 gennaio del 2016. Il giorno dopo, il ministero degli Esteri tedesco, per celebrarlo, ha twittato: “Arrivederci David Bowie. Ora sei tra gli Eroi. Grazie per averci aiutato a far cadere il muro”.
Good-bye, David Bowie. You are now among #Heroes. Thank you for helping to bring down the #wall. https://t.co/soaOUWiyVl #RIPDavidBowie
– GermanForeignOffice (@GermanyDiplo) January 11, 2016 Sono stati tanti gli artisti che hanno suonato a Berlino prima del 9 novembre 1989. Per molti è stato anche grazie a loro che il Muro è crollato. Difficile tenere divisi ragazzi e ragazze che ascoltavano e volevano ascoltare la stessa musica ma che, soprattutto, avevano lo stesso desiderio di felicità. 
Bowie, però, ha avuto sicuramente un ruolo speciale. E non solo perché a Berlino, la cupa Berlino della fine degli anni ’70, aveva ritrovato la forza di uscire dalla spirale autodistruttiva in cui era finito. Ma perché lì aveva composto quello che, ancora oggi, è considerato l’inno di una generazione. Nel suo libro Il suono del secolo Stefano Mannucci, giornalista e conduttore di Radiofreccia e Rtl 102.5, la racconta così: “Un giorno del 1977, mentre incideva il seguito di Low, notò due persone che si baciavano, cercando di nascondersi proprio a ridosso del Muro. Uno era il suo produttore Tony Visconti, l’altra non era la moglie, ma la corista Antonia Maass. Una storia clandestina, una passione irrefrenabile, l’amore che va oltre ogni barriera. Tony pregò David di non parlarne in giro, anche se il suo matrimonio era in ogni caso agli sgoccioli. Lui, Bowie, si tenne la bocca cucita, tacque i nomi dei protagonisti, ma su quei baci scrisse una canzone: Possiamo essere eroi, per un giorno soltanto. La chitarra tormentata del leader dei King Crimson Robert Fripp e il lavoro geniale sul suono del ’non-musicista’ Brian Eno fecero il resto”.
Dieci anni dopo, il 7 giugno del 1987, Bowie è ancora a Berlino ma stavolta per suonare. “Il palco per il concerto – prosegue Mannucci – è montato il più vicino possibile al Muro. Ai tecnici vengono date istruzioni per posizionare gli amplificatori in modo che il suono superi la fortificazione che divide in due la città e sia udibile anche a quanti si trovano a Est. Lo stratagemma funziona, il vento dà una mano. Moltissimi sono i giovani che si radunano dall’altra parte per ascoltare Bowie. Quando arriva il momento di Heroes David dice al microfono: ’Mandiamo i nostri auguri agli amici di là dal Muro’. I berlinesi della parte Ovest rispondono con un boato che fa tremare i vetri di Platz Der Republik. Mai, nei live del Duca Bianco, questa canzone ha assunto un significato più appropriato. C’è commozione nell’aria, anche David è scosso. Capisce che durante l’esecuzione di Heroes non c’è nulla e nessuno che possa dividere davvero Berlino. ’Sembrava una preghiera, un’implorazione che si diffondeva nell’aria’, ricorderà in seguito”.
Forse, volendo identificare un momento della storia in cui il Muro ha iniziato veramente a scricchiolare, quello è il 7 giugno del 1987. Quella sera in molti provarono a superare la barriera, i vopos reagirono caricando la folla e arrestando più di 200 persone.
Negli anni successivi la musica superò il Muro. Bob Dylan e Bruce Springsteen suonarono a Berlino est. Il Boss pronunciò, davanti a oltre 300 mila persone, poche parole in tedesco: “È bello essere a Berlino est. Voglio dirvi che non sono qui a favore o contro alcun governo, sono venuto a suonare rock’n’roll per i berlinesi dell’est, nella speranza che un giorno tutte le barriere vengano abbattute”. Era il luglio del 1988, poco più di un anno dopo il suo desiderio diventava realtà. 
I protagonisti Gianni Maroccolo Bassista, produttore musicale, classe 1960. A Berlino arriva, nel 1984, come bassista dei Litfiba, gruppo che ha contribuito a fondare quattro anni prima e con il quale è stato tra i protagonisti della scena New wave italiana. Il concerto del 1984, che è stato pubblicato anni dopo nella raccolta Litfiba Rare & Live, anticipa il primo album in studio della band, Desaparecido (1985). Fin dall’inizio, infatti, i Litfiba danno molta importanza alle esibizioni live e suonare al Loft di Berlino diventa un’occasione unica. Maroccolo è probabilmente il componente del gruppo che più subisce il fascino della musica tedesca di quegli anni (il cosiddetto “krautrock”) e non sa che, qualche anno dopo, la sua strada si incrocerà con quella di Massimo Zamboni e Giovanni Lindo Ferretti. Nel 1989, anno della caduta del muro, lascia i Litfiba. Nel 1990 produce e partecipa alla realizzazione del quarto e ultimo album dei Cccp, Epica Etica Etnica Pathos. Nel 1992 fonda i Csi. 
Massimo Zamboni Chitarrista, classe 1957, è stato, insieme a Giovanni Lindo Ferretti, il fondatore dei Cccp e, successivamente, dei Csi. Un percorso musicale che, anche dal punto di vista degli acronimi, ripercorre la storia di quegli anni. I Cccp (sigla cirillica che sta per Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche) nascono a Berlino nel 1981 dall’incontro tra Massimo e Giovanni. Il primo ha 24 anni, è un chitarrista ma non è arrivato a Berlino per suonare. Come racconta nel libro dedicato a quell’estate (“Nessuna voce dentro. Un’estate a Berlino Ovest”, Einaudi, 195 pagine, 17 euro) è alla ricerca della sua voce. E la trova, in maniera del tutto inaspettata in un ragazzo un po’ più grande di lui, 28 anni, che però viene dalla sua stessa terra: l’Emilia “paranoica” nella quale faranno ritorno pronti a iniziare un viaggio che durerà fino al 2000. Nel 1990 dopo la caduta del muro i Cccp si sciolgono e nascono i Csi (acronimo che sta per Consorzio Suonatori Indipendenti ma ricorda la Comunità degli stati indipendenti creata da nove delle quindici ex repubbliche sovietiche, compresa la Russia). Nati a Berlino come Cccp, Massimo e Giovanni si dividono, per sempre, sempre a Berlino, diciannove anni dopo. Tornati nella città che li aveva fatti incontrare per incidere un nuovo disco, decideranno invece di dirsi addio. Intervistato da Repubblica Ferretti descriverà quella separazione così: “Io sono uno che alla fine della giornata deve fare quadrare il bilancio, sono un tipo complesso, per questo chiedo agli altri di starmi lontano. Forse in questo Berlino mi assomiglia. A me la nuova città piace moltissimo. Gli altri dicono che si sta rovinando, dicono che anch’io mi sto rovinando”.
Enrico Ruggeri Cantautore, classe 1957, il suo rapporto con Berlino è “mediato” dalla passione per due grandi mostri sacri della storia del rock: Lou Reed e David Bowie. Per entrambi Berlino è la città della risurrezione dall’abisso. Lì, nel luogo probabilmente più inospitale del mondo, tra le macerie di un passato che non c’è più, tra i fantasmi di un presente che i giornalisti Kai Hermann e Horst Rieck raccontano senza censure in “Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino”, con un futuro su cui incombe il peso di una guerra fredda, Reed e Bowie creano probabilmente i loro migliori album. Sicuramente i più intensi. Ruggeri, che nel 1977 ha fondato i Decibel con i quali ha compiuto il percorso dal punk alla New wave, guarda più a Londra che a Berlino. Ma non può evitare di fare i conti con ciò che artisticamente sta succedendo nella città del muro. Sullo sfondo anche il suo rapporto molto particolare con la Russia. Negli anni in cui cade il muro di Berlino è spesso a Mosca dove viene invitato a suonare e tiene numerosi concerti. Nel 1989 pubblica Contatti, un album con tre inediti orchestati dalla filarmonica di Mosca. In copertina una foto con due cabine telefoniche e la scritta in cirillico “telefono pubblico”. A sinistra Ruggeri, a destra un militare russo. Il legame indissolubile con Lou Reed e Bowie ha segnato anche gli ultimi lavori di Ruggeri. Nell’album Alma, la canzone “Forma 21” è una “traduzione” in musica del racconto che la moglie, Laurie Anderson fece degli ultimi momenti di vita di Lou Reed. “Lettera dal Duca” è invece il brano che i Decibel hanno portato al Festival di Sanremo nel 2018. Il riferimento è ovviamente al “duca” Bowie. Il video della canzone è stato girato Hansa Studios di Berlino. Il luogo che più di altri rappresenta cosa ha significato la musica per Berlino e Berlino per la musica.