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 2019  novembre 07 Giovedì calendario


Appunti per chi non vede che l’Italia è cambiata

Ho l’impressione che ci vorrà un bel po’ di tempo per capire tutti i perché e tutti i come della Mutazione che sta invadendo e travolgendo il mondo. E ho anche l’impressione che a mancare sia una ricerca, una teorizzazione sociologica “all’altezza dei tempi”, come si diceva una volta. Ci vorrebbe un po’ di Max Weber o di Scuola di Francoforte.
Certo non posso dire di aver letto l’ormai soverchiante bibliografia mondiale sulla crisi della democrazia. Ma qualcosa ho letto, qualche libro l’ho recensito e credo che la politologia non sia sufficiente. Per capire la crisi attuale delle democrazie bisognerebbe risalire alla loro origine, riesaminando uno per uno e in connessione i vari fattori morali, sociali, storici, legali e in sostanza culturali e filosofici che hanno preceduto e reso la democrazia “pensabile”, prima ancora che di fatto possibile.
Facciamo per esempio l’ipotesi che uno si metta a leggere per incontenibile curiosità l’ultimissimo libro di Alan Friedman, “il giornalista americano più amato dagli italiani”, come dice la fascetta pubblicitaria del volume Questa non è l’Italia (Newton Compton, 311 pp., 12,90 euro). È un grosso volume, ma si legge più o meno come un articolo. Le informazioni non mancano e neppure i giudizi. Solo che nella maggior parte dei casi si tratta di cose piuttosto note anche a chi non frequenti la carta stampata e si limiti a fare diligentemente il suo bagno quotidiano di talk-show televisivi. Sono cose note e condivise soprattutto nell’opinione pubblica e privata di centrosinistra. Alan Friedman è un americano che vive in Italia e ama l’Italia, che la trova essenzialmente, intrinsecamente amabile fino al punto di sentirsi lui stesso abbastanza italiano. È un americano che non sopporta che la sua America sia finita nelle mani di un tipo come Trump. Per questo il suo precedente libro, Questa non è l’America, uscito due anni fa, esprimeva, a giudicare dal titolo, la stessa delusione, la stessa sorpresa, lo stesso scandalo che ora gli è ispirato dall’Italia.
Ma qual è l’Italia che secondo Friedman “non è l’Italia”? È l’Italia che ieri era quella di Berlusconi e che oggi è quella di Salvini. Dunque sarebbero già trent’anni che l’Italia non è più l’Italia. Ma può essere (e come può essere?) che da un’Italia buona sia nata un’Italia cattiva? Già ai tempi di Berlusconi gli amanti stranieri dell’Italia concepirono l’idea assurda e antistorica che in Italia fosse tornato il fascismo: è per questo che quelle così brave persone degli accademici svedesi vollero dare il premio Nobel per la Letteratura a Dario Fo, uno scrittore, come disse un critico americano, di cui non si vedevano le opere. Ed è per questo che recentemente lo hanno dato al bravissimo Bob Dylan, le cui canzoni non bastano, mi sembra, a fare di lui uno scrittore. Hanno scritto canzoni anche Brecht e García Lorca, che però hanno scritto anche ben altro. Ma Dylan voleva dire “l’altra America” che poteva impedire l’elezione di Trump.
Voglio dire che questa idea dell’Italia che ora non è più l’Italia è generata da una idealizzazione molto particolare e in sostanza piuttosto cieca di fronte a che cos’è davvero una società. Si vede insomma che il caro Friedman è più un giornalista economico che politico, sociale e storico. Se Salvini, come si dice, parla alla “pancia” degli italiani, bisognerà proprio prendere atto, prima o poi, che il popolo dei populisti e dei sovranisti ha una pancia con orecchi a cui parlare, una pancia che poi parla quando va a votare. Insomma: si sottovalutano le trasformazioni, o meglio mutazioni, avvenute negli ultimi decenni in Italia e nel mondo.
La democrazia è un sistema molto elastico: da un lato presuppone coscienza intelligente e libera nei cittadini elettori e nello stesso tempo deve riconoscere che “la sovranità appartiene al popolo”, la cui realtà psicosociale e culturale non coincide esattamente, in ogni circostanza e prontamente, con lo spirito e gli articoli della Costituzione.
Cari amici stranieri e italiani, bisogna studiare il “popolo” che la Costituzione chiama “sovrano”. Se non lo si capisce, nascono per reazione i populismi e i sovranismi. Il popolo sovrano bisogna guardarlo in faccia. Osservarlo nella quotidianità dei suoi comportamenti. Uscire dal giro delle conventicole di élite. Il popolo sovrano bisogna sentirselo addosso tutti i giorni. Sentirlo parlare. Starci dentro. Sintonizzarsi. Averne compassione, ripugnanza e paura. Come pensa, il popolo? Che cosa entra nella sua testa e nella sua pancia? Sì, l’Italia e il mondo sono cambiati. L’Europa è un continente socialmente di destra. Un continente di vecchi impauriti dalla povertà incombente, dalle notizie di cronaca nera, da un ambiente sociale in trasformazione. I ragazzi hanno la testa e gli occhi nei cellulari, nella Nuvola, e restano ragazzi troppo a lungo. Si fa fatica a pensarli come cittadini consapevoli e responsabili. La scuola è a pezzi, è un ambiente letteralmente impraticabile, quasi inconcepibile. L’idea che l’Europa debba risolvere i problemi dell’Africa spaventa tutti. La crisi economica del 2008 è ancora fra noi. La classe dirigente italiana è corrotta. Le organizzazioni criminali governano un terzo del paese. I partiti politici sono diventati fantasmi, si gonfiano all’improvviso e possono sparire in pochi mesi. I nostri cosiddetti cristiani non leggono mai il Vangelo.
Certo, caro Friedman, l’Italia non è più l’Italia, ma la stessa cosa vale per la Gran Bretagna, la Germania, i paesi scandinavi, l’est europeo. Non si esce indenni dalle grandi migrazioni, da recessioni che durano decenni, dal terrorismo islamista, dalla rivoluzione informatica, dalla decadenza culturale della politica e degli stessi intellettuali. Cosa volete che sia Salvini? È solo una mosca sul cappello di chi guida il carro. Non fa paura Salvini, fa paura chi lo vota.