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 2019  novembre 07 Giovedì calendario


I cecchini dell’Emilia perduta. Il tafazzismo di colpire plastica e gas

Roma. Se l’Umbria, persa rovinosamente dal Pd, è stata paragonata all’Ohio, lo swing state simbolico delle presidenziali americane, l’Emilia-Romagna rischia di tramutarsi in una Pennsylvania. Dal 1992 al 2012 lo stato era una riserva sicura per i candidati democratici. Ma l’8 novembre 2016 Donald Trump prevalse sia pure di meno di un punto e meno di 50 mila voti popolari. Gli osservatori attribuirono il risultato più che ai problemi economici, in particolare nel settore minerario, alla eccessiva sicurezza dei democratici. L’Emilia-Romagna, come la Pennsylvania, ha già tradito la sinistra nel 1999 ma il governatore del Pd Stefano Bonaccini era abbastanza sicuro della rielezione, forte di una situazione economica che vede il pil nettamente al di sopra della media italiana e un tasso di disoccupazione che è la metà di quello nazionale. Peccato che gran parte di questi risultati siano dovuti alla Packaging valley, il distretto dell’imballaggio e del riciclo e trasformazione della plastica da monouso a biodegradabile colpito da una tassa sull’uso della plastica con la quale il governo Pd-M5s intende ricavare un miliardo circa di gettito solo nel 2020. Si tratta di 230 aziende, 17 mila occupati e 5 miliardi di fatturato annuo, il 63 per cento di quello italiano.
“La plastic tax – dice al Foglio Filippo Brandolini, presidente di Herambiente, multiutility controllata da 111 comuni situati principalmente tra Emilia-Romagna e Triveneto – si abbatte su questa economia, e anche se il governo sta cercando affannosamente di modificarla è sorprendente che non ci si sia pensato prima. Non si fa distinzione, almeno per ora, tra plastica degradabile e polimero grezzo. Si parla di svolta verde e ci si appella alla ‘plastic strategy’ dell’Unione europea quando quest’ultima ha un orizzonte che arriva al 2030. La realtà è che si colpisce indiscriminatamente un’industria, non solo l’imballaggio ma soprattutto la trasformazione, per mere esigenze di cassa, cioè per coprire spese correnti”. Brandolini cita due dati che riguardano sia la produzione di plastica biodegradabile sia il settore del riciclo, nel quale sono impegnate tutte le utility: “Nel 2018 qui sono state raccolte 1,273 milioni di tonnellate di plastica, il 10 per cento del dato nazionale. E la raccolta differenziata ha raggiunto nel 2018 il 68 per cento, quattro punti più del 2017, rispetto al 55 di media nazionale. La plastic tax colpisce proprio l’economia circolare che doveva essere una bandiera di questo governo, in nome sia di un approccio emotivo – la plastica è il male assoluto – sia della fretta di fare cassa”.
Alberto Vacchi, presidente e amministratore di Ima di Bologna, leader mondiale nella progettazione e costruzione di macchine per imballaggio, società da 1,5 miliardi di ricavi nel 2018 e quotata in Borsa, è all’apice della filiera e ritiene che si debba “separare l’esigenza reale di limitare l’uso di materie plastiche attraverso la sperimentazione di nuovi prodotti, non tassando il prodotto, e quella di fare cassa, perché in questo modo pensando di fare due cose utili se ne fa una dannosa: vessare fiscalmente l’uso dei prodotti – dice Vacchi – non risolve il problema per l’ambiente, e il risultato probabile è che quel miliardo di gettito che si intende ricavare venga perso in termini di calo del fatturato delle aziende produttrici e di riduzione dei consumi”. Le imprese del settore, compresa Ima, non sono state sentite dal governo prima del provvedimento. Secondo Vacchi andrebbero studiate “soluzioni alternative per la sperimentazione di nuove tecnologie utili alla fabbricazione di nuovi materiali, non penso che il provvedimento sia stato adottato scientemente se non con la logica di ottenere gettito, così si aggravano i problemi generali dell’economia in questo caso anche con ricadute territoriali”.
Secondo Fondazione Edison la filiera del packaging emiliana si estende tra Bologna, Modena, Reggio e Parma. Ma c’è un altro settore investito dalla manovra governativa, la parziale esenzione dalle royalty sull’estrazione di idrocarburi e il pagamento dell’Imu per le piattaforme offshore, nelle quali la regione è leader (e non aderì al referendum No Triv del 2016), questo inserito nel decreto fiscale. Renzo Righini, presidente della Omc di Ravenna, che fa estrazioni in Adriatico e non solo, non ha ancora quantificato l’impatto sulla regione ma di una cosa è certo: “Nessuno si è posto un problema strategico, quello dell’energia. Come si approvvigiona l’Italia? I paesi virtuosi sul piano ambientale che citiamo continuamente si sono mossi da decenni, a cominciare dalla Germania con i due gasdotti North Stream. Noi abbiamo bloccato il ramo italiano del South Stream e abbiamo cercato di fermare in ogni modo la Tap. In Germania non sono stupidi, e riflettono prima di agire e poi si muovono indipendentemente da chi è al governo. Non hanno neppure chiuso del tutto le centrali a carbone!”.
Già a febbraio 2019, sotto il governo gialloverde che decise un blocco di 18 mesi delle trivellazioni, Bonaccini promosse un tavolo petrolchimico per chiedere di esentare il territorio di Ravenna “che altrimenti andrà incontro a una crisi senza precedenti anche in termini di occupazione”. Ravenna è ancora in mano al centrosinistra, ma a nord e sud Ferrara e Forlì sono appunto passate alla Lega. Sembra quasi che al governo abbiano preso la mira per colpire esattamente i settori decisivi per perdere le elezioni in Emilia-Romagna.