Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2019  ottobre 10 Giovedì calendario


Crescita e produttività, i due punti in sospeso della Nadef

Per capire l’inadeguatezza della politica economica italiana è utile leggere relazione al Parlamento che accompagna la Nota di aggiornamento al Documento di economia e finanza (Nadef) del 2019. È un breve documento in cui si afferma che “nel periodo 2007-2018 il pil pro-capite italiano (base 2010) si è contratto del 7 per cento, mentre nell’area euro è cresciuto del 5,4 per cento; poco sotto si attestava l’economia francese (4,8 per cento), mentre in Germania la crescita dell’aggregato è stata di quasi il 12 per cento. Confronti su altre variabili mostrano divergenze altrettanto preoccupanti”. Le cose non vanno molto meglio se si considerano periodi più lunghi. Il reddito pro-capite italiano è rimasto più o meno stagnante negli ultimi 20 anni, caso unico tra i paesi industrializzati. Questa candida ammissione di fallimento sistemico del paese, non certo imputabile a un singolo governo o a una singola forza politica, sembrerebbe dover imporre una profonda riflessione sulle cause della mancata crescita e un radicale cambio di approccio nella politica economica.
Nulla di tutto questo è contenuto nella Nadef, né d’altra parte sarebbe stato ragionevole attenderselo. Anche se si ribadisce che “la bassa crescita dell’economia italiana è il portato di problemi strutturali oramai di lunga data”, non c’è alcun tentativo di analizzare, né tantomeno affrontare e risolvere, tali problemi.
Molti osservatori hanno già segnalato alcune tra le più importanti criticità del documento, in particolare il fatto che proponga un aumento del deficit strutturale e quindi costituisca una (ennesima) deviazione da un sentiero di rientro del debito. Questo anche qualora si prendano per buone le previsione contenute nel documento, a cominciare dalla cifra di 7 miliardi derivanti dal sempiterno recupero dell’evasione fiscale, un numero che è semplicemente grottesco. Ma è il caso di segnalare due elementi che hanno ricevuto minore attenzione.
Il primo riguarda la retorica del rapporto tra investimenti equi, verdi, solidali – e via di altri bellissimi e accattivanti aggettivi – e la crescita della produttività. Nella introduzione alla Nadef si preannuncia la costituzione di un fondo “pluriennale” di 50 miliardi per “attivare progetti di rigenerazione urbana, di riconversione energetica e di incentivo all’utilizzo di fonti rinnovabili”. Subito dopo si aggiunge che “la strategia di lungo termine punta ad accrescere la produttività dell’intero sistema economico”. Infine, la sezione I.3 sullo scenario programmatico annuncia, in modo tanto roboante quanto poco credibile, un “grande piano di investimenti pubblici e di sostegno agli investimenti privati, nel segno della sostenibilità ambientale e sociale e dello sviluppo delle competenze”.
È probabilmente uno dei compiti più ingrati degli economisti quello di dover segnalare che due cose desiderabili non possono essere ottenute allo stesso tempo e con lo stesso strumento. Vale anche in questo caso. Spiace doverlo segnalare, ma mettere in atto misure di solidarietà sociale e di rispetto ambientale non è la stessa cosa di mettere in atto misure atte a favorire la crescita economica e la crescita della produttività dei fattori. Non voglio porre in discussione l’opportunità della “rigenerazione urbana”, o di altri lodevoli obiettivi, ma è bene chiarire che di per sé il raggiungimento di tali obiettivi non rappresenta necessariamente un fattore di aumento della produttività, almeno come tradizionalmente misurata. Anche se la proposta specifica è talmente fumosa da essere quasi sicuramente il solito specchietto per allodole (date le difficoltà per trovare le risorse per evitare l’incremento dell’Iva parlare di grandi piani di investimento ha un sapore comico), resto dell’idea che promuovere confusione in questo campo sia estremamente tossico. Alcune cose sono desiderabili e vanno fatte, ma rappresentano un costo. Non spacciamole per misure di incremento dell’efficienza del sistema economico. L’opinione pubblica è già abbastanza convinta di vivere in una specie di bengodi in cui tutto ciò che è desiderabile può essere raggiunto, l’unico ostacolo essendo rappresentato a seconda dei momenti dalla classe politica o dall’immancabile nemico straniero, tedesco o immigrato che sia. Mi sembra il caso di evitare di somministrare altri oppiacei.
Il secondo punto riguarda la persistente abitudine di rinviare al futuro le misure necessarie per ridurre il debito. Questa, sia chiaro, non è una novità di questo governo ma una conferma di una tendenza in atto da parecchio tempo. L’atteggiamento è un po’ come quello di quegli esercenti che appendono nei loro negozi i cartelli che dicono “si fa credito a partire da domani”. Anche il rientro del debito per i governanti italiani comincia sempre domani, o per esser più precisi tra uno o due anni. Questa Nadef non fa eccezione. Nella sezione III.2, dedicata al percorso programmatico di bilancio pubblico, si legge ad esempio che “il Governo ha deciso di puntare ad un saldo strutturale in rapporto al pil quasi invariato nel 2020. Si ribadisce altresì l’impegno a migliorare il saldo strutturale negli anni successivi”. Questo tipo di atteggiamento è ben noto ai mercati finanziari e contribuisce in modo determinante al premio al rischio che siamo costretti a pagare sul debito italiano. In questo momento stiamo tutti festeggiando la diminuzione dello spread dovuto all’allontanamento dal governo dei più ridicoli sostenitori di misure bancarottiere, tipo minibot e dintorni. È facile dimenticare che anche ora che lo spread è sceso, paghiamo comunque circa un punto e mezzo in più rispetto al debito tedesco. Sono tanti soldi, e sono la diretta conseguenza della procrastinazione del momento in cui i problemi strutturali vanno affrontati. Si tratta di una modalità operativa che caratterizza quasi per intero la classe politica italiana ed è certamente una delle principali caratteristiche di questo governo.