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 2019  ottobre 10 Giovedì calendario


Un politico condannato a morire

Chissà che cosa avrebbe votato sul taglio dei parlamentari à la Di Maio, come l’hanno battezzato i giornali per vergogna di dire “anti casta”, lui che ha vissuto una vita nel Pci, e poi fino al Pd. Non ha senso chiederselo, perché parlamentare non è mai stato: solo buona politica locale. E perché è morto ieri, nella sua Sesto San Giovanni, a 67 anni, per un cancro che anche i medici avevano riconosciuto che “è conseguenza della mia vicenda giudiziaria”. Ma sarebbe stato interessante sapere che ne pensava, Filippo Penati. Che della politica è stato un professionista, senza spocchia e senza infingimento: cioè idea precoce, militanza, e poi lavoro a tempo pieno, capacità di governo e di mediazione imparata con la prassi, sporcandosi le mani. Che non vuol dire avere le mani sporche, come avrebbero detto poi, nel 2011, quegli altri: gli ululatori da piazza con grancassa di stampa e i magistrati da “sistema criminale”. Che come al solito poi sistema non era, e nemmeno criminale. Assolto da tutte le accuse. Perché anche la parte prescritta è assoluzione, in un paese di decente diritto.
Nessuna condanna, né da pragmatico sindaco di una Stalingrado d’Italia che andava svuotandosi di operai e riempiendosi di problemi. Né da presidente della provincia di Milano, tranne una caccola tardiva della Corte dei conti lombarda, contro cui avrebbe continuato a lottare. Un hinterland di Milano che era un sobbollire di trasformazioni, in quegli anni, difficile da governare.
Era un professionista, ma era anche un politico amateur. Un politico per passione. Senza doverlo dire a ogni passo (la generazione del Pci lombardo cui apparteneva odiava queste smancerie), con quell’aria che adesso sembra invece obbligatorio avere, di doversi sempre parare dal sospetto di far politica per il potere e la prebenda. Classe popolare, lui, è morto più povero di come ha vissuto. Per giunta inseguito da quella insultante condanna per danno erariale della Corte dei Conti della Lombardia che gli chiedeva una montagna di soldi per la vendita delle azioni Serravalle. Richiesta incongrua, apodittica.
È per questo che se n’era andato amareggiato, quando l’inchiesta sul “sistema Sesto” l’aveva colpito e lui si era dimesso da tutto e sospeso dal partito. E il suo partito, sempre pauroso della canea giustizialista, invece di difenderlo aveva accettato la sua autosospensione. Insomma lo aveva cacciato. Ed è per questo, perché era un politico per passione e non per professione, che ogni tanto faceva ancora sentire sui giornali la sua voce polemica: contro Renzi ma anche contro gli altri, gli ex compagni. Perché per lui la politica era una passione e un lavoro, come fare l’operaio, da difendere in quanto tale dagli attacchi del moralismo e del populismo. E chissà, forse sui parlamentari, lui che amava i libri, avrebbe citato il poeta: “Chi ama la cosa pubblica, avrà la mano mozzata”.