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 2019  ottobre 09 Mercoledì calendario


Trump decide la politica estera dell’America nello spazio di una telefonata. Non sta andando bene

Roma. Secondo la rete americana Nbc il via libera alla Turchia da parte di Donald Trump per un’operazione militare in Siria è arrivato poco dopo una telefonata molto agitata con il presidente turco Recep Tayyip Erdogan. Il turco era furioso perché Trump non ha avuto il tempo di incontrarlo faccia a faccia all’Assemblea generale delle Nazioni Unite a settembre e allora, dice una fonte alla rete, “il presidente ha provato a lisciarlo”. Erdogan ha dichiarato che lui era determinato a ordinare l’ingresso delle truppe turche in Siria, Trump ha risposto che se era per ripulire un’area di sicurezza vicino al confine andava bene, ma se si fosse trattato di un’invasione in grande stile allora no, si sarebbe opposto. Secondo i testimoni la sua preoccupazione durante la telefonata era cercare “di far riattaccare Erdogan”. Alla sera è arrivato il comunicato della Casa Bianca che approva l’intervento turco e garantisce che i soldati americani “non saranno nelle vicinanze”. Nelle stesse ore gli ufficiali americani in Siria svegliavano i comandanti curdi – era notte fonda – per avvertirli che avevano appena ricevuto l’ordine di sloggiare. Non conta che di fatto saranno soltanto pochi operatori delle forze speciali, tra cinquanta e cento, a spostarsi, il loro compito sul confine era proprio quello di dissuadere i turchi dal tentare un’azione di forza. È la terza volta che una telefonata di Erdogan a Trump ha come effetto il ritiro americano dalla Siria. Era già successo nell’aprile 2018, il ritiro fu annunciato ma poi i generali dissero a Trump di avere bisogno di tempo. A metà dicembre il presidente aveva scritto su Twitter che le truppe americane si sarebbero ritirate entro un mese.
Era successo di nuovo perché Trump aveva parlato al telefono con il presidente turco Erdogan. I generali americani in qualche modo sono riusciti a temporeggiare fino a ora. Domenica è arrivata la terza chiamata, che suona molto più ultimativa delle due precedenti perché questa volta i turchi hanno davvero ammassato forze al confine.
La politica estera americana si gioca nello spazio di una telefonata a Trump spesso all’insaputa dei diplomatici e dei generali americani. È successo a luglio quando Trump ha chiesto al presidente ucraino Volodymyr Zelensky di trovare materiale compromettente contro il suo avversario politico Joe Biden, in cambio di un pacchetto di aiuti militari da quasi quattrocento milioni di dollari che nel frattempo aveva deciso di sospendere. Di quella telefonata è uscito un riassunto, delle conversazioni con Erdogan – e con molti altri – non sapremo nulla, ma si vedono gli effetti.
Trump ha cercato di contenere le conseguenze del suo annuncio di domenica, ha minacciato di distruggere economicamente la Turchia (“l’ho già fatto una volta”) se oserà iniziare un’operazione su vasta scala contro i curdi (“non ascoltiamo le minacce”, ha risposto la Turchia) e ha detto che sebbene i soldati americani lasceranno la Siria “non abbiamo abbandonato per nulla i curdi, che sono un popolo speciale e combattenti meravigliosi”. Sul campo gli ufficiali americani stanno pensando a come possono contenere il rischio di una guerra fra turchi e curdi che devasti il nord-est della Siria e favorisca il ritorno dello Stato islamico. Ieri hanno smesso di condividere le informazioni della ricognizione aerea con la Turchia ed è probabile che vogliano ancora dilatare i tempi della loro missione a dispetto delle dichiarazioni della Casa Bianca.