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 2019  agosto 13 Martedì calendario


Lo sballo del sovranismo messo a nudo dal Parlamento sovrano

La meravigliosa crisi del governo populista ha innescato una serie di effetti a catena che hanno contribuito a stravolgere in modo improvviso alcuni assiomi recenti della politica italiana. Matteo Renzi, per mesi, ha minacciato di uscire dal Pd nel caso in cui il Pd avesse costruito un’alleanza con il Movimento cinque stelle e ora minaccia invece di farlo se il Pd non costruirà un’alleanza con il M5s. Nicola Zingaretti, per mesi, è stato da molti individuato come il cavallo di Troia del grillismo nel Pd e oggi, almeno per il momento, è il principale avversario di un accordo con il M5s. Sergio Mattarella, da anni, è sospettato di essere uno dei principali sostenitori di un accordo tra Pd e M5s e oggi sembra essere invece uno dei perni su cui fa leva il partito del voto.
Gli stravolgimenti sono tanti, sono spassosi, sono intriganti, sono sorprendenti e continueranno ancora per qualche giorno a movimentare l’estate della nostra politica. Ma tra le tante capriole registrate in questi giorni quella forse più spassosa, più intrigante e più interessante riguarda una svolta sostanziale, per quanto opportunistica, messa in campo dal Movimento cinque stelle. E per quanto sia difficile prendere sul serio una qualsiasi svolta portata avanti da un partito fondato da un clown ed eterodiretto da pagliacci digitali il dato merita di essere registrato e persino analizzato: il partito della democrazia diretta, che voleva abolire la democrazia rappresentativa a colpi di maoismo digitale, che voleva trasformare il Parlamento in una scatoletta di tonno, che voleva togliere ai parlamentari il diritto di essere eletti senza vincolo di mandato, oggi è diventato il principale sostenitore della democrazia parlamentare, “bisogna parlamentarizzare”, ed è lì che si affida alla potenza della rappresentanza, alla responsabilità dei deputati e dei senatori, specie quelli di Bibbiano, all’interesse nazionale e alla saggezza dello stesso presidente della Repubblica per il quale avevano chiesto o’ impicchment giusto un annetto fa.
La svolta è spassosa ed esilarante e, nonostante la non serietà del grillismo, ci permette di mettere a fuoco quello che oggi è il vero scontro, il vero bipolarismo, che sta maturando all’interno dell’universo della nostra politica: il Parlamento sovrano che si mobilità contro le elezioni a rischio sovranismo. Le elezioni, come abbiamo scritto la scorsa settimana, sono probabilmente la strada migliore per sfidare il sovranismo, ma la parlamentarizzazione della crisi, sommata alla pazza e suggestiva svolta renziana, ha creato un altro cortocircuito che rischia di ritorcersi contro Matteo Salvini, colui che un anno fa ha utilizzato le geometrie variabili concesse dalla democrazia parlamentare per arrivare a governare il paese con un contratto di governo non votato da nessuno.
E il cortocircuito è chiaro. Più Salvini dirà che sarebbe un colpo di stato vedere il Parlamento al lavoro contro di lui per non permettergli di fare quello che dall’alto del suo 17,4 per cento conquistato alle politiche del 2018 vorrebbe fare, ovvero andare a votare, e più i suoi avversari avranno la possibilità di dimostrare che la sua idea di avere pieni poteri è un’idea che si pone in contrasto con la nostra democrazia rappresentativa e con la nostra Repubblica parlamentare e che per questo merita di essere arginata o se volete spiaggiata in tutti i modi possibili. Matteo Salvini ha tutte le ragioni del mondo a chiedere elezioni anticipate ma il Truce deve aver probabilmente sottostimato un elemento diventato oggi centrale nella Repubblica parlamentare: quello che finora è stato il suo principale punto di forza, ovvero la sua capacità camaleontica di essere tutto e il contrario di tutto, di essere contemporaneamente estremista e moderato, di essere contemporaneamente truce e dulce, di essere contemporaneamente pro euro e antieuro, di essere contemporaneamente di destra e di sinistra, è diventato oggi il suo principale punto di debolezza. 
Le sue ambiguità, in altre parole, oggi diventano un boomerang e tra il Truce e le elezioni non c’è solo un progetto perverso del senatore di Scandicci o la volontà dei parlamentari di non andare a casa ma c’è anche la forza di una democrazia parlamentare che di fronte a un leader ambiguo sull’Europa, ambiguo sull’Euro, ambiguo sul fascismo, ambiguo sulla Russia, ambiguo sulla deriva securitaria ha tutto il diritto di far pesare la maggioranza del Parlamento contro il 17 per cento del trucisimo. Il Parlamento può commettere degli errori (e non andare a votare potrebbe essere uno di questi) ma nelle democrazie rappresentative di solito il golpetto inizia a farlo chi trasforma il Parlamento in un’aula sorda e grigia, in un bivacco se non di manipoli quanto meno di manigoldi. In un anno di governo, i populisti hanno costretto gli elettori a ripensare quali sono i valori non negoziabili di una società aperta. E il fatto che la realtà abbia costretto i nemici della democrazia rappresentativa a trasformare la democrazia rappresentativa in un argine contro il sovranismo (salvo costruire le basi per un nuovo governo su una riforma impregnata di anti parlamentarismo come raccontiamo oggi nel nostro primo editoriale) è una notizia mica male. E il dubbio oggi è tutto qui: essere a favore delle elezioni mostrando disprezzo per la democrazia parlamentare aiuterà o non aiuterà Salvini a convincere il Parlamento sovrano ad accettare la sfida elettorale del sovranismo? Altri popcorn, grazie.