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 2019  agosto 13 Martedì calendario


L’alternativa alla marcia su Roma è il monocolore grillozzo

Usare la parola ribaltone è una tonteria, in questa situazione. Siamo qui esperti di ribaltoni. Uno vince con il suo programma e i suoi uomini, nel maggioritario, e con una manovra di palazzo viene disarticolata la sua forza parlamentare, si fanno nuove maggioranze oblique, e gli si negano le elezioni. Accadde un paio di volte con Berlusconi. Ora è diverso. Il contratto tra Lega e Cinque stelle nasce in Parlamento, dopo il voto e al di fuori delle indicazioni di voto: la Lega era con il Cav. in campagna elettorale (e contro i grillozzi). Passa dall’altra parte e si allea con Giggino. Fa un piccolo ribaltone rispetto alle premesse e promesse elettorali, autorizzato a sorpresa da Berlusconi che non voleva le elezioni subito. Ora rompe il contratto, il Truce, e vuole passare all’incasso perché elezioni europee, sondaggi e balli dionisiaci a torso nudo sulla riviera adriatica gli danno fiducia. Dunque vuole i pieni poteri. Solo un tonto può pensare che tutti gli altri, ex alleati e oppositori, siano costituzionalmente tenuti a favorirlo e a lasciargli il passo. Quando mai?
Il voto è una bella cosa, pulita e chiara, nonostante l’uso grottesco che a volte se ne fa. Anche di questo qui siamo esperti. Proponemmo di votare sotto la neve, cosa che poi si realizzò il 13 febbraio del 2013. Ridicolizzammo le scemenze andanti sulle finestre elettorali, chiusa, semichiusa, aperta, di cui cianciavano quirinalisti e cronisti politici. Niente contro il voto, mai. Però il voto politico non è un’altra forma della marcia su Roma, non avviene a richiesta, con forzature e violenze sul sistema parlamentare, in nome di un popolo organizzato coi selfie a torso nudo sulla spiaggia (è la fenomenologia del nuovo abborracciato mussolinismo). Un giorno il Truce ce la farà, forse, è popolare, semplice fino al trucido, ha una visione avvilente mentecatta e autoritaria, ma ha una visione nazionalpopulista e antieuropea, da destra dura e sciamannata. Sopra tutto ha avuto per un anno e mezzo, nella distrazione generale dei custodi della Costituzione, un’occasione bestiale di esposizione del suo Sé: ministro dell’Interno e capopartito, si è autorizzato la qualunque nel linguaggio e nei fatti, non ha combinato alcunché ma si è segnalato come il capofazione più aggressivo e vincente, una specie di Hitler con lo zafferano in un’Italia attonita e weimarizzata malamente. Che gli si consenta l’ultimo miglio, proprio ora che come dice Alessandro Giuli si è fatto da sé il suo 25 luglio, mi sembra stravagante. Oppure la saggezza trasversale italiana e europea lo farà a pezzi, lo consumerà come una candelina di sego, che sarebbe meglio.
E allora? Niente accordicchi, come dice l’ineffabile Zingaretti. Mattarella può e forse deve dopo brevi consultazioni rinviare Conte alle Camere, e una fiducia tecnica del Pd e di chiunque altro ci stia, se ci siano i voti sufficienti, può consentire a un monocolore grillozzo di assumersi le sue responsabilità senza pasticci, secondo il voto degli italiani, con un robusto governo di minoranza. Sullo sfondo la riduzione del numero dei parlamentari, un nuovo referendum, la manovra con il solito Tria, e voti parlamentari di volta in volta contrattati in Parlamento, senza scadenza alcuna. Non è un’accozzaglia di risposta alla vergognosa alleanza trasversale che liquidò l’esperienza Renzi benemerita. È un meccanismo di garanzia, gestito nell’esecutivo da una torma di incompetenti che hanno raccolto il 32 per cento alle elezioni, contro una specie di golpe plebiscitario invocato dal Truce. Meglio gli incompetenti dei prepotenti, soprattutto se sotto occhiuta e influente sorveglianza alle Camere.