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 2019  agosto 13 Martedì calendario


Il fiasco del giustizialismo in salsa grillina, a un anno dal crollo del ponte Morandi

Roma. È passato un anno dal crollo del ponte Morandi di Genova, in cui il 14 agosto 2018 morirono 43 persone. L’indagine aperta dalla procura di Genova per individuare le responsabilità della tragedia è ancora in corso e alcuni numeri ci permettono di capire la mole e la complessità di un’inchiesta, attualmente nella fase delle indagini preliminari, che necessiterà di diversi anni per arrivare a processo e a sentenza definitiva: 76 indagati (settantaquattro persone e due società), 145 parti offese (a cui si aggiungeranno decine di parti civili), due incidenti probatori (il primo sulle condizioni del viadotto prima del disastro, il secondo sulle cause del crollo), prossima udienza del secondo incidente probatorio fissata al 17 gennaio 2020. Nel frattempo, a fine giugno è stato demolito ciò che rimaneva del ponte crollato. L’unica cosa che sembra restare in piedi come un anno fa è la gogna del Movimento 5 stelle nei confronti di Autostrade per l’Italia (Aspi). Una gogna che i grillini scatenarono fin dai primi momenti successivi alla tragedia, invocando l’immediata revoca della concessione autostradale, senza attendere alcun accertamento giudiziario delle responsabilità, come un normale stato di diritto richiederebbe.
Il crollo del ponte Morandi “si poteva evitare, basta guardare le condizioni visibili a tutti di quel ponte per capire che la manutenzione non è stata fatta, non è stata una fatalità”, disse il vicepremier Luigi Di Maio improvvisandosi ingegnere. “I responsabili hanno un nome e un cognome, e sono Autostrade per l’Italia. Bisogna ritirare le concessioni e far pagare le multe”, aggiunse il leader grillino, portando poi sul patibolo anche la ricca, e per questo odiata, famiglia dei Benetton: “Per la prima volta c’è un governo che non ha preso soldi dai Benetton. Autostrade doveva fare la manutenzione e non l’ha fatta. Incassa i pedaggi più alti d’Europa e paga tasse bassissime, peraltro in Lussemburgo”. Non importava che, in realtà, sia Autostrade per l’Italia sia il gruppo Atlantia, che la controlla, abbiano sede in Italia, e che in Italia paghino le tasse. Bisognava rispondere al dolore degli italiani trovando subito un colpevole. Al metodo della giustizia sommaria aderirono anche il ministro grillino delle Infrastrutture Danilo Toninelli, l’altro vicepremier Matteo Salvini (“Non può esserci un’altra strage senza colpevoli e qui hanno nomi e cognomi ben precisi, qualcuno deve finire in galera”, dichiarò) e persino il premier Giuseppe Conte, d’accordo nel revocare la concessione ad Aspi perché “non possiamo attendere i tempi della giustizia penale” (e menomale che si era autodefinito “l’avvocato del popolo”). Nei mesi successivi, il M5s ha mantenuto la linea della gogna, sostenendo la necessità di revocare la concessione ad Aspi senza aspettare i tempi della giustizia (accettando però che Atlantia faccia parte della cordata che dovrebbe salvare Alitalia). A inizio luglio, Toninelli ha sventolato la tanto attesa relazione dei giuristi incaricati dal Mit di esprimersi sulla praticabilità della revoca della concessione ad Autostrade: “Non comporta un indennizzo”, ha affermato il ministro. In realtà, gli esperti nella loro relazione sostengono, sì, che ci siano i presupposti giuridici per revocare la concessione, ma anche che togliere ad Aspi la gestione di quasi tremila chilometri di autostrade costringerebbe lo stato a dovere affrontare un “contenzioso di importi rilevanti” e pagare ad Aspi un indennizzo che oscilla tra i 20 e i 25 miliardi di euro. È per queste ragioni che gli esperti, anziché suggerire la revoca della concessione (come sostenuto da Toninelli), consigliano di trovare “una diversa soluzione, rimessa alla valutazione politica o legislativa volta alla rinegoziazione della convenzione”. Insomma, sovviene il dubbio che Toninelli il parere dei giuristi non l’abbia neanche letto.
Dall’altro lato, a inizio agosto Di Maio ha definito “da brividi” una relazione consegnata dai tre periti nominati dal gip di Genova per rispondere a un quesito del primo incidente probatorio. Nella relazione i periti parlano di “difetti esecutivi” rispetto al progetto originario e di degrado e corrosione di diverse parti dovuti alla “mancanza di interventi di manutenzione significativi”. Di Maio ha subito colto la palla al balzo per dichiarare che “bisogna avviare al più presto il procedimento di revoca delle concessioni ad Autostrade per l’Italia”. Anche in questo caso, però, la questione è più complessa, tanto che, secondo Autostrade, dalla perizia emergerebbe che i problemi evidenziati “erano fortemente localizzati” e “derivavano prevalentemente da difetti di costruzione dell’infrastruttura realizzata negli anni 60 per conto dell’Anas e non erano tali da compromettere in alcun modo la capacità portante del ponte”.
Solo l’indagine e il processo, insomma, saranno in grado di individuare le vere responsabilità della tragedia del ponte Morandi, a dispetto della volontà grillina di offrire un capro espiatorio all’opinione pubblica. Come se non bastasse, l’apertura della crisi di governo ha reso ancora più improbabile l’ipotesi di revoca della concessione ad Autostrade (tanto che, all’indomani della rottura tra Lega e M5s, Atlantia è stata tra i pochi titoli in Borsa a non andare in rosso).A un anno di distanza, l’unica cosa accertata è l’incapacità del (fu) principale partito in Parlamento di mostrare vicinanza istituzionale ai familiari delle vittime, senza necessariamente brandire al cielo la forca.