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 2019  giugno 25 Martedì calendario


Il caso Palamara spiegato con il Palamara del 2006

Ogni volta ci ricasco, non cresco proprio mai. Anche stavolta, le vicende relative al Csm, Palamara e compagnia, con il solito stillicidio di pagine e titoli su intercettazioni e fatti non penalmente rilevanti, colpevoli già individuati prima che inizino i processi, ghigliottine di piazza per stralci di telefonate riportati strumentalmente, senza neanche avere mai ascoltato la difesa, continuano a impressionarmi, anziché lasciarmi ormai indifferente. Un po’ per deviazione professionale (forense, pur se lontana dal diritto penale), un po’ perché penso ai soggetti coinvolti e talvolta mi immedesimo nei loro familiari, nei figli che vanno a scuola con i compagni che se la ridono, nei genitori attoniti che non riescono a crederci, nel coniuge guardato con sospetto e compassione dagli amici di sempre, oggi già un po’ meno amici di ieri. E un po’ – un po’ tanto, su, arriviamo al dunque – perché mi torna in mente la primavera del 2006, quando Palamara era un giovane pm della procura di Roma.
Il punto è che le vicende le seguiamo sempre con un certo distacco, non ci appassionano davvero fin quando non ci toccano per qualche motivo. E quel maggio mi tocca, pur se non personalmente, perché scoppia lo scandalo “Calciopoli” e io tifo per una delle squadre coinvolte (“una delle”, ma sì, l’eufemismo ha sempre un suo fascino). E questo articolo, sia chiaro, non concerne minimamente le sentenze finali, le revoche, le penalizzazioni della mia squadra e dei suoi dirigenti di allora, perché il rischio di ridurre tutto a un problema di tifo o di squadre è troppo forte e va evitato accuratamente. Qui rileva quel famigerato cortocircuito tra informative, verbali, stralci di intercettazioni, titoli dei giornali, gogna mediatica, sentenze inoppugnabili di colpevolezza sui media (e quelle, si sa, non sono ribaltabili in appello, se non a pag. 20, nelle brevissime, dopo l’assoluzione, qualche anno dopo i titoloni infamanti), devastante in quella primavera, che l’attualità mi fa tornare alla mente anche in questi giorni. Qui interessano quelli rimasti colpevoli, per tutti, eppure assolti, del tutto.
Le danze, in quel 2006, cominciano a fine aprile, con i “blitz” a Roma nella sede della Gea, celebre società di procuratori sportivi (tra cui molti figli di personaggi celebri, come Alessandro Moggi e Davide Lippi), mentre a Napoli si indaga sul fronte “arbitri”, la vera “polpa” di Calciopoli. Il 5 maggio la Gazzetta ci informa che “in Procura a Roma c’è stato un vertice tra il pm Luca Palamara (la collega Palaia è impegnata in un corso) e gli investigatori della Guardia di Finanza (…). La prima decisione è stata quella di cominciare subito a sentire le persone informate dei fatti”, in quanto “l’interesse dei magistrati romani è proprio sulla società diretta da Alessandro Moggi (…) per stabilire se, oltre a gestire calciatori, la Gea riesca anche a interferire con la scelta degli arbitri”. Una vera e propria associazione a delinquere, per il giovane pm Palamara, che ha fretta e vuole capire. Comincia così una sfilata di nomi celebri di fronte al pm, permettendo alla vicenda di acquisire sempre maggior rilievo mediatico: ecco Marcello Lippi, poi è il turno di Cannavaro, Trezeguet e così via. Ogni giorno spunta qualche nuova intercettazione, a volte fronte Gea e a volte fronte arbitri, per aiutarci a indignarci e farci capire bene chi siano i cattivi. Ed è qui che comincia il disastro. Per Moggi Jr e la sua famiglia, perché ci tocca leggere le parole confidenziali e i dettagli relativi a un suo weekend con una giornalista. Le conversazioni relative a un corteggiamento, del tutto irrilevanti a fini penali, finiscono su tutti i giornali. Risatine, commenti, quel furbo di, quella povera moglie, tutto per quelle pubblicazioni assurde e inconcepibili. E il problema, quello vero, è che pure ora, 13 anni dopo, tutti ricordano quella vicenda, che non avrebbero mai dovuto conoscere. Ma in pochi sanno che Moggi Jr, accusato con titoli e blitz di essere il protagonista di un’associazione a delinquere che decideva illegalmente le convocazioni della Nazionale, gli arbitri, i trasferimenti grazie a una forma di concorrenza illecita, su tutte quelle questioni, alla fine, è stato assolto del tutto. Si è beccato solamente una condanna minima, peraltro prescritta, per “violenza privata”, per un comportamento che fa sorridere, se si conosce un minimo come funzioni il calcio, con i giovani carneadi Zetulayev e Boudianski. Zetulayev e Boudianski, non male per la diabolica associazione a delinquere dei figli di papà che decide illegalmente il destino di tutto il calcio italiano.
Per Lippi Jr, coinvolto sin dal principio, cognome illustre e dunque guardato con diffidenza, per il forte sospetto che il padre Marcello convochi in Nazionale i giocatori della scuderia Gea, trascurando i meriti sportivi. Per questo, in un editoriale rimasto leggendario, la Gazzetta dello Sport, il 21 maggio del 2006, ci rappresenta un grave pericolo: “Lippi ai Mondiali è un rischio. E non è l’unico (Cannavaro e Buffon)”. Cannavaro sarebbe protagonista di un trasferimento poco chiaro dall’Inter alla Juventus, Buffon di una vicenda di scommesse: entrambi già colpevoli, lì per lì, entrambi ovviamente non colpevoli, alla fine. E noi che facciamo? Invece di ascoltare quel ponderato consiglio della rosea, ingenui come siamo, ce li portiamo tutti ai Mondiali, così alla fine ci tocca vincerli, con Lippi eroe nazionale, Cannavaro Pallone d’oro e Buffon secondo classificato. Non male, per chi convoca i giocatori solo perché sono della Gea. Perché a individuare i colpevoli prima ancora di cominciare i processi, poi, si rischia di scrivere cose che si rivelano comiche.
 
Non c’è nulla di comico, invece, nelle vicende di alcuni giornalisti, in particolare di Giorgio Tosatti e Ignazio Scardina. Il primo giugno del 2006 il Corriere della Sera sostituisce il suo celebre editorialista con Mario Sconcerti, ufficialmente per le delicate condizioni di salute ma, a quanto riportano le cronache del tempo, soprattutto per le intercettazioni – immediatamente diffuse dai suoi colleghi pur se di nessuna rilevanza penale – con i dirigenti imputati. Giorgio Tosatti morirà nel febbraio del 2007, senza poter mai assistere alla propria riabilitazione, doverosa anche alla luce di altre telefonate sbucate fuori solo qualche anno dopo, che illustrano ancora più chiaramente l’assenza di qualsiasi condotta illecita. Ignazio Scardina, capo della redazione calcistica di Rai Sport, romanista fino al midollo, viene accusato – e anche qui i suoi colleghi riportano pedissequamente, senza porre un dubbio, un “però”, almeno un “forse” – di decidere dove mandare i propri inviati in base alle richieste di Moggi. Non è vero, ovviamente, ma ormai è passata così, lui viene indagato, imputato, deriso e cancellato dalla tv, lascia la città, sparisce, si ammala, viene assolto in primo grado, assolto in appello (sì, i pm di Napoli hanno proposto anche appello), reintegrato formalmente ma mai sostanzialmente. E la voglia non l’ha ritrovata mai più, fino alla sua morte, nell’aprile del 2018. Lo saluteranno, a quel punto sì, tanti colleghi, alcuni distrutti, altri provati, altri ancora senza neanche un briciolo di pudore.
È anche così che muoiono le persone, condannate con verdetto unanime pur senza aver mai violato la legge. E nel processo di Napoli, parallelo e spesso intersecato con quello di Roma, ci sono arbitri condannati in primo e in secondo grado, per fortuna non in Cassazione, per una interpretazione sbagliata e forzata di una intercettazione diffusa con grande spazio dai giornali. È il caso dell’arbitro Dattilo, che secondo l’accusa deve fare squalificare parecchi giocatori dell’Udinese per compiacere la presunta Cupola e aiutare così la squadra che affronterà i friulani nel turno seguente. “Se è un po’ sveglio gli dimezza l’Udinese”, si dicono al telefono tra loro i dirigenti juventini Giraudo e Moggi mentre guardano la partita dei successivi avversari della Juventus: i mezzi di informazione la riportano con grande indignazione; è ritenuta una delle intercettazioni più gravi in assoluto. Non solo: l’accusa parla di “ammonizioni dolose”, facendo intendere che verranno squalificati anche alcuni dei giocatori friulani semplicemente ammoniti in quella sfida, in quanto già diffidati. Ma media e accusatori (indistinguibili, il più delle volte) non spiegano che la telefonata avviene dopo che i due avevano assistito a una vera e propria rissa in campo, a causa di un gol realizzato mentre il portiere avversario era a terra infortunato. Se l’arbitro ha visto, ecco il vero significato di quel dialogo, ne farà squalificare tanti. Ci vorrebbe poco per capirlo, sarebbe sufficiente una pur minima verifica dei fatti, senza recepire acriticamente la velina di turno: l’unico squalificato sarà infatti il giocatore espulso per avere tirato un pugno a un rivale e verrà squalificato solo lui, che sarebbe stato impossibile graziare. Nessuna ammonizione dolosa. Altro che “se è sveglio gli dimezza l’Udinese” nel senso che ci avevano fatto intendere, cioè qualcosa del tipo “il nostro arbitro deve aiutarci”: Dattilo è stato fin troppo indulgente, mostrandosi per nulla interessato alla partita successiva delle due squadre. Eppure questo non gli ha impedito di beccarsi una surreale condanna persino in appello, in barba alla realtà fattuale, del tutto ignorata a vantaggio di quella già ricostruita dall’accusa e dai media.
 
Potremmo andare avanti per pagine, a raccontare quel cortocircuito non degno di un paese civile, perché in un paese civile la dignità e il rispetto delle persone deve necessariamente venire prima di qualche fatto penalmente non rilevante passato a un giornale per averne in cambio supporto, titoli ed editoriali.
Potresti, ti crediamo sulla parola, ma fermati, penserete voi che non ne potete più. E io mi fermo, ma l’articolo deve pure acquisire un senso finale, sennò rimane un elenco e poco più. E qui vi sorprenderò, perché di sensi ve ne trovo addirittura due. Il primo è che oggi, tredici anni dopo, la gran parte degli appassionati di calcio è convinta che la Gea fosse un’associazione a delinquere (e non lo era), che giornalisti come Scardina e Tosatti fossero al soldo di Moggi (e non era così; e purtroppo non possono più spiegarlo), che quei dirigenti volessero che Dattilo dimezzasse l’Udinese in quanto arbitro amico (e non per una rissa in cui è volato anche un pugno), che siano stati squalificati per quella partita anche alcuni giocatori per delle ammonizioni dolose (e così non era), che Moggi abbia sequestrato un arbitro (e ovviamente non è vero), che esistesse una “combriccola romana” di direttori di gara asserviti alla Cupola (e non c’era alcuna combriccola romana) ma, soprattutto, chiunque ricorda e ricorderà per sempre, magari con un sorriso e una battuta, quel weekend proibito che ha messo in crisi una famiglia, senza che noi avessimo alcun diritto di venirne a conoscenza. Se si è condannati preventivamente, grazie a quell’insano intreccio tra media e giustizia di cui sopra, le sentenze – quelle vere – di segno inverso di diversi anni dopo, contano al più per il casellario giudiziale ma non per una vera, totale, pur se tardiva, riabilitazione. Il secondo punto è più specifico ed è dedicato al caso di attualità che ha dato origine a questo articolo: le vicende relative al Csm, ai giudici, a quelle intercettazioni che escono a pezzetti, quei fatti penalmente non rilevanti ma utili a impressionarci, fondamentali per creare un certo clima, per permetterci di distinguere già in modo netto i buoni e i cattivi, per farci emettere la sentenza definitiva prima che comincino gli eventuali processi, tutto questo è grave nello stesso identico modo quando Palamara è pm, e in qualche modo ne trae giovamento, e quando Palamara è la parte debole della vicenda.
 
Perché – dovrebbe valere sempre – solo alla fine sapremo c’è rilievo penale o no, chi è colpevole e chi è innocente, e siccome Palamara non vale meno di Dattilo, la sua famiglia vale quanto quella di Dattilo, personalmente – per quel pochissimo che vale – non darò un giudizio definitivo sul suo operato almeno fino alla Cassazione, fregandomene altamente della sentenza già decretata dalla pubblica opinione. Perché a volte, per ottenere giustizia, bisogna aspettare fino al terzo grado di giudizio. A Dattilo, per esempio, è andata proprio così.