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 2016  giugno 06 Lunedì calendario

Oriana Fallaci vs Muhammad Ali. Una strepitosa intervista del 1966

da L’Europeo del 26 maggio 1966, ripubblicato in “Le radici dell’odio. La mia verità sull’Islam”, Rizzoli, 2015

Un pagliaccio simpatico, allegro, e innocuo. Chi non ricorda con indulgenza le sue sbruffonate, le sue bugie, i suoi paradossi iniziati alle Olimpiadi di Roma quando mise in ginocchio ben quattro avversari, un belga un russo un australiano un polacco, e la medaglia d’oro non se la toglieva neanche per andare a letto, imparò per questo a dormire senza scomporsi, Dio me l’ha data e guai a chi la tocca. Nei ristoranti, nei night-club, entrava avvolto in una cappa di ermellino, in pugno uno scettro: salutate il re, io sono il re. Per le strade girava guidando un autobus coperto di scritte inneggianti alla sua bellezza, la sua bravura, o una Cadillac color rosa salmone, i cuscini foderati in leopardo. Sul ring combatteva gridando osservate come mi muovo, che eleganza, che grazia, e se lo fischiavano rideva narrando che il primo pugno lo aveva tirato alla mamma a soli quattro mesi, sicché la poveretta cadde knock out mentre i denti schizzavano via come perle di una collana. Un’altra menzogna, s’intende, dovuta al suo primitivo senso dell’humour; non avrebbe fatto torto a una mosca. Da quell’humour e dalla sua vanagloria fiorivano poesie divertenti: «La mia storia è quella di un uomo / nocche di ferro, di bronzo la pelle / Parla e si gloria d’avere / il pugno possente, ribelle / Son bello, son bello, son bello / il più grande di tutti, io / nel duello». La boxe aveva trovato con lui un nuovo astro, un personaggio quasi degno di Rocky Marciano, Joe Luis, Sugar Robinson. Era il simbolo di un’America fanfarona e felice, volgare e coraggiosa, priva di gusto ma piena di energia. Si chiamava, a quel tempo, Cassius Marcellus Clay.
Ora si chiama Mohammed Alì ed è il simbolo di tutto ciò che bisogna rifiutare, spezzare: l’odio, l’arroganza, il fanatismo che non conosce barriere geografiche, né differenza di lingue, né colore della pelle.
I Mussulmani neri, Neri, una delle sette più pericolose d’America, Ku-Klux-Klan alla rovescia, assassini di Malcom X, lo hanno catechizzato ipnotizzato piegato. E del pagliaccio innocuo non resta che un vanitoso irritante, un fanatico cupo e ottuso che predica la segregazione razziale, maltratta i bianchi che stanno coi negri, minaccia i negri che stanno coi bianchi, pretende che un’area degli Stati Uniti gli sia consegnata in nome di Allah. Magari per diventarne capo: il sogno che quei mascalzoni gli hanno messo in testa approfittando del fatto che non capisce nulla, sa menar pugni e basta. Bisognava vederlo, mi dicono, quando a Chicago partecipò al raduno di cinquemila Mussulmani neri e, il pugno alzato, gli occhietti iniettati di sangue, malediceva Lincoln, Washington, Jefferson, altri bravissimi morti, strillava: «Entro il 1960 tutti i neri d’America saranno con noi, pregate per l’anima e il corpo dei nostri nemici, chi non è con noi è nostro nemico». Bisognava vederlo, mi dicono, anche in occasioni meno drammatiche: a quel pranzo ad esempio che Robinson offrì da Leoni’s, a New York, per celebrare l’addio al pugilato. C’era il sindaco Lindsay fra gli invitati, e un fotografo ebbe l’idea di ritrarlo con Cassius-Mohammed. Cassius-Mohammed si alzò minaccioso, andò verso Lindsay e: «Spero che tu comprenda l’onore» gli disse. «Certo» sorrise Lindsay. «Non scherzo, ti faccio davvero un onore» insisté Cassius-Mohammed. «Certo.» Sorrise Lindsay. «E allora ringraziami per questo onore.»
I Mussulmani neri, che hanno bisogno di un martire nella stessa misura in cui cercano pubblicità, lo istigano continuamente al litigio e sarebbero molto contenti di vederlo in prigione. Dove prima o poi finirà se si ostina a non fare il soldato con la scusa che lui appartiene ad Allah, non agli Stati Uniti. E questa sarebbe la patetica fine di un uomo che l’ignoranza e la facile fama distrussero mentre cercava di diventare un uomo. Ciò che segue è la cronaca bulla ed amara di due giorni trascorsi a Miami nell’ombra di Cassius Clay, alias Mohammed Alì, campione mondiale dei pesi massimi, eroe sbagliato dei nostri tempi sbagliati. Con l’aiuto del magnetofono e del taccuino ve la do così come avvenne. Era la vigilia del suo incontro con l’inglese Henry Cooper.
La palestra dove si allena il pugile oggi più famoso del mondo è situata a Miami Beach, non lontano dal mare, sopra un negozio per pulire le scarpe. Il pubblico è ammesso per mezzo dollaro quando lui non c’è, un dollaro quando lui c’è. Lui c’è di solito all’una: seguito da una scorta di Mussulmani neri come un torero dalla sua quadrilla. Prima d’essere rinnegato per le sue idee non sufficientemente estremiste, lo seguiva ogni tanto anche Malcom X che nell’estate del 1963 gli donò il suo bastone d’avorio nero. Fu il giorno che il manager Angelo Dundee si avvicinò a Malcom X e, senza riconoscerlo, gli bisbigliò in un orecchio: «Bravo, il nostro campione. Peccato che si sia messo con quei...». Poi lo riconobbe e per poco non svenne. Angelo Dundee è l’unico bianco della compagnia ed è oriundo italiano. Suo padre si chiamava Angelo Miranda e sua made Filomena Iannelli, entrambi calabresi. Ha fama di essere l’allenatore più furbo e più bravo d’America e di saper stagnare in cinquanta secondi il sangue di una ferita. Gli inglesi sostengono che Clay non perse il suo primo incontro con Cooper perché quando Cooper colpì Clay alla testa, stordendolo, Dundee rubò minuti preziosi con una polemica sopra i guantoni e così Clay fece in tempo a riaversi. Dundee è sui quarant’anni, piccolo e magro, e i suoi occhi sono intelligenti, le sue maniere civili: nessuno capisce come possa andare d’accordo con Clay che egli allena dal 1960, quando glielo affidarono gli undici bianchi di Louisville che l’hanno sotto contratto e lui accettò a condizione che gli allenamenti si svolgessero sempre a Miami. Chiedo a Dundee cosa ne pensi di Cassius Clay e per prima cosa risponde che a chiamarlo Clay ci si mette nei guai, bisogna chiamarlo Mohammed Alì, il nome che ha scritto sulle mutande da combattimento e sul passaporto. Oppure Champ, abbreviativo di Champion, campione. Per seconda cosa mi dice, prudente, che è bravo sul serio e può esser sconfitto solo da se stesso. Per terza cosa mi dice di non chiedergli altro perché vuole vivere in pace e più a lungo possibile, chiaro? Quando lo conobbe, Cassius-Mohammed era un devoto battista e aveva un fratello di nome Rodolfo Valentino: ora Rodolfo Valentino s’è convertito anche lui all’islamismo e si chiama Ragmad. Chiaro? Chiaro.
Rodolfo Valentino-Ragmad fa il pugile come Cassius-Mohammed e Cassius-Mohammed tentò di lanciarlo allenandosi con lui a Las Vegas prima dell’incontro con Patterson. Il risultato fu che gli ci vollero dodici round per battere Patterson ed ora si allena, per venti dollari al giorno, con pugili veri come James Ellis o Willi Johnson o Chip Johnson. Sono i tre negri in palestra: ventisei, ventitré e ventidue anni. Mi avvicino a Chip Johnson, un gigante coi denti d’oro, e gli chiedo che tipo è Cassius Clay. «Un pazzo» risponde. «Parola mia quello è pazzo. Giorni fa mi scappò un pugno pesante e lo misi knock out. Bè, si inferocì tanto che non voleva darmi i venti dollari e voleva licenziarmi. Non ha senso sportivo». Poi, intimidito, zittisce: è arrivato il campione con la sua scorta. Il campione è altissimo e tondo, con tonde braccia, tondo sedere, e tondo viso color caffelatte ma chiaro. Dimostra assai meno dei ventiquattr’anni che ha e non risponde ai saluti. Quando mi presento mi volta le spalle e in tal posizione mi allunga una mano immensa, dalle nocche rosa e spellate. La allunga come se dovessi baciarla e mi pare che resti un po’ male quando la raccatto per stringerla e basta. Dopodiché va a spogliarsi e torna indossando le mutande di raso. In mutande è meglio, malgrado resti tondo, ed è evidente che si piace molto. Si mette dinanzi a uno specchio, si guarda torcendosi tutto, schiocca la lingua e mormora: «Ah! Oh!».
Una voce alle mie spalle commenta: «Diventa ogni giorno più insopportabile». Non voglio partire dal presupposto che sia insopportabile, voglio fare un’intervista gentile, non dimenticando che, se fossi un pugile negro nato a Louisville, semianalfabeta, non mi comporterei molto meglio. Che magari sarei mussulmano. Qualcuno m’ha esposto una tesi interessante sul fatto che egli sia mussulmano: il cristianesimo insegna il perdono, la rinuncia ai beni terreni, e non si addice alla riscossa di una razza umiliata: chi è esasperato comprende meglio la legge dell’occhio per occhio, dente per dente. Ma io spero lo stesso che Chip lo metta knock out.
Chip ne ha buscate da pazzi. Cassius-Mohammed s’è accorto che Chip picchiava un po’ troppo in quanto io lo incitavo sia pure a bassissima voce, dai Chip, forza Chip, e per poco non l’ha fatto a pezzi. Uscendo dal ring Chip si massaggiava le costole e m’ha lanciato uno sguardo triste come a dire hai visto, te l’avevo detto, io? Cassius-Mohammed invece m’è passato davanti come se fossi trasparente e solo più tardi ho saputo che stasera mi riceverà a casa sua. Tutti mi invidiano e mi ripetono speriamo che tu non ci trovi Sam Saxon. Saxon è il Consigliere Spirituale che i Mussulmani neri gli tengono accanto per protezione e per spia. Quando c’è Saxon non si toglie un ragno dal buco. Non si riesce nemmeno a farlo parlare di sua moglie, una bella indossatrice da cui divorziò dopo sei mesi di matrimonio perché fumava, si truccava, rifiutava di indossare il vestito mussulmano: una tunica bianca, molto accollata, lunga fino ai piedi, e completata da un velo che copre metà della faccia.
Sono stata a casa del Campione che abita nel quartiere negro, in una casuccia da poveri. Le ragioni per cui abita in una casuccia da poveri sono controverse. Alcuni dicono che lo fa per compiacere i Mussulmani neri e recitare la parte di vittima. Altri dicono che lo fa per sincere ragioni ideologiche. Altri ancora sostengono che il Campione non ha un soldo fuorché i cinquantamila dollari che il gruppo di Louisville vincolò in una banca all’inizio della carriera affinché da vecchio non morisse di fame. Comunque sia, il Campione sedeva sul prato, a giocare coi bambini del vicinato, e il Consigliere Spirituale non c’era. Vedendomi ha continuato a giocare coi bambini e non s’è alzato neanche per darmi la mano. Però ha fatto un grosso rutto e ha detto di sentirsi bene in quanto aveva mangiato sei bistecche di agnello. A ciò è seguito un silenzio di circa mezz’ora e che invano ho tentato di rompere con sorrisi, osservazioni, domande. Ma d’un tratto e come colto da ispirazione il Campione m’ha portato in cucina e ha detto che mi avrebbe mostrato la cosa più grande del mondo. In cucina c’era una macchina per proiettare film e uno schermo. S’è messo ad azionare la macchina e m’ha proiettato il combattimento con Liston, concluso al primo minuto con k.o. L’ha proiettato due volte, una volta al rallentatore, e il k.o. non l’ho visto: il che andrebbe a sostegno di quelli che definirono l’incontro truccato e gridavano: «Ridateci i soldi». Però gli ho detto d’averlo visto e lui ne ha avuto tanto piacere da proiettarmi anche l’incontro con Patterson, che odia perché è cattolico. Guardando l’incontro con Patterson mi ha spiegato che al cinema lui non ci va ed affitta le pellicole per vedersele a casa. Ma le sole che affitta son quelle dei suoi combattimenti e di Topolino. Volevo vedere Topolino? Ho risposto no grazie, preferisco far l’intervista. Allora, e senza che sappia spiegarmi come sia avvenuto, la stanza s’è riempita di negri che silenziosamente entravano, sedevano o si appoggiavano al muro. Ne ho contati una dozzina all’incirca, mentre stavan lì immobili e mi guardavano con sdegno. Poi ho avviato il magnetofono ed ecco ciò che ritrovo sul nastro. Trascrivo pari pari, con poche virgole perché lui non ce ne mette nessuna. Parla senza riprendere fiato. Gridando.
Non le dispiacque, Mohammed, di cambiar il suo nome?
«Mohammed Alì. Al contrario era duro avere il nome che avevo perché il nome che avevo era il nome di uno schiavo Cassius Marcellus Clay era un bianco che dava il suo nome ai suoi schiavi ora invece ho il nome di Dio. Mohammed Alì è un bel nome Mohammed Alì che bel nome Mohammed vuol dire Degno di Tutte le Lusinghe Alì vuol dire II Più Alto è il minimo che merito e poi gli uomini dovrebbero chiamarsi così mica signor Volpe signor Pesce signor Nonsocché gli uomini dovrebbero avere il nome di Allah. Sicché io mi arrabbio quando la gente mi ferma mi dice signor Clay posso avere il suo autografo signor Clay io rispondo non Clay, Mohammed Alì. Loro lo fanno per farmi dispetto come l’altro giorno quel tale negro per giunta si mette a fare ehi Cassius come va Cassius guardate ragazzi c’è Cassius, ma io rispondo Mohammed Alì Mohammed Alì Mohammed Alì!!!! Ma non lo sai, uno può dire che il mondo ti conosce come Cassius Clay che me ne importa io rispondo io l’ho smessa con la pubblicità sono molto cambiato. Una volta dicevo io sono il più grande io sono il più bello son troppo bello per fare il pugile, son così bello che le ragazze mi muoiono dietro guardate non ho nemmeno un segno sulla mia faccia è liscia come la faccia di una signorina, mi merito tre donne per notte. Bè a quel tempo io mi facevo la campagna come un politico che deve vincere alle elezioni ora le ho vinte e non ho più bisogno di far il più bravo il più bello e mi merito tre donne per notte, a che serve che lo dica io?!?!».
Ma se è tanto cambiato, Mohammed, perché continua ad insultare i suoi avversari e ad odiarli?
«Io non li odio come esseri umani li odio come individui perché tentano di farmi del male tentano di mettermi knock out tentano di rubarmi il titolo di campione dell’intero mondo, io sono campione dell’intero mondo e non sta a loro pugili levarmi il titolo di campione dell’intero mondo a me che ho sempre tirato pugni capito? Anche da bambino io usavo i pugni mica le mani con le cinque dita io avevo sei anni quando spalancai una mano e realizzai d’aver cinque dita in quanto le dita a me non servono mica, capito? E poi li odio perché hanno i nervi di salire sul ring sapendo che sono bravo come sono grande come sono questo mi fa imbestialire così li insulto. E poi li insulto perché così perdon la testa e quando un uomo perde la testa diventa più debole e casca giù prima come accadde con Liston al quale Liston dicevo che è brutto, brutto come un orso, bè non lo è? E poi gli dico vigliacco coniglio crepi di paura fai bene ad avere paura perché da questo ring tu esci morto, hai voluto sfidarmi vigliacco vedrai cosa ti tocca. Loro non lo sopportano e vinco, lo predico sempre quando vinco io dico ad esempio vedrete che cade al primo minuto e lui cade al primo minuto vedrete che cade al settimo round e lui cade al settimo round vedrete che esce orizzontale e lui esce orizzontale come accadrà a Henry Cooper quel vecchio io gliel’ho scritto anche in una poesia bellissima. Cooper hai detto che muori / dalla voglia di avermi / di nuovo sul ring / Perché t’è andata bene una volta / m’hai preso sul mento / Ma è bene che ti metta in testa / che non vi son dubbi / che stavolta ti stendo / Devi cadere a terra e quando / avrò finito di dartele / ti sentirai come avere / quarantadue anni non trentadue / Il ponte di Londra / cadrà giù con te».
Bellissima. Davvero stupenda, Mohammed. Ma non le prende mai il dubbio che un giorno qualcuno le possa suonare a lei?
«Io non ho dubbi perché non ho paura e non ho paura perché Allah è con me e finché Allah è con me io rimango il campione dell’intero mondo, solo Allah può mettermi knock out ma non lo farà. Io non ho dubbi perché l’uomo che batterà Mohammed Alì non è ancora nato e se è nato ha cinque anni non uno di più è un bambino dov’è questo bambino, voglio vederlo in faccia questo bambino che osa sperare di metter knock out il campione dell’intero mondo Mohammed Alì, bambino non ti fare illusioni perché io non vedo essere umano con due braccia due gambe che possa battermi su questa terra. Io durerò ancora per quindici anni e poi a quarant’anni mi ritirerò nella campagna perché ho trecento acri di terra vicino a Chicago e ho anche comprato due trattori e con quelli ci coltivo i cavoli e i pomodori e le galline, no le galline no però bisogna sapere che ho comprato mille galline che fanno le uova e allora vendo le uova e guadagno i soldi con le loro uova perché uno che cresce il cibo non diventa mai povero in quanto la gente avrà sempre bisogno di cibo. E con quel cibo diventerò molto ricco ora non sono ricco ma un giorno sarò molto ricco e comprerò un aereo da seicentomila dollari e poi voglio una limousine in ogni città d’America per ricevermi all’aeroporto e poi voglio uno yacht da duecentomila dollari ancorato a Miami e poi voglio una di quelle case che ho visto sulle colline di Los Angeles a centocinquantamila dollari perché il paradiso io non lo voglio in cielo da vecchio io lo voglio sulla terra da giovane. Perché io non voglio aspettare sul tavolo anatomico quando mi tagliano a pezzi per vedere cosa mi ammazzò e poi mi ricuciono e poi mettono dentro una cassa e poi mi portano con un furgone fuori città e poi fanno un buco sulla terra e poi mi ci calano dentro io il paradiso lo voglio ora che son grande grandissimo e bello e nessuno può battermi su questa terra».
Mohammed, cosa ne pensa dell’umiltà?
«La... Cosa?».
Umiltà.
«Che vuol dire? Io sono stato un po’ a scuola ma non ho mai sentito questa parola umiltà forse vuol dire come modestia e allora guardi io sono tanto modesto che nemmeno io realizzo quanto sono grande quanto sono straordinario io lo sono più di quanto creda e di quanto si legga sui libri io...».
Mohammed, ha mai letto un libro?
«Che libro?».
Un libro.
«Io non leggo libri non ho mai letto libri io non leggo nemmeno i giornali ammenoché i giornali non parlino di me io ho studiato pochissimo perché studiare non mi piaceva non mi piace per niente si dura troppa fatica e non è affatto vero che io volevo diventare dottore ingegnere. Gli ingegneri i dottori devono lavorare ogni giorno ogni notte tutta la vita e con la boxe invece uno lavora per modo di dire in quanto si diverte e poi con un pugno si fa un milione di dollari all’anno. Io non scrivo nemmeno le lettere non ho mai scritto nemmeno una lettera io se devo dire le cose alla gente faccio un telegramma oppure telefono e se la lettera va scritta proprio io ho sei segretarie che scrivono bene per me sicché è inutile che lei mi faccia queste domande capito? Come quando mi chiamarono alle armi e mi fecero l’esame della cultura mi dissero se un uomo ha sette vacche e ogni vacca dà cinque galloni di latte e tre quarti del latte va perduto quanto latte rimane? Io che ne so. Io non lo voglio sapere perché non me ne importa un fico se le vacche danno il latte o non lo danno se il secchio ha un buco o non ce l’ha questo riguarda il padrone delle vacche non me che sono il campione dell’intero mondo e se le vacche perdono il latte peggio per loro. E così dicono che sono inabile ma d’un tratto scoprono che non sono inabile affatto per morire nel Vietnam sono abilissimo eccome ma io questo Vietnam non so nemmeno dov’è io so soltanto che ci sono questi vietcong e a me questi vietcong non hanno fatto nulla sicché io non voglio andare a combattere coi fucili che sparano io non appartengo agli Stati Uniti io appartengo ad Allah che prepara per me grandi cose».
Quali, Mohammed?
«Chissà quali io sono in attesa e la boxe è solo un momento della mia attesa, una cosa che serve a farmi popolare famoso ad allenarmi nella grandezza come un astronauta si allena in quella cosa centrifuga e lui gira e gira e gira a grandissima velocità per vedere cosa gli succede negli occhi e nel cuore e quando vede cosa gli succede negli occhi nel cuore può spiccare il volo come un aquilone, anch’io spiccherò il volo e chissà dove andrò che farò? Magari divento il capo di un territorio indipendente oppure il capo di qualche Stato in Africa magari di quelli che hanno bisogno di un leader e così pensano abbiamo bisogno di un leader perché non prendiamo Mohammed che è bravo e forte e coraggioso e bello e religioso e mi chiamano perché sia il loro capo. Perché io non so che farmene dell’America degli americani di voi bianchi io sono mussulmano...».
Mohammed, chi le dice queste cose?
«Queste cose me le dice l’onorevole Elijah Mohammed messaggero di Allah ma ora basta perché voglio andare a dormire io vado presto a dormire perché la mattina mi alzo alle quattro per camminare».
N.B. Elijah Mohammed è il capo dei Mussulmani neri. Lo divenne dopo l’assassinio di Malcom X. Abita a Chicago, in una villa di diciotto stanze, viene dalla Georgia. Ha studiato fino alla quarta elementare ed è stato in carcere più volte, per crimini e infrazioni diverse. Suo figlio è il vero manager del Campione e si fa pagare dal Campione, per questo, non so quante centinaia di dollari la settimana. Agli esami militari il Campione non bocciò per gli esami di matematica, bocciò per gli esami di psicologia. Si trattava di domande assai elementari, più o meno così: «Se ti trovi di fronte a un uomo che si sente male o che muore, cosa fai?». «Se uno ti avvicina con un coltello, cosa fai?» «Se trovi una lettera col francobollo, non impostata, cosa fai?» Il Campione non seppe rispondere a una sola domanda. Tuttavia, e dato l’espandersi della guerra in Vietnam, l’ufficio arruolamenti ha revocato la bocciatura sostenendo che il Campione potrebbe servire in retroguardia: per esempio a sbucciare patate.
Mi aveva promesso di venire in palestra a mezzogiorno, per continuar l’intervista. Ma a mezzogiorno non è venuto. È venuto all’una e incontrandomi non ha nemmen detto scusa. Anzi, non mi ha nemmeno salutata. Con lui c’era il Consigliere Spirituale Sam Saxon. Questo Consigliere Spirituale è un negro di mezza età, molto chiaro, col cappello di paglia e la bocca ostile. Non fa nulla, non dice nulla, si limita a non allontanarsi da Cassius-Mohammed: quando Cassius-Mohammed è sul ring, sta aggrappato alle corde come se temesse di vederlo scappare. Ieri non c’era, ho saputo, perché aveva male a un dente ma oggi chi se lo toglie dai piedi. Il suo compito non è solo di effettuare sul Campione un diurno lavaggio cerebrale ma di indurre il Campione a propagandare le idee della setta: i silenziosi testimoni del nostro colloquio eran venuti per questo. Il Campione è nervoso. Evidente che è stato rimproverato per essersi fatto coglier dal sonno sul nome di Elijah Mohammed. Ignora un gruppo di bianchi che gli chiedono l’autografo e quando suona il gong si butta come una belva su Chip, lo pesta al punto che Angelo Dundee comincia a gridare: «Difenditi, Chip! Restituiscile, Chip! Non lasciarti intimidire, ragazzo!». Poi mentre Chip geme, intontito, scavalca le corde e mi ingiunge di proseguir le domande.
Le è dispiaciuto, Mohammed, divorziare dalla moglie?
«Nemmeno un poco è stato come voltare la pagina di un libro le donne non devono andare in giro mostrando le parti nude del corpo come i selvaggi come le vacche come i cani come fa lei è un vero scandalo. Un uomo deve avere una moglie che gliela guardano con ammirazione rispetto lo dice anche Elijah Mohammed apri la TV e cosa vedi, vedi le donne nude che cantano che reclamizzano le sigarette vai nei negozi e che vedi, vedi le donne nude che comprano le cose non è decente le donne hanno perso tutta la morale non è decente non è decente non è decente».
Mohammed, perché non mi guarda negli occhi? È arrabbiato?
«Non sono arrabbiato nella mia religione ci insegnano a non guardare le donne noi le donne le avviciniamo in modo civile parlando prima coi genitori per chiedergli se ci danno il permesso di guardare la ragazza come in Arabia come nel Pakistan come nei paesi dove si crede al Dio giusto che si chiama Allah non si chiama Geova o Gesù. E poi non mi piace questo mischiarsi coi bianchi lei cosa ci fa qui con me cosa vuole da me come prima cosa è una donna come seconda cosa è una bianca io se fossi in Alabama voterei per il governatore Wallace che non mischia i bianchi coi neri, io non voto per quelli che dicono oh io voglio bene ai neri io non voto per i neri come Sammy Davis che si sposano la bionda, cobra, serpenti, la gente dovrebbe sposare la gente della sua razza. Lo dice anche Elijah Mohammed i cani stanno coi cani i pesci stanno coi pesci gli insetti con gli insetti i bianchi coi bianchi è la natura è la legge di Dio è scritto perfino nella Bibbia che a voi piace tanto e questa integrazione cos’è? Ci credevo anch’io fino al giorno che un tipo gentile mi dice vieni a sentire la tua vera storia a sapere qual è la tua vera lingua ed io vado e chi trovo, trovo questo sant’uomo di Elijah Mohammed che dice perché ci chiamano negri noi non siamo negri ecco negro è una parola spagnola che vuol dire nero e nessuno dice bianco in spagnolo nessuno dice verde in spagnolo o giallo o celeste o viola sicché dicono negri per negarci un paese un’origine renderci come non importanti neutrali capito? I cinesi si chiamano così per la Cina i cubani per Cuba i messicani per il Messico gli italiani per l’Italia i russi per la Russia i giapponesi per il Giappone e allora negri perché? Negri americani perché? Io non sono americano io non mi sento americano io non voglio essere americano io sono asiatico nero come la mia gente che voi bianchi avete portato qui come schiavi e si chiamavano Rakman e Assad e Sherif e Shabad e Ahbad e Mohammed e non John e George e Chip e pregavano Allah che è un dio molto più antico del vostro Geova o del vostro Gesù e parlavano arabo che è una lingua assai più vecchia del vostro inglese che ha solo quattrocento anni, ed ora queste cose le so per via di Elijah Mohammed che amo più della mia mamma».
Più, della mamma, Mohammed?
«Certo sicuro più della mamma perché la mia mamma è cristiana Elijah Mohammed mussulmano e per lui potrei anche morire per la mia mamma no che a voi bianchi piaccia o non piaccia».
N.B. Eppure v’è qualcosa su cui meditare in questo ignaro al quale fanno credere che la lingua inglese abbia solo quattrocento anni, che Maometto sia nato prima di Cristo, che Elijah Mohammed vada amato più della mamma colpevole d’esser cristiana. V’è qualcosa di commovente, di dignitoso, di nobile in questo ragazzo che vuole sapere chi è, chi fu, da dove venne, e perché, e quali furono le sue radici tagliate. Nel suo fanatismo v’è come una purezza, nella sua passione v’è qualcosa di buono. Vorrei essergli amica. E sono contenta di rivederlo per spiegargli che...
Scrivo questi appunti sull’aereo che mi riporta a New York dove spero di sfuggire ai Mussulmani neri che sono arrabbiati con me. E quando i Mussulmani neri sono arrabbiati con te l’unica cosa è darsela a gambe al più presto e più lontano che puoi. Perbacco che corsa. Guardiamo se posso riordinare le idee e raccontare cosa è successo. Bè, è successo che ho preso un taxi e sono tornata a casa del Campione. A casa del Campione c’era il Consigliere Spirituale, seduto sugli scalini. C’era tanto seduto che non mi faceva passare sebbene dicessi permesso, permesso. Ma io sono passata lo stesso ed ecco il Campione in cucina che mangia un cocomero. Intero. Buon appetito, gli dico. E lui fa un grande rutto, continuando a mangiare il cocomero. Grazie di avermi invitata di nuovo, gli dico. E lui fa un altro rutto, sempre continuando a mangiare il cocomero. Poi mi ordina: «Solo domande sportive». Bè, io di sport non so nulla, nulla ripeto, tuttavia mi raschio la gola e azzardo: «Rinnoverà il contratto con la corporazione di Louisville?». Mi sembrava una buona domanda, una domanda sportiva, però lui lancia un terzo rutto e risponde: «E a lei che gliene importa?». Resto male, arrossisco, mi raschio la gola, pongo una seconda domanda profondamente sportiva: «In quale round conta di mettere Cooper knock out?». Lui respinge il cocomero di cui è rimasta ormai solo la buccia e ringhia: «Se glielo dico, mi paga?». «No» ammetto. «Come no?!?» «No.» Bè, a questo punto non ricordo più nulla. I Mussulmani neri, le urla, il mio microfono che vola da parete a parete compongono un indistinto quadro pop-art che mi lascia confusa al solo ripensarci. Ecco posso dire che i Mussulmani neri erano molti. Prima non c’erano ma improvvisamente c’erano ed erano molti ed alcuni più grossi più alti del Campione e del suo Consigliere Spirituale. Posso dire ecco posso dire che gridavano molto. Uno gridava che per quattrocento anni avevo fatto commercio di asiatici neri, un altro gridava che avevo messo in prigione il suo popolo, un altro ancora gridava che ero venuta per rubare i pronostici e farne scommesse. E su tutti si levava la voce querula di Cassius-Mohammed: «A me che sono il campione dell’intero mondo». Gli ho risposto che la World Boxe Association non lo riconosce per niente campione dell’intero mondo e mi son fatta strada verso il mio taxi. Il taxi sembrava tanto lontano. Non ci arrivavo mai. Ma poi ci sono arrivata ed eccomi qui. Oddio. Mi viene in mente ad un tratto che Malcom X l’hanno ucciso a New York.