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 2010  maggio 11 Martedì calendario


La fortuna di Mazzini, fascista, antifascista e chi sa che altro

Giuseppe Mazzini l’’Apostolo”, si diceva una volta. Una vulgata, quella sul grande repubblicano, di cui peraltro proprio questo libro (Giovanni Belardelli, Mazzini, Il Mulino) ricostruisce come si formò paradossalmente in epoca monarchica: quando a fine Ottocento con la Sinistra al potere la classe dirigente del Regno si trovò a essere composta in gran parte da gente che era stata mazziniana in gioventù. L’introduzione nelle scuole di Dei doveri dell’uomo nel 1901, la sua estensione a tutti gli istituti elementari e secondari nel 1903, la pubblicazione a spese dello stato dell’intera opera di Mazzini a partire dal 1904 furono un modo per creare”una religione laica fondata sul sacrificio e sul dovere”, tale da rispondere sia al deficit di legittimazione dello stato nei confronti di quella fede cattolica cui aderiva la quasi totalità dei suoi abitanti; sia”al diffondersi di un’ideologia antisistema come quella socialista”.
Superata l’apologetica, anche a livello di cultura di massa è ormai largamente noto degli irriducibili contrasti di Mazzini con altri”Padri della Patria”; o dell’altrettanto irriducibile suo rifiuto dell’Italia unita non nel modo da lui indicato; o delle accuse di essere quello che oggi definiremmo un terrorista; o di avventure galanti non proprio corrispondenti al profilo del”Santo laico”. Oltre a ciò, Belardelli esplora il Mazzini che alla fine è oggi il meno noto: cioè, proprio il pensatore. Ne viene fuori un ritratto a tratti perfino sconcertante. Ecco ad esempio un politico che dal pensiero controrivoluzionario ha ripreso un ideale di società organica tendenzialmente insofferente del pluralismo: un allarmante pre totalitarismo di cui fanno fede non solo certe polemiche con autori come Stuart Mill, ma perfino i continui scontri che da Triumviro della Repubblica Romana ebbe con l’’assemblea legislativa. E un difensore delle nazionalità, che però difendeva il diritto dei popoli europei all’espansione coloniale”civilizzatrice”: delineando perfino per l’Italia un destino espansionista”romano” in Tunisia e Libia. Insomma, anche l’appropriazione che di Mazzini cercò di fare il fascismo è definita da Belardelli”unilaterale, ma non del tutto arbitraria”, sebbene a Mazzini poi si ispirasse contemporaneamente anche gran parte dell’antifascismo e al suo mito si sia richiamata ovviamente la Repubblica. In realtà, osserva Belardelli, sebbene lo Stato italiano nato tra 1859 e 1861 avesse caratteri diversi da quelli che Mazzini aveva immaginato,”è impossibile non percepire come, tra i protagonisti del Risorgimento italiano, sia stato Mazzini più di chiunque altro a esercitare un’influenza di rilievo nelle successive vicende del paese”.
In particolare, fu la predicazione continua dell’Unità da parte di Mazzini a far virare in quel senso anche un mondo moderato che all’origine pencolava tra il federalismo neoguelfo e quei primi progetti cavourriani che oggi definiremmo”Padani”. Una premessa chiarisce come”chi scrive pensa che nel 1860 la formazione dello stato nazionale unitario fosse una tappa necessaria, sostanzialmente priva di alternative (tranne quelle immaginarie, beninteso, delle quali c’è sempre abbondanza) se gli abitanti della penisola, come osservò Rosario Romeo, volevano agganciare il treno della moderna civiltà europea”. Ma c’è anche un risvolto negativo, nella polemica anti sabauda sull’’altra Italia” possibile.”La contrapposizione tra un’Italia reale, corrotta e da respingere in blocco, e l’’altra Italia’, composta da minoranze virtuose che un giorno avrebbero trasformato radicalmente il paese”, che da allora ha continuato ad avvelenare il gioco politico nazionale.