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 2013  gennaio 29 Martedì calendario


La vita e la morte del Pirata (articolo del 6/3/2004)

Il Foglio, sabato 6 marzo 2004
«Tra dieci anni ti chiederanno cosa facevi il 14 febbraio 2004, come per il giorno in cui hanno ucciso JFK» (Sms). Un pieghevole cartonato lucido di dodici pagine con foto a colori e testo: «Sul famoso Lungomare di Rimini, a viale Regina Elena 46, il Residence Hotel Le Rose vi offre un nuovo stile di vacanza, ideale per voi e per i vostri bambini, il migliore servizio senza obblighi di orari e in massima libertà. Potrete ricevere i vostri amici e trascorrere insieme a loro piacevoli momenti di relax, in giardino, nella nostra piscina riscaldata o al bar sempre a vostra disposizione. Al Residence troverete appartamenti su misura con comfort ad alto livello. Inoltre, se arrivate in auto, il parcheggio è assicurato».

Marco Pantani arriva qui alle 12 di lunedì 9 febbraio, privo di bagaglio, sulle spalle uno zainetto scuro. Niente cellulare. Lascia la carta d’identità alla reception e sale in uno dei sei monolocali soppalcati “Mimosa” da tre/quattro posti, il D5: 55 euro a notte per 28 metri quadrati con salottino, angolo cottura su piano di marmo; pensili, mobiletto all’ingresso e tavolo centrale tondo con sedie in legno laccato verde. Tv color e telefono diretto. È l’appartamentino più economico al quinto piano di un residence dai muri verdi che ai clienti ne offre in tutto 40. Oltre alle “Mimosa”, ci sono trenta “Orchidea” da 4/5 posti con balcone e vista sul mare a 65 euro, che diventano 500 nella formula settimanale con cambio della biancheria e posto auto. Oppure quattro trilocali “Gardenia” da 75 euro a notte e 750 a settimana. Due ore dopo Pantani usa il telefono in camera per quattro brevissime chiamate ad altrettanti cellulari. Chiude le tre finestre che affacciano sul palazzo accanto al residence, accende il condizionatore al massimo. La notte, se dorme, lo fa sul divano. Di giorno scende solo per la colazione. Quando è chiuso in camera lascia malvolentieri che la quarantenne cameriera ucraina Lorissa metta ordine. Lui intanto ha spostato il televisore davanti al divanetto, l’étagère dell’ingresso di fronte alla macchina del gas.

Fra poche ore, alle nove e mezza della sera di sabato 14 febbraio, san Valentino, Marco Pantani sarà trovato qui, senza vita. Indosso solo un paio di jeans, la faccia a terra tra il divano e i quindici gradini di una scala a chiocciola che conduce al letto matrimoniale. Morto dalle cinque del pomeriggio, dopo aver rotto due sedie e rovesciato del caffè. Sul tavolo, poco distante dal cadavere, tre bottigliette di farmaci e della polvere bianca. I farmaci si chiamano Control, Flunox e Surmontil. Il primo è un tranquillante a base di benzodiazepine indicato per stati d’ansia disabilitanti, “quando il soggetto è in grave disagio”. Se preso in dosaggio eccessivo può provocare riduzione della vigilanza, affaticamento, confusione, vertigini, visioni doppie. Se l’assunzione è continua, bisogna diminuirla progressivamente. Mai di botto. La seconda boccetta contiene un liquido che ha le stesse caratteristiche ma in più, essendo un ipnotico, contrasta l’insonnia. La terza medicina è un antidepressivo con un pronunciato effetto sedativo per agitazione, nevrosi, angoscia fobica, isterica, ossessiva. Sconsigliabile interromperne bruscamente il trattamento. La polvere bianca è invece cocaina, Pantani la fuma e sniffa da almeno tre anni. Da quando ha smesso di essere il più grande ciclista scalatore del mondo.Per giungere alle Rose in taxi dalla stazione di Rimini ci vogliono circa dieci minuti. Durante il tragitto, dal viale alberato parallelo ai binari fino a viale Vespucci e piazza Kennedy, poi un pezzo di lungomare, piazza Tripoli e viale Regina Elena, incontri in successione solo alberghi, per lo più a tre stelle, di ogni tipo. Dall’ultramoderno in restauro simile ai palazzi di vetro accanto al carcere romano di Rebibbia a quello in mattonato ocra gialla che fa un po’ condominio a Primavalle. I nomi, Ingrid, Augusta, Belvedere Mare, Metropole, Playa, Palazzo dei principi. Lungo il deserto di litorale che costeggi c’è il segno della cosmesi operosa cui si sottopone la riviera romagnola d’inverno. Cabine sbertucciate in restauro, la spiaggia orlata di attrezzi e rifiuti, i negozi da lontano chiusi e le facciate degli hotel con serrande abbassate. Lavori in corso, materiali uniformi in letargo, poca gente in giro, soprattutto studenti, domestiche slave e altre slave che domestiche non sono, raggruppate alla fermata del bus in pellicce bianche sintetiche e unghie laccate. Prima di farsi pagare il tassista scruta le bandane gialle e i cartelli dei fan appesi su un platano fuori dalle Rose. “Con il casale a Cesenatico, mezz’ora in auto da qui, cosa pensa che sia venuto a fare uno come Pantani alle Rose di Rimini? È una storia brutta di brutte amicizie. Una cosa è l’atleta, un’altra l’uomo”. Di fronte al residence dove Pantani è morto c’è una yogurteria, un negozio di vasi ceramiche e ninnoli con cartello “cedesi attività”, la pizzeria chiusa Rimet 70. Dietro al palazzo il lungomare, con lo stabilimento Bagno 62 che s’intromette fra i tanti che portano il nome dei proprietari, Pino, Silvano, Settimio e così via. Nella hall delle Rose non c’è Pietro, il ventiquattrenne portiere siciliano che per primo ha visto Pantani cadavere. Non c’è perché fa lo studente di Scienze politiche a Forlì e a lavorare qui ci viene di sabato. Non c’è nemmeno Sandro, il proprietario, ma una ragazza bionda di nome Silvia che tiene lontani curiosi e telecamere, dice che la questura le proibisce di accettare clienti. E tre suoi colleghi che assomigliano al Valentino Rossi prima maniera: capelli lunghi e orecchini.

«Sarà mica una fregatura ’sto Pantani. Ora non possiamo più far entrare nessuno».

«Oh, lo sai che mi ha intervistato uno di Sky? Ma lungo, il servizio, eh. Gli ho detto andiamo sul retro che sennò ci assalgono gli altri. I giornalisti».

«Io c’ho la Smart con l’adesivo del residence, che dici me la riprendono in tivvù?».

I tre siedono a uno dei cinque tavolini con tovaglia lilla distribuiti in una saletta che sembra il fast food di Happy days. Pavimento piastrellato celeste, due colonne scanalate con calce a vista e listarelle a specchio. Colori dominanti, ancora il lilla e il verdeacquamarina della scaffalatura con le chiavi degli appartamenti, dei poster con improbabili composizioni astratte, e del bancone a elle sovrastato da due file di ventidue bottiglie di whisky, blended, amari, creme varie. Magari Pantani ha scelto di fare colazione al tavolino davanti al doppio finestrone che dà sulla piscina vuota circondata da fioriere e sedie in plastica. Magari no. Intanto le tv locali lanciano in onda il docudrama del momento. Intervista all’anziano riminese: “È come se l’abbino ammazzato”. Quarantenne butterato di Senigallia che piange, calabrese trapiantato che azzarda: «Quando camminava lui, per le strade era faticoso». Primo piano del chiosco di mamma Tonina a Cesenatico. I genitori sono tornati dalla Grecia con la sorella di Marco. Il loro camper targato Forlì è appena sbarcato dal traghetto Superfast ad Ancona. Erano partiti martedì.

Il cuore di Pantani pesa 400 grammi. Lunedì 16 febbraio a Rimini ci sono 8 gradi centigradi, foschia, nebbia, vento. Il tratto di mare davanti alle Rose è poco mosso. Alle 11 arriva al residence il professor Giuseppe Fortuni, docente di medicina legale all’università di Bologna, nominato dal pm Paolo Gengarelli, titolare dell’inchiesta sulla morte di Marco Pantani. Fortuni è accompagnato da due assistenti. Fino a mezzogiorno e mezzo sono impegnati in un dettagliato sopralluogo nella stanza D5. Rovesciano i mobili, esaminano il bagno, spiano possibili tracce biologiche, trovano sangue e muco nasale sulle lenzuola. Si concentrano però sugli elementi che chiamano extracadaverici: quella polvere bianca, cocaina, ma forse anche eroina. Alle due di pomeriggio c’è il cadavere di Pantani ad attenderli per l’autopsia all’ospedale degli Infermi di Rimini. In sala, oltre a Fortuni e ai suoi colleghi ci sono un tecnico e due funzionari della scientifica con macchine fotografiche e videocamera. Via i jeans, via gli slip di Pantani. E per un’ora e mezzo si procede all’esame esterno del cadavere. Si studiano tracce di urina o feci, si trovano ecchimosi sulla parte sinistra della fronte, escoriazioni superficiali in varie parti del corpo. È probabile che Marco sia svenuto da posizione eretta, non c’è segno di una fase progressiva di malessere. Tutto è durato pochi attimi. Le escoriazioni dipendono dal fatto che l’ambiente è pieno di spigoli e disordinato. La caduta è stata provocata in uno stato di scarso equilibrio. Alle tre e mezza si apre il corpo, prima il torace poi l’addome. Infine la cavità cranica. Dopo averne valutato lo stato a vista, si pesano gli organi: fegato, polmoni, pancreas, stomaco, intestino, cervello, cuore. Il cuore di Marco Pantani pesa 400 grammi. Ma non è tanto il cuore a interessare i medici. Stupisce l’aspetto dei polmoni: il volume aumentato segnala la congestione che ne modifica la caratteristica consistenza spugnosa (detta “sui generis”). Da soffici che erano, gli organi sono diventati duri per la presenza di acqua e sangue. A questo punto si può avanzare l’ipotesi dell’edema polmonare. Ma anche di un secondo edema cerebrale visto che, aperta la scatola cranica, il cervello appare rigonfio di liquidi e schiacciato sulle pareti dell’involucro rigido. Le circonvoluzioni hanno perso il tipico aspetto a forma di cavolfiore, sono spianate. Per essere più preciso, Fortuni dovrà attendere i risultati del minuzioso prelievo d’una serie di tessuti biologici grandi quanto un dado da brodo. Materiali sottratti a visceri, naso e bocca tagliati a fettine di pochissimi micron (millesimo di millimetro), sottoposti all’aggiunta di coloranti e reagenti chimici, pronti per finire sul vetrino di un microscopio. Identica procedura per i campioni di urina, bile e sangue messi in contenitori pieni di formalina (liquido anticorrosione). Tutto deve essere conservato in frigo a -20 gradi centigradi. Fino alla conclusione di un eventuale processo. Quanto ai prelievi tossicologici, è meglio sondare prima gli elementi extracadaverici, più semplici da rintracciare perché in forma pura, più utili a indirizzare la ricerca. Se trovo traccia di coca sul tavolo di Pantani, so cosa andare a cercare nella sua cavità nasale. Se trovo antidepressivi sul tavolo di Pantani, so che li ritroverò nel suo cervello. Sessanta giorni a partire da questo lunedì 16 febbraio: è il tempo necessario ai medici per riassumere la meccanica della morte di Pantani e presentare una relazione scientifica al magistrato. Forse li useranno tutti, quei giorni. Forse chiederanno una proroga.

Dapprincipio la bicicletta fu la prosecuzione del cazzeggio con altri mezzi. Basso, minuto e scattante, a dieci anni Marco è una passabile ala destra nella squadra di calcio dei bambini di Cesenatico. In questo paese sulla riviera adriatica non è nato ma ci vive sin da piccolo col babbo Ferdinando detto Paolo, di professione idraulico, la mamma Tonina e la sorella Laura detta Manola che gestiscono assieme un chiosco di birra, piadine e Sangiovese. Quel chiosco su cui in questi giorni le telecamere stringono le inquadrature, per mostrare la parabola satellitare che consentiva alla Tonina di non perdersi le sgambate del figlio. A restare in panchina per lasciar spazio ai grandi Marco si stufa in un paio d’anni. Poi, dodicenne, nel 1982 scopre che le due ruote sono un’appendice non trascurabile dell’ego romagnolo. Scopre il gruppo cicloturistico del suo paese, il Fausto Coppi, e con una bicicletta da uomo a tre velocità si attacca ai suoi amici lungo la strada Cesenatico-Savignano e ritorno. Qualche giorno dopo il diesse della Coppi, Nicola Amaducci, gli rimedia la prima bici seria, una Vicini grigio metallizzata. Un anno ancora e Marco corre le prime gare ai giochi della Gioventù. Corre sulla Vicini rossa nel frattempo regalatagli da nonno Sotero e che tra gli urli della Tonina pulisce ogni giorno nella vasca da bagno di casa. La prima vittoria arriva il 22 aprile del 1984, a Case di Castagnole, categoria esordienti. Poi altre coppe a Serravalle, Pieve Quinta, Pieve di Noce. Dall’85 all’87 Marco fa due stagioni da allievo e una da juniores e, quando sulla salita Forlì-Monte Coronaro a piccoli scatti si lascia alle spalle il gruppo dei coetanei, qualcuno comincia a sospettare doti di scalatore. Quanti padri aveva Marco Pantani? A parte quello naturale, di sicuro c’è Vittorio Savini. Se non lo conosci, a vederlo accanto alla bara di Marco che si agita, sbuffa, impreca, diresti che Vittorio è un rude comprimario in cerca di applausi. Non è così. È lui il qualcuno che per primo ha visto un potenziale campione nel ragazzino riccioluto che attaccava le salite. Savini è il presidente del Club Magico Pantani di Cesenatico. È pelato come Marco. Ha mani enormi, e nere per via del grasso delle macchine che ripara nella sua autofficina in via Saffi 11, a pochi passi dalla piazza con la statua di Garibaldi che però è intitolata a Carlo Pisacane. Savini è stato per tre anni direttore sportivo di Pantani.«Ho cinquantanove anni, andavo a scuola con Paolo, il padre di Marco, mia figlia ha trentatré anni, potevo essere un secondo padre di Marco e per il bene che gli ho voluto lui si considerava un mio figlio. Mi ha dato tante soddisfazioni. Alla festa dei miei cinquant’anni mi ha regalato una pergamena che ancora tengo qui in ufficio. Avevamo un rapporto da amici e gentiluomini. Voglio ricordarlo sulla bici per le Alpi francesi con il sorriso, che mi dice: oh Vittorio, ci sei anche tu qui oggi. Ero con lui quando ha preso la prima maglia rosa, c’erano anche i genitori che volevano accompagnarlo a casa ma lui disse no, vado in macchina con Vittorio anche se lui corre poco. Perché lui amava le macchine veloci. Era forte, troppo forte per tutti. Anche se troppo sensibile nella sua vita privata, troppo buono. Di certo un gran professionista nel lavoro. L’ultima volta che io e Marco abbiamo parlato è stato un paio di mesi fa. C’era ormai poco dialogo. Praticamente domanda e risposta secche. Sapevamo tutti dei problemi di Marco, delle sue debolezze. Ma purtroppo le amicizie più vicine erano quelle che ne sapevano di meno. Il suo malessere viene da Madonna di Campiglio, quell’ematocrito del ’99 lo ha allontanato dalla vita. Dopo Madonna di Campiglio lui mi ha anche accusato. Voleva che il Giro si fermasse. Io gli ho detto che sbagliava. Sono un uomo di ciclismo e credo che quel che stava accadendo nulla avesse a che fare con lo sport. Lui mi ha accusato: tu dovevi tener chiusa la strada. Forse aveva ragione lui. Da allora è maturato il distacco tra di noi. Io gli dicevo: verrai al mio funerale e piangerai, perché in fondo ce l’hai con me. E qualche volta Marco veniva in questo piccolo ufficio, alla sera quando chiudevo, e si parlava di tutto: del bene e del male. Lui si confidava, cercavamo di sistemare le cose. Quando è diventato grande, famoso, ha preso a gestirsi da solo. Ma io gli son sempre stato vicino, cercavo di spiegargli che la vita non finisce con la perdita di un Giro, che era più importante andare avanti a testa alta poiché non avevamo fatto niente di male. Il fatto è che mi urlava: io domani devo andare in questura! Adesso cosa mi dici? Tu mica devi andarci. Queste erano le sue parole. Aveva ragione. Poi sono arrivati gli amici cattivi di Cesenatico, quelli con la droga. Marco si vergognava. Con me non ne voleva parlare. Lui temeva che io sapessi, nascondeva la sua difficoltà e per me evitare il discorso era l’unico modo per continuare a stargli vicino. Una volta però gli dissi: se non ti do due sberle io non te le dà nessuno. A quel punto si rese conto che io ero a conoscenza che si drogava. E ha smesso di telefonarmi».

A viale Regina Elena c’è il minuscolo 105 Wine caffè dove il caffè sarebbe meglio schivarlo e il corpulento Giovanni, gestore, assicura che Pantani a Rimini non ci veniva quasi mai. Se attraversi, fai duecento metri in direzione piazza Tripoli e svolti a destra verso il lungomare trovi una pizzeria all’angolo che si chiama Rimini Key. Apre all’ora di pranzo ma il proprietario è lì dalla mattina. Oliver Laghi ha trentasei anni e per una settimana ha sfamato Marco Pantani, senza sapere che stava cucinando per il suo ciclista prediletto. Da lunedì 9 a venerdì 13 ha fatto arrivare alle Rose pizze al pomodoro e frittate per il cliente della stanza D5. Una volta scoperto dal portiere del residence chi era il destinatario delle pietanze («Mavalà che mi prendi in giro!»), venerdì sera ha deciso che ’stavolta l’omelette al prosciutto e formaggio gliela portava direttamente lui dopo averla preparata con le proprie mani. E gratis. Mentre il padre di Oliver staziona davanti a un tavolo deserto e ripete il suo quinto «Dio bono che balle», il figlio ammette che nonostante l’emozione s’è accorto che di fronte a lui c’era un uomo stanco, provato, il viso inespressivo e gonfio. Era la prima volta che poteva parlarci dal vivo, alle otto e mezza sulla porta della camera: «Coraggio, che sei sempre il più forte». «Grazie». Sorriso di Marco, pacca di Oliver sulla spalla del campione. Oliver che va fantasticando di diventare amici sul lungomare d’inverno a forza di omelette, si dimentica di strappare un paio di autografi per i suoi due figli, però si ricorda che «oggi è san Valentino. Questo magari c’ha una russa dentro al letto, lasciamolo in pace». La russa non c’era, ma Oliver spiega che a Rimini «se hai una bella donna per le mani vai alle Rose o al Grand Hotel». Lui li vede, d’estate, quelli sempre bene accompagnati che ci parcheggiano le Jaguar, le Ferrari, le Mercedes, «magari prese a noleggio». Anche Oliver è stupefatto per la morte di Pantani. Secondo lui l’hanno perseguitato tanto da farlo suicidare. «Ma non lo diranno mai, vuoi che non avesse un’assicurazione sulla vita? Quando te li danno i soldi se ti uccidi». La colpa della sua depressione, dice, è del cicloscommesse della Snai, nato proprio quando Pantani stava dominando il Giro del 1999. Qualcuno si è arricchito con l’improvvisa squalifica del pirata a beneficio di Gotti. Chissenefrega del doping, tanto è roba che riguarda tutti gli atleti. Ma «se beccano uno spacciatore tunisino quello si fa una notte in gabbia e poi esce. Marco la droga non la vendeva, la prendeva e basta. E guarda cosa gli hanno fatto», conclude Oliver. Suo cognato Pasquale lavora tutti i giorni tranne il martedì con moglie e figlia nel bar il Nuovo Fiore, al 67 di viale Regina Elena, venti metri dalle Rose, sul lato opposto della strada.

Venerdì 13, nel primo pomeriggio, Pantani è sceso qui a prendere un caffè. «Vestito sportivo», i jeans e la felpa logora già notata dal portiere del suo residence. «Mi son detto: questo sembra Pantani ma in brutto. Invece era lui». Pasquale ce l’ha con i giornalisti che hanno indicato nella strada del suo bar un luogo di spaccio e prostituzione notturna. Falsità. «Sono cinque chilometri di gente per bene, negozianti, albergatori, ristoratori». Per lui Marco non voleva ammazzarsi e quegli amici che si vantano d’avergli fatto una rete di protezione «parlano oggi per sgravarsi la coscienza».

Per conoscere il terzo padre di Pantani bisogna andare a Forlì, meglio se in treno. Viaggiare sulle rotaie per la pianura di Romagna certifica come cielo terra e mare, in inverno, possano convivere in solidale orizzontalità. Manca la perpendicolare tracciata dal sole estivo allo zenit, la nebbia agevola la dissolvenza incrociata fra gli elementi. A Forlì abita Giuseppe Roncucci, 69 anni. «Il personaggio più importante della mia vita a livello ciclistico», diceva Pantani che, nel ’90, dopo un anno da dilettante nella squadra Rinascita di Ravenna (vince due tappe della calabrese Sei Giorni del Sole), approda alla Giacobazzi di Modena diretta da Roncucci, più noto come Pino. A casa sua c’è anche Gino Garoia, 59 anni, factotum di un’antica squadra forlivese (Scat), anche lui ha visto crescere Marco. Otto vittorie nel biennio ‘90-’91, il secondo posto al Giro d’Italia baby, subito dietro a Francesco Casagrande. Nel ’92 Pantani stravince le due tappe Verona-Cavalese e Cavalese-Alleghe, stavolta il Giro dei dilettanti è suo. E il 5 agosto diventa professionista. Garoia racconta di quando Marco, ancora esordiente, vinceva le prime gare in salita «dove faticavano anche le macchine». Come la Forlì-Monte Coronaro. A Forlì Pantani lo si conosceva come un giovanissimo corridore che la domenica arrivava e si faceva notare. Fu Vittorio Savini a presentarlo a Pino, alla fine dell’89. «Dirigevo la Giacobazzi già da vent’anni. metterlo in squadra. Un paio d’incontri e fu dei nostri”. Quando i maligni insinuavano che il ragazzo dava il meglio in salita e si spegneva in pianura, Roncucci ricordava le sue vittorie sulle corse in linea: “Non era bravo solo in montagna. Gli ho sempre detto che nessuno ha fatto di lui un corridore. Lui è nato corridore, doveva ringraziare soltanto suo padre e sua madre per quelle doti di recupero in salita eccezionali. Era nato per le corse a tappe”. Niente da dire sul carattere forte di Marco, “ragazzo con cui mai un problema, ragazzo d’oro, ascoltava, assorbiva e decideva in solitudine. Aveva sempre idee chiarissime. Ha sempre detto: “Pino, o divento un campione o smetto di andare in bicicletta, non voglio correre per correre”.

E’ con la migliore opinione di sé che Pantani, nell’estate del ’92, si fa accompagnare da Pino nell’ufficio di Davide Boifava, il patron della Carrera Tassoni che lo vuole tra i suoi professionisti e lo provoca per i suoi capelli lunghi: “Quando vieni a correre con noi te li tagli”. “Perché, qui si vince solo coi capelli corti?”. Il meglio arriva al momento di firmare il contratto, stipendio superiore al minimo, zero clausole. Marco scuote la testa.

«Qualcosa non va?».

«Che succede quando vinco il Giro d’Italia e il Tour?».

«Ma non sei ancora professionista!».

«Chi te lo dice che non li vinco?».

A quel punto si rovescia il tavolo o si riscrive il contratto. Boifava fa riscrivere il contratto con le clausole richieste dal ragazzino.

Nella sua testa Pantani aveva già deciso che sarebbe stato un campione. Gino racconta di quando lo accompagnava a casa dopo le corse. Lui diceva, da dilettante, che era certo di diventare il migliore «ma una cosa è sicura, non invecchierò sulla bici. Dopo i 30-31 smetto». Il carattere del ciclista lo vedi quando si alza la mattina del giorno in cui gareggia. Lui sereno come nessuno, e c’è gente che non dorme la notte, non mangia, sempre a pisciare per l’emozione. Marco arriva e si piazza davanti a un piattone di spaghetti al miele o con la marmellata.

Gino: «Mi ricordo che gli dicevo: così fai vomitare».

Lui: «Tu non sai di quanti zuccheri avrò bisogno oggi io». E manda giù lentissimo «per assimilare piano piano». Poi c’è il capitolo delle «pippe infinite sulla bicicletta». Pignolo da morire, Marco «rompe i maroni e non poco. Due palle così: alza la sella abbassa la sella, cambia il manubrio modifica i rapporti. Vero Pino?».

«Vero».

Pino tira fuori il libro L’uomo venuto dal mare (piccolo editore romagnolo, 1996. Dedica: A Peppe con riconoscenza. Marco Pantani). E attacca: «L’ho fatto correre poco, in previsione del Giro d’Italia. Smetteva prima e iniziava dopo degli altri».

Gino: «Però quanto era introverso, ma generoso come pochi».

Pino: «In tre anni mai una discussione».

Gino: «Marco evitava le serate conviviali tra ciclisti, preferiva gli amici, quelli delle sassaiole per strada da bambini, buoni o cattivi che fossero non li ha mai rinnegati. Dico bene Pino?».

«Dici bene».

«Ma se t’incontrava per strada era lui a chiamarti. E mica era l’ultimo arrivato. Era di una semplicità. L’ultima volta l’ho sentito al telefono il 14 gennaio, il giorno dopo il suo compleanno. Cordialissimo, era già messo male». Pino ricorda la festa di Cesenatico dopo la vittoria del primo Giro d’Italia. Il palco, Marco con Romano Prodi che avanza e si ferma a salutarlo e lo stritola con un abbraccio. «Slanci fantastici».

Gino: «Anch’io avevo con lui un rapporto padre-figlio. Mi ricordo che quando vinceva con la Giacobazzi nessun giornalista scriveva abbastanza di lui. Quando vinse il Giro da dilettante (lo incontrai dalla Tonina al chiosco delle piadine prima che partisse: quest’anno vado per vincere, promise), non lo trattavano con lo stesso interesse dedicato per esempio a Casagrande. Allora io ho mandato un fax incazzoso a Vianello, che presentava il Giro: parlate bene di tutti i giovani tranne che di Pantani. Non lo lessero, ma quando sulle Dolomiti Marco vinse, sul palco Vianello tirò fuori il mio messaggio: c’era uno che credeva in te. Poi ha fatto la fine che ha fatto. Una fine da solitario. Un orgoglioso».

Pino ha trascorso l’estate scorsa a quattro chilometri da casa Pantani. «Son passato un’infinità di volte dai genitori di Marco. Hanno fatto il possibile per lui, volevano farlo ricoverare. Quando sento le porcherie che girano su di loro... persone disperate. Pantani era un numero uno e lo è stato fino in fondo senza ascoltare né i genitori né gli amici. Nessuno è riuscito a indirizzarlo, Marco».

Gino: «Ricordo la frase della Tonina, quando ci ha visto all’indomani della morte di Marco: Avete visto ha voluto vincere da solo anche stavolta. Un vincente, non ha dato retta a nessuno e ha fatto quello che gli è parso. Frase eloquente. Era capace di chiudersi per giorni dentro casa, convinto di risolvere i suoi problemi da solo. La droga? L’ospedale? Mai voluto starci, in clinica. Diceva: in ospedale ci si va per morire».

«A ne so se uì serà un elt dé». Non so se ci sarà un altro giorno, avrebbe detto Marco la sera prima di crollare a due riminesi incrociati sul pianerottolo del residence. Il portiere notturno di un albergo qualsiasi suggerisce: «La coca la trovi soprattutto a Marina centro, le pasticche al Prince o in qualsiasi altra discoteca della riviera. Qui i locali sono tutti puliti e tutti no. Dipende da cosa cerchi. Pantani c’è cascato. Intanto da Milano è arrivato in macchina, forse accompagnato da gente del giro suo. Figurati se era il tipo da farsi Milano-Rimini in treno. Poi, la roba, è facile che ce l’avesse con sé. Almeno un po’. Le Rose? Uno coi miliardi che aveva Pantani è strano che finisca lì”.

In effetti Pantani a Rimini arriva in una macchina con autista ingaggiato a Milano. Si fa lasciare a viale Regina Elena. «Quale albergo, signore?». «Ferma qua dove capita, so io dove andare». E poi non è vero che Marco si barrica da subito nel suo monolocale.

Martedì 17 la moglie del proprietario delle Rose viene richiamata apposta dalla casa in montagna in cui si è rifugiata per sfuggire ai cronisti. Viene richiamata dalla squadra mobile di Rimini perché ripeta quanto aveva detto al primo interrogatorio: «Il giorno del suo arrivo, Pantani ha incontrato una persona elegante. Per pochi minuti nella sua camera». In questura sanno che la droga Pantani la trovava dappertutto: a Rimini come a Cesenatico e Ravenna e Milano. Il pm non lo dice ma si sa che sta aprendo un fascicolo ipotizzando la morte di Pantani come «conseguenza di un altro reato». Lo spaccio. C’è un uomo senza volto da cercare ma anche una frase su cui riflettere.

Pantani diventa quasi subito il Pirata che sale su ogni montagna come a scalare il suo personale Olimpo. Ma all’inizio se ne accorgono in pochi. Nel ’94 fa il gregario di Chiappucci ma lui è «uno che vorrebbe tutto e subito» e quindi, al Giro, lo ridicolizza nelle tappe di Merano e dell’Aprica (e alla fine si piazza secondo in classifica). Al ritorno a casa offre Chardonnay agli amici. L’anno dopo segue il Giro in poltrona: il primo maggio si sta allenando sulla via Emilia direzione Rimini, quando una Fiat Punto gli va addosso e a momenti l’ammazza. Diagnosi: trauma cranico non commotivo con ferita lacera sulla regione temporale destra e alla regione sacrale, escoriazioni varie. Quanto basta per dimenticarsi la maglia rosa e aspettare il Tour de France. È sui monti francesi che la sua pelata s’insinua nella memoria storica degli arrampicatori di rango. Primo sull’Alpe d’Huez. Primo alla Guzet Neige, sui Pirenei. Gli appassionati scoprono il nuovo Charly Gaul, il ventiquattrenne avatar di Fausto Coppi ma con le orecchie a sventola e lo sguardo strafottente. Gli organizzatori del Tour lo chiamano dumbo e gli regalano un puledro nero di taglia piccola. Nel ’96 Pantani praticamente non gareggia perché a sette chilometri dal traguardo della Milano-Torino una Nissan bianca che va contromano lo centra regalandogli una frattura esposta e scomposta di tibia e perone della gamba sinistra. Marco incassa bene (‘È sfortunato chi perde una gamba”) e s’innervosisce appena quando l’investitore, commerciante in frigoriferi, va a trovarlo in ospedale e si lamenta per la macchina sfasciata.

Prima di morire, alle Rose, Marco ha il tempo di scrivere alcune righe sulla carta intestata del residence. «Colori, uno su tutti rosa arancio come contenta. Le rose sono rosa e la rosa rossa è la più contata». E ancora: «Con tutti Marte e Venere segnano per sentire». Inquirenti e psichiatri parlano di frasi sconclusionate di un uomo a disagio. Dettata o meno dal caso, la composizione si può leggere così:

Colori (titolo)

Uno su tutti rosa arancio (novenario)

come contenta (quinario)

Le rose sono rosa e la rosa rossa (endecasillabo a maiore)

è la più contata (senario)

Con tutti Marte e Venere segnano (endecasillabo a minore, se si considerano le due “e” in successione come un’unica sillaba)

per sentire (quadrisillabo)

«Il Club Fausto Coppi chiede ai soci e a tutti gli amici la disponibilità a presenziare a gruppi di quattro persone, dalle 15 e 45 di martedì 17 febbraio alle 8 di mercoledì, al picchetto d’onore per la veglia funebre dell’amico Marco».

È scritto sul manifestino appeso alla vetrina del Bar del Corso Cesenatico.

Martedì è il giorno in cui a Cesenatico viene allestita la camera ardente per Marco Pantani. Appuntamento alla Chiesa parrocchiale di San Giacomo Apostolo. Un cartello ne fa risalire la nascita al XVIII, ma la prima costruzione è del 1324. L’edificio venne ricostruito nel 1500 e poi, nel 1763, fu definitivamente sistemato dall’architetto Pietro Borboni. L’ingresso principale dà su via Giordano Bruno, sul Porto canale leonardesco, vanto cittadino. Sulla facciata, sopra una Madonna di marmo aureolata di rose che a sera s’accendono di rosso, la scritta Ave salus populi. Appena entri, prima dei dipinti religiosi di Guido Cagnacci vedi un manifesto rosa appeso in bacheca. È la pubblicità di un convegno tenuto ieri a Cesena da Adolfo Morganti, psicoterapeuta responsabile del Gruppo di ricerca e informazione socioreligioso della diocesi di Rimini. Titolo: «Harry Potter e gli psicofarmaci. Magia, superstizione e spiritismo». Illustrazione di corredo, alcune carte dei tarocchi: il matto, la papessa, l’appeso, l’imperatrice. In pratica la fenomenologia degli ultimi giorni di Pantani. Il matto Marco e la sua papessa bianca in polvere, il Marco morto e la sua signora morte.

All’una la chiesa è ancora vuota, sul tavolo di legno davanti all’inginocchiatoio che guarda la seconda nicchia a sinistra c’è un libro con la copertina gialla, la scritta Cesenatico con il suo campione, una foto di Pantani che taglia il traguardo in bici, la bocca aperta, le braccia alzate, indosso la maglia rosa del Giro. Dentro, i primi due messaggi su inchiostro blu: «Ciao Marco, tanta serenità», firmato Umberto M (Roma) e «Ciao Pirata» Nadia T.

Per cogliere i preparativi al lutto di Cesenatico basta curiosare in viale Mazzini alla sede del Club Magico Pantani, quello presieduto da Vittorio Savini. Alla terza pacca sulla spalla smette di singhiozzare l’anziano signore sopraggiunto in bici nonostante i 4 gradi centigradi («L’han lassiato morire»). Una mamma con figlio piccolo: «Quando arriva Pantani?». «Presto».Via vai continuo davanti alla vetrina dell’associazione. Colore dominante, il giallo-Pantani. Il giallo degli infissi, dei poster, della bandana con autografo appiccicata su una bandiera nera con lo stemma dei pirati. Il giallo dei fiori e della tela del 1998 con scritto «agli amici del club. MP». Accanto all’ingresso una tavola di compensato: «Caro Marco Cesenatico è più povera». Nei locali s’intravede una vetrinetta con trofei, sopra il bancone le maglie rosa gialla azzurra incorniciate. Un manichino femmina in divisa da ciclista. Un tronchetto brasiliano dalle foglie larghe. Seconda mamma con figlio piccolo: «Voglio vedere Pantani». «Pantani è in cielo».

In attesa della bara di frassino chiaro con la salma di Pantani, al bar del Corso si gioca a carte. Soprattutto gli anziani, sotto una fila di poster di Pantani incorniciati e listati a lutto con un nastro trasversale nero.

«Mi chiamo Giunchi Giovanni detto Bucci». Non sai se è un vezzo ciclistico oppure una delizia provinciale il fatto che qui ci si presenti cognome-nome come in caserma. Bucci ha 74 anni ed è il decano del Fausto Coppi. Uno di quelli che hanno messo Marco per la prima volta su una bicicletta da competizione quando era un bambino («Piano piano è diventato un grande»). Bucci fa ancora la marcialonga e quindici giorni fa, racconta fiero, all’arrivo a Cavalese per 150 metri, quando lo speaker ha annunciato «sta arrivando Giunchi Giovanni di Cesenatico», la gente gli urlava «vai Pantani vai!». E qui capisci che un fuoriclasse non appartiene mai completamente a se stesso. E siccome Marco fuoriclasse lo era, nemmeno lui è sfuggito all’appropriazione dei suoi vicini.

«Veniva a mangiare a casa mia, lui amava i funghi. Usciva con mio figlio Fabio, andavano al bar e al ristorante. Non lo vedo da un anno. Da quando ha finito l’ultimo Giro d’Italia si è fatto vedere sempre meno. La bomba gli è scoppiata dentro a Madonna di Campiglio. Quel giorno ero a funghi, mi telefonò mio figlio mentre ero in mezzo a un bosco. Mi scoppiava la testa a me, figuriamoci a lui. Lo hanno ammazzato lì. Da quel momento non c’era più. Se lui ha preso della droga, se ha preso quello che ha preso, non conta niente. Io non ci ho mai creduto che a Cesenatico girasse droga, robaccia. Sono quarant’anni che vado in bicicletta, non ho mai visto cose simili al doping, solo fatica e sacrificio. Amicizie strane? Valà. Non conta niente. Prima era sano e tranquillo. Poi non ha più saputo reagire. Ci hanno provato, ad aiutarlo. Ma se in un anno lui viene solo quattro o cinque volte a casa tua, poi niente, che fai? Ti danno un numero di cellulare e non ti risponde, non c’è mai. A quel punto non lo cerchi più. La famiglia al suo figliolo ci ha sempre voluto bene. Quando è arrivata la notizia della morte eravamo in 120 della Coppi a cena che ci raccontavamo barzellette, siamo sprofondati nella tristessa». Lo interrompe un amico: «Pantani a Cesenatico era uno che gli volevano bene tutti. Si faceva volere bene. Qualcuno ne ha approfittato, era un bravo ragazzo. Gli han portato via il Giro d’Italia e lui ha cambiato. Ha cambiato allontanandosi da noi e da Cesenatico. Oggi mi commuovo, lo amavo, ci ha fatto divertire. E’ finito tutto, finito lui finito il ciclismo». Conclude Bucci: «Non so se era preparata, se dava fastidio a qualcuno: sì forse “ha pistà i pié a qualched’un”», altrimenti non lo cacciavano via.

Bucci lascia la bici davanti casa, monta sulla jeep e parte verso la villa dei Pantani a Sala. Pochi tornanti dalla stazione di Cesenatico per raggiungere tra campi bassi di fieno la costruzione in mattoni rossi che guarda gli Appennini e dà le spalle all’Adriatico. «Non era mica ingrassato, negli ultimi tempi. Era solo gonfio». Di fronte alla villa di Paolo e Tonina c’è gente in silenzio che presidia un santuario fatto di biglietti con pretese poetiche, foto, bandiere, bandane. Come quella dell’inconsolabile idraulico di Longiano. Come la sciarpa del Napoli calcio impalata sulle picche del cancello con la sua scritta «Si state ’o primme ammore».

Un uomo sulla sessantina, in mano la bomboletta spray, scrive in rosso sull’asfalto «Sarai sempre il 1°». Un altro traccia un cuore nero.

Al ritorno da Sala, Bucci punta verso la sede del Coppi per accompagnare in chiesa Zavalloni Delio. Delio sembra un incrocio tra Toto Cutugno e Gigi Maifredi, ma con più rughe e senza pancia. E’ in tuta, insegna ciclismo ai ragazzini del paese. «Quando un animale è ferito si avvicina a casa. Per questo marco era a Rimini, venti chilometri da qui. Gli amici veri, quelli che hanno fatto la scuola con lui o che erano nella juniores della Fausto Coppi non son stati capaci di avvicinarlo. Io lo cercavo come testimonial del meeting che faremo a settembre, ci saranno duemila ragazzi. Volevo ricucire gli strappi. Ma lui un giorno era qua, un giorno era là. Inavvicinabile. Niente da fare. Ultimamente gli addetti ai lavori speravano di salvare non l’atleta ma l’uomo. Adesso piangiamo l’uomo, ma non si cancella ciò che ha fatto l’altleta. L’ha rovinato la bolgia del professionismo, come avviene nel calcio». Il carro funebre con la salma arriva a Cesenatico alle 16 e 21.

A raccogliere le ossa di Marco per rimetterlo in bici, nel ’96, è il fisioterapista Fabrizio Borra. Un grande. In questi giorni è meglio non cercarlo: lui di Marco era davvero amico e la litania degli intimi dell’ultim’ora gli fa schifo. Borra gestisce il Medical Center di Forlì, dove oltre a Pantani sono passati Barrichello, Cipollini e altri. Te ne accorgi perché all’ingresso del centro c’è la tuta rossa con cavallino rampante e dedica; c’è la maglia iridata del velocista toscano con dedica, c’è la casacca gialla del Pirata con dedica. Fabrizio infila la gamba di Marco in un sacco di plastica e lo fa correre in piscina per mesi. Una tortura miracolosa. Nel ’97 Pantani torna in gara al Giro con la maglia della Mercatone Uno, che non lascerà più. Al centottandaduesimo chilometro incrocia un gatto, cade, si rialza e chiude la tappa con il bicipite femorale sinistro a pezzi. Ancora un ritiro. Ma al Tour si riprende l’Alpe d’Huez e Morzine e arriva sul podio (terzo). E’ pronto per l’Olimpo.

I giornali locali sostengono che Pantani conoscesse bene la zona tutt’attorno alle Rose. In particolare la birreria Lord Nelson al civico 72 di viale Regina Elena, locale a forma di nave con sette televisori appesi sulla boiserie assieme ad ancore e finti timoni in legno. Il giovedì sera al Lord Nelson danno la partita di coppa Uefa dell’Inter. Clienti pochi e per lo più maschi sulla trentina attirati dalla serata sexy tequila prevista dopo il match di calcio. Ti aspetti un colpo di coda della Rimini by night d’inverno, qualcosa di ruspante e lontano dal vippaio estivo delle discoteche fighette. Ti immagini Pantani che una settimana fa poteva sedersi su uno di questi divanetti tappezzati di verde.

Poi capisci che il posto è troppo sfigato anche per quel che resta del Pirata: l’unica cameriera, poco più che ventenne, ti annusa quando entri e pretende di riconoscere il tuo profumo anche se il profumo non lo usi; la serata sexy si esaurisce nei sorrisi poco convinti di due truccatissime grisette che, in tenuta di pelle, tra le mani il vassoio coi bicchierini pieni di tequila, s’avvicinano educate e quasi ti pregano di mandar giù un goccio. Altro che Pineta. Qui non trovi le firme dei cantanti, degli attori, di Vieri e Ronaldo sulle foto appiccicate ai muri. Qui non ci viene nessuno a ballare fuori stagione (come di recente ha fatto Jamiroquai ospite del gestore del Pineta, Alberto Maioli, un marziano che lavora di notte e veglia di giorno).

«Ora c’è rimasto soltanto Zac», dice il tassista che dalla stazione di Cesenatico dirige a Macerone, pensando all’allenatore dell’Inter che perde con regolarità ma questo basta perché si parli della Romagna. «Io c’ho la mia idea: Pantani l’hanno perseguitato perché con la Mercatone Uno vinceva troppo». Lui Marco l’ha visto un mese fa davanti a un bancomat, appesantito per via della palestra. «Serate strane ne ha sempre fatte, tutti sapevamo che si allenava poco prima delle gare. Ma lui era fatto così. Però era generoso, al bar offriva sempre lui. Era sensibile all’opinione che la gente si faceva di lui. Cattive amicizie ce n’erano eccome, anche per questo non andava d’accordo col padre. La gentaccia era di qui, la conosciamo bene, nomi e cognomi. Speriamo che li prendano i poliziotti». Nomi? «Ah no. Nomi non li faccio».

Macerone è poco meno di un paese a sedici chilometri da Cesenatico (altrettanti minuti per arrivarci in macchina).

Al cinquemila e qualcosa della via del Mare tra Ruffo e Villalta c’è la parrocchia del Sacro Cuore di Gesù. Chiesa moderna, odore d’incenso e candeggina rovesciata su pavimento da due anziane del posto che comunicano da una navata all’altra urlando in dialetto. Don Agostino Tisselli viene trafelato da una parrocchia vicina dove ha appena celebrato un rito funebre. Bassissimo, occhi celesti, lineamenti tondeggianti da bretone in miniatura, i modi spicci del pedagogo. Marco Pantani è stato battezzato comunicato cresimato a San Giacomo apostolo di Cesenatico. «Aveva due anni quando l’ho visto in chiesa, nel ’72. Io ero il cappellano e avevo 26 anni. All’epoca con don Ernesto Giorni fondammo un’opera educativa per 12 mila parrocchiani. Ogni giorno eravamo pieni di ragazzini che sostavano qui nel pomeriggio. In centinaia vivevano con noi dalle due alle sette della sera. Studiavano, poi li riunivamo per la preghiera del vespro, poi ancora attività culturali. Naturalmente c’erano anche Marco e i suoi coetanei. Diventai suo amico. Insegnavo alle medie, ma non a lui». Marco cresce in un ambiente nel quale il sacerdote è parte integrante della famiglia e guai se così non è. Perché, si creda o meno in Dio, nel Pantheon di provincia assieme al campo di calcio e alla bici difficilmente manca l’oratorio. «Ho seguito Marco nelle tappe più importanti della sua vita. L’ho sempre visto come un figlio tra i figli. Aveva un fisico straordinario e Paolo e Tonina non l’hanno ostacolato nella sua passione per la bici. Per esempio quando ha smesso di andare a scuola nessuno gli ha detto niente».

Don Agostino è fuori da Cesenatico da 14 anni ma gli piace tornare spesso lungo il Portocanale per pregare e meditare alla fine della giornata. Con l’occasione ascolta «la gente che mi vuole parlare». Anche Marco. «Poteva cercarmi quando voleva. Quella volta tornava dal suo primo Giro d’Italia. Mi sollevò da terra e, trionfale, disse: Agoo! Voleva condividere il successo con me. Auguri Pantani Marco, gli dissi. E lui: quale Pantani, io sono Marco». Dopo uno dei tanti incidenti, Marco viene invitato con un suo quasi coetaneo, ragioniere poi prete, don Giovanni, alla premiazione dei tornei della Società dell’allegria. «Venne con le stampelle. Gli chiesi, davanti ai bambini, come va? Lui disse che era molto più difficile accettare i propri limiti che non scalare le montagne. Un mito». Nel ’98 il terzo incontro «al mio centro estivo per bambini, era con un suo amico, sopra uno scooterino. I bambini vedevano che parlavo con lui e quasi non ci credevano. Allora dissi: è proprio lui, andate a sedervi in riva al mare. Chiesi a Pantani cosa ci vuole per diventare grandi. Sul suo volto si aprì un sorriso umile: un grande allenamento. Ci vuole pazienza e sacrificio (che per me vuol dire dedicare la propria vita a qualcosa, sacrum facere, ma lui non disse così), poi delle regole da seguire con un maestro che ti guida».

Quando don Agostino aggiunge che negli ultimi anni 70 e nei primi 80 la droga a Cesenatico dilagava e allora lui ha fondato una cooperativa di pesca per i tossicodipendenti che nemmeno le migliori comunità di recupero; che con don Giancarlo, organizza da trent’anni pellegrinaggi a piedi da Macerata a Loreto e che don Giancarlo un anno gli chiese: perché non mi mandi Marco a parlare alla folla («migliaia di persone»); che entrambi hanno insistito forte con la famiglia di Marco («andammo pure al chiosco della Tonina»); che «Marco era un nome grande, ma capace di dire cose semplici in grado di impressionare il cuore della gente»; quando ti dice questo sei tentato chiedergli dov’erano lui e don Giancarlo mentre Pantani si congedava dalla vita dei nati bene per vivere la sua discesa agli inferi. «Come educatore ho un gran rispetto per le persone, non è che le vado a cercare. Vengono loro: non c’è risposta più inutile di quella che si dà a una domanda che non viene posta. Pedagogicamente parlando non è sempre conveniente proporre il proprio aiuto a qualcuno che non te lo chiede. Se uno ha mangiato dolci fino alle quattro di pomeriggio e tu lo inviti a mangiare una torta non rispondi a una sua esigenza». Ecco. «Io Marco l’ho rivisto e salutato due anni fa al funerale di un giovane morto in un incidente, un certo Pazzavolta Matteo. Ci salutammo cordialmente. Credo di essere rimasto sempre nella sua vita. Il primo sacerdote cui hanno telefonato dopo la morte di Marco sono io. Mi ha chiamato sua sorella Manola, subito. Ha detto che dovevo assolutamente andare al funerale, unica persona in grado di parlare di Marco. Poi tutto ha preso le dimensioni di un grande fatto ed è venuto il vescovo di Cesena».

I cronisti sportivi invocano il fantasma di Gianni Brera, per trovare le parole migliori mentre Pantani si mangia l’asfalto del Giro e del Tour. E nessuno lì a tenergli dignitosamente la ruota. Come Coppi nel ’49 come Coppi nel ’52. Quarantasei anni dopo l’ultima accoppiata di un italiano, trentacinque dopo la vittoria di Gimondi, il Pirata con la gamba sinistra più corta di otto millimetri, con la sciatica permanente, a piccoli strappi vince una tappa dopo l’altra. «In salita corro per abbreviare l’agonia», confessa lui, e intanto diventa miliardario e scopre di avere più amici di quanti ne ricordava. Quelli autentici si chiamano Antony Battistini, che correva con lui da ragazzino e ora guida il taxi, Andrea Agostini (pure lui un passato da ciclista, poi addetto stampa di Marco), Jader che racconta barzellette, Jumbo che fa il dj e a vederlo sulla sua Harley in tenuta da tamarro, vestito solo di pelle, con quel pizzo strano, non diresti mai che è uno di quelli più a posto. «I bastardi erano in giacca e cravatta», dicono loro oggi. I bastardi sorridono quando Marco si lancia nel corpo a corpo con la droga. Sorridono e gli rimediano la roba. E rimediano inviti a cena, a ballare e sballare nel puttanaio estivo della Romagna e nei rigurgiti d’agosto che stravolgono il clima d’attesa nella riviera d’inverno.

Dal ’98 il Pirata diventa irrinunciabile anche per la Bianchi, sua fornitrice, che grazie a lui vende un 30-40 per cento in più di bici da corsa (prezzo: un milione e mezzo di lire), il 10-15 di mountain bike, tutti i 101 esemplari del modello da collezione “101” (dal numero di pettorale di Pantani al Giro) a nove milioni di lire al pezzo. Indimenticabile, Marco, anche per i media che gli scavano dentro alla ricerca di curiosità, vezzi, hobby, vizi. Il ritratto: un omino di un metro e settanta per 57 chili con bandana sulla fronte e due orecchini dorati ad anello, che ama il colore giallo, la pesca, la caccia, il Milan, Diego Armando Maradona, Jack Nicholson, Sharon Stone, Vasco Rossi, Ramazzotti, Raf, Charlie Parker, gli Spandau Ballet (la sera del suo ventottesimo compleanno l’art director del Pineta, Davide Niccolò, gli fa conoscere Tony Hadley appositamente invitato in discoteca), Alessandro Bergonzoni, la pizza, la piada, la Coca-Cola, il Trebbiano, il Sangiovese, le macchine, meglio se veloci (la prima, una Ritmo che sfascia su un muro a diciott’anni), Venezia, le spiagge tropicali, il karaoke (intona volentieri Gente di mare di Tozzi-Raf e Io vagabondo dei Nomadi).

Il Rose&Crown è il primo pub all’inglese aperto in Italia. Nel 1964. Almeno così sostengono i tre proprietari Carlo, Sandro e Richard sulla locandina del locale. Qui, sempre tra viale Regina Elena e piazza Tripoli, secondo qualcuno sarebbe transitato Marco Pantani nei mesi scorsi, tra Union Jack e maglie e sciarpe delle squadre di calcio britanniche appese alle pareti. Qui, dove dalle sette di sera si beve ascoltando gruppi romagnoli che biascicano successi di Bob Dylan e Rolling Stones. Del Pirata si parla svogliatamente. Davanti al bersaglio delle freccette c’è Cristian, trentacinquenne perdigiorno riminese, ex escavatore con ambizioni da allevatore di cavalli («da quando ne ho cavalcato uno a pelo in Costarica, un anno fa»). «Qui tutti mi chiamano Tex», esordisce. Ma il pub è semivuoto e il cameriere Domenico di Foggia, detto Zazà, lo chiama per nome. «Come fai a reggere quei ritmi in montagna senza il doping?». «La colpa non è del doping ma della coca. Quella che gira al Pineta di Milano Marittima, te la raccomando. Oppure al Paradiso qui a Rimini». Il resto sono battute innocentiste orecchiate la sera prima davanti al Processo di Biscardi. Impermeabile al caso Pantani, un quarantenne ricercatore di sociologia a Forlì assiste al dialogo e confessa ubriaco che la riforma Moratti gli fa schifo e la sua donna l’ha lasciato da due ore e mezza. Infine, su richiesta esplicita, Zazà parlamenta due minuti con uno dei proprietari e s’improvvisa portavoce: «Al Rose&Crown Pantani non viene che saranno tre anni. Prima passava di tanto in tanto coi ciclisti di Cesenatico, avevamo pure un suo poster con l’autografo ma qualcuno se l’è fregato».

«Se io fossi il medico designato per i controlli a sorpresa, stamattina, sabato 5 giugno 1999, io medico nemico del doping, uomo preoccupato dell’inquinamento dell’ideale sportivo, non andrei comunque a svegliare Pantani» (Andrea Maietti). È andata in altro modo. E’ andata malissimo. «Il rischio è che vada a casa e seghi in due la bicicletta, molto probabile che in bici non ci salga più», dice di Marco Andrea Agostini. Alla vigilia della penultima tappa del Giro d’Italia, dalle parti di Madonna di Campiglio, tra i passi del Gavia e il Mortirolo, Pantani ha già vinto. Maglia rosa, gli restano due arrivi senza nemmeno il bisogno di strafare. Invece succede che all’alba i medici salgono in albergo e lo buttano giù dal letto per un ematocrito non previsto. Si tratta di esaminare la concentrazione di globuli rossi nel sangue, quelli che pompano l’ossigeno indispensabile alla rincorsa. Risultato: 52,5 per cento contro un massimo consentito di 50. Con questi numeri Marco rischia di lasciarci il cuore, sul Mortirolo. Il regolamento dell’Unione ciclistica internazionale (Uci) è preciso: Pantani si ferma qui, addio Giro. Da questo momento la parola doping diventa il secondo nome del Pirata.

Sul provvedimento di archiviazione con cui l’Ufficio di procura antidoping, il 23 giugno di quell’anno, dichiara il «non luogo a procedere» per Marco Pantani si parla d’un «rilevante indizio di trattamento del sangue vietato dai vigenti regolamenti sportivi». Il 2 ottobre dell’anno scorso arriva l’assoluzione della magistratura. «Assolto perché il fatto non era previsto dalla legge come reato», dice la motivazione del giudice monocratico di Trento. Il pm Carmine Russo, sostituto di Bruno Giardina che aveva aperto l’inchiesta, voleva una condanna a cinque mesi e il pagamento di 500 euro di multa. Tra queste due date, 5 giugno 1999 e 2 ottobre 2003, finisce la carriera di Marco Pantani che poi è tutt’uno con la sua vita. In mezzo c’è il tentativo di ottenere giustizia con le controanalisi (solo dal giorno del suo ematocrito killer sarebbe cambiata la lettura delle analisi: il sangue ora finisce in numerose provette e non più in una sola, per favorire la ricerca di valori incrociati). C’è anche la morte del medico che ha fatto i prelievi, la leggenda secondo cui con tutte quelle puntate su Pantani al cicloscommesse la Snai stava per fallire. C’è l’altra leggenda di Renato Vallanzasca che il 4 giugno raccoglie la confidenza di un compagno di galera: «Ascolta me: scommetti tutto su Gotti che Pantani domani lo segano». Il russo che un miliardo ce l’ha scommesso davvero. Il compagno di squadra Marco Velo che ricorda una telefonata premonitrice la sera prima del fattaccio. La delusione dei fan che rimpiangono il mezzo scatto di Marco e si chiedono se quel valore di ematocrito era plausibile.

«Ciao sono Manu, lasciate un messaggio per essere richiamati». Pressoché introvabile, Manuela Ronchi, l’amica e curatrice d’immagine che assieme a Borra e pochi altri fa attrito contro il declino del Pirata.

Nel ’98 Alberto Tomba avvicina Marco a Manuela. Con la faccia che ha, Marco si accorge presto del suo valore aggiunto da gestire in pubblico. Manuela è a Riccione per incontrare Laura Pausini, lui la chiama: «Che fai, ci vediamo?». Lei pensa a uno scherzo ma si ricrede quando se lo vede passeggiare incontro al bar dei Pirati di Cesenatico, in giacca e pantaloni grigi. Le chiede un progetto da presentare alla Mercatone Uno, depositaria di tutti i diritti. Dopo quindici giorni si rivedono a cena perché Marco è convinto che «le cose migliori si decidono a tavola, io vado a istinto, non servono biglietti da visita, basta guardarsi negli occhi». Arriva l’accordo, si firma. Poi lui sparisce e lascia fare. Quando scoppia il casino di Madonna di Campiglio, Manu non sa neanche cos’è un ematocrito. Alcuni consigliano Marco di scaricarla: una donna nel mondo del ciclismo è un ossimoro che gravita sui coglioni dei più. Eppoi Pantani guadagna un’iradiddio che fa gola a tanti: le bandane, le copertine sui giornali, le comparsate. Manu lo gestisce assieme alla famiglia e qualcuno nicchia, anche potenti giornalisti pentiti della loro cotta per Marco. Invece lui le telefona e scimmiotta Cocciante: «Se stiamo insieme ci sarà un perché». Regali manco a parlarne però qualche sms tipo «sei la mia prima amica». Ma anche la confessione: «Mi sono sempre rialzato dalle cadute. Stavolta non ce la faccio». Troppo il terrore d’aver deluso tutti, la dignità in malora, la gente che arriva a malignare persino al chioschetto di mamma Tonina. Marco non è un robot come Lance Armstrong e lo sa. Riprende a correre nel 2000 (e vince due tappe al Tour), mentre il pm torinese Guariniello apre un’inchiesta per frode sportiva dopo aver esaminato i valori del suo sangue alla Milano-Torino del ’95, quando la Nissan gli ha spappolato la gamba sinistra. Processo lampo e nel 2001 Pantani si becca tre mesi di carcere con la condizionale, sentenza rovesciata a ottobre «perché i fatti ascritti non erano reato».

Come fai a coltivare la tua mistica della bici in queste condizioni? Agli amici Marco confida la sua pena per aver «perso in dignità». Ieri un esempio per i bambini, ora un baro dopato con le procure addosso. Si affligge in terza persona: «Perché lui sì e gli altri no? Se Marco trionfa in salita è scorretto, se Cipollini vince tre volate è un grande». Intanto dal 2001 si affaccia la tossicodipendenza e con lei il declino atletico. Nessuno scrive che il grande Pantani fuma tanta di quella coca da perdere minuti perfino in montagna. La gente continua a credere che senza epo l’atleta sia finito. I suoi amici sanno e cercano di motivarlo. Marco trascorre gran parte dell’inverno in letargo da stupefacenti. A febbraio si lascia convincere ad allenarsi. Insomma si droga ma approfitta ancora del suo fisico straordinario e nel 2002 ritenta col Giro.

Il 17 giugno del 2002 i Nas irrompono negli alberghi di Montecatini che ospitano le squadre ciclistiche. Manuela Ronchi e Fabrizio Borra assistono basiti. Marco è tranquillo, non sa che una donna delle pulizie ha appena trovato una siringa d’insulina nella sua stanza. I bene informati giurano che nessuno sapeva in quale camera dormisse Pantani, e che la siringa era in un secchio lungo il corridoio. Inutile: il Pirata si vede infliggere sei mesi di squalifica dalla Federazione ciclistica italiana, annullati dalla Caf, riconfermati (con due mesi di sconto) dopo l’appello dell’Unione ciclistica internazionale.

«Ciao Marco, sono Christina. Ho bisogno di un consiglio sul mutuo che sto per fare. Sai, mi compro casa». No che non ci voleva quella telefonata. Era sparita, sdegnata della sua condizione di malato sconfitto. Gli amici glielo dicono subito: «Cazzo, questa proprio adesso si rifà viva?». È primavera e Marco sta tentando di correre due tre tappe al Giro del Trentino . Fuori forma, la testa altrove, quando lei chiama il dolore d’averla persa è ancora vivo. Il Pirata ascolta, richiama. I due si vedono un paio di volte tra le montagne, sotto lo sguardo perplesso di chi non crede più alla possibilità di vedere Marco con una donna accanto. Da tempo è inavvicinabile e non è vero, come ha scritto qualcuno, che c’è ancora una fila di pretendenti fuori dalla sua porta. Stargli vicino è già un’impresa per gli amici che lo gestiscono ciascuno a turni di sei mesi, «per non farti succhiare completamente» da quel vampiro che è diventato. Figurati Christina.

Non è alta, Christina Jonsson, per essere danese. Ma bella sì. Marco se ne accorge nell’estate del ’95 durante una serata di ballo sulla riviera. Che male c’è a comportarsi come un romagnolo venticinquenne? «In fondo Cipollini va al Billionaire e nessuno si lamenta». La disco Energy di Cesenatico è aperta tutto l’anno, due piste, quattro bar, parcheggio. Generi musicali: commerciale, tecno, soul, funky, revival. Lei sta danzando sul cubo, lui si presenta, e per una volta prima il nome poi il cognome: «Ciao sono Marco Pantani». Per Christina praticamente uno sconosciuto. Bene così. Stretta di mano, si conoscono. Qualche mese dopo la danese che si dimenava in discoteca sta spianando piadine al chiosco della mamma del suo nuovo fidanzato, un promettente scalatore. Marco prende sul serio la relazione, si fa fotografare in giacca e cravatta accanto a lei che indossa la tuta e un cappellino da baseball alla rovescia. Christina si fa piacere i due aspiranti suoceri anche quando il suo ragazzo va a vincere in giro per l’Europa, e lei deve restare a Cesenatico a servire i clienti con un trasporto che, dicono i suoi amici, la Tonina trova esagerato: «Vogliono birra e caffè, mica un sorriso». Gli amici di Marco invece parlano di una nordica fredda, incapace di manifestare l’affetto che usa in Romagna. E un po’ calcolatrice. «A te ti ci vuole una latina», gli dicono. La cosa va avanti tra proclami d’amore e attestati terapeutici («Con lei mi sento a mio agio»), fino a che Madonna di Campiglio non taglia in due la vita di Marco. Il legame si sfibra, lui è in guerra coi suoi demoni, la biondina studia da artista. Il resto è la storia di una donna che soffre a stare accanto a un ragazzo che si perde via via. Un anno fa lei dice basta, trova casa a Ravenna dove le organizzano le prime personali, fa avanti indietro con la Danimarca. Quella telefonata ad aprile serve soltanto a illudere Marco, perché lei ha un altro, lui un po’ ci spera ancora, e non gli è andata giù che lo abbia mollato così. La storia del mutuo è anche strana, qualcuno pensa che Christina abbia bisogno di soldi. Pare che l’abbiano vista di nuovo sul cubo.

Ha importanza sapere chi gli ha dato la roba? Chissà quanti sono gli spacciatori di fiducia d’un miliardario. La depressione ci sarà pure ma sembra un modo gentile per verniciare la tossicodipendenza. I farmaci aiutano a gestire le crisi d’astinenza e Marco ha imparato a dosarli da sé.

Eppure all’ultimo Giro d’Italia il Pirata si sfinisce con generosità, riesce a cadere ancora, arriva quattordicesimo. «Dopo un inverno di merda nel sangue – sognavano gli amici – è tornato quasi bello”. È tornato a correre con appena due mesi di allenamento. Tanto il Giro è un pretesto per allenarsi ancora e rinnovare la sfida interminabile con Armstrong al Tour de France. Ma chi pensa al rilancio non sa che gli organizzatori del Tour stanno per chiudergli la porta in faccia: «Pantani? Pas içi». L’ultimo ceffone. Il Pirata ringhia e sopravvaluta le sue possibilità: «Non voglio comprarmela la partecipazione». Il crollo: la coca lavora con continuità sui neuroni e la licenza media non lo indirizza verso letture balsamiche. Scartata da subito l’ipotesi di trovarsi un lavoro purchessia: te lo immagini Marco Pantani titolare di un negozio o un ristorante? Al più la tristezza si può temperare insegnando il mestiere ai giovani. E’ quello che sperava don Gelmini quando insisteva con Borra per portarselo in Bolivia, lontano dalla droga, attorniato da biciclette e ragazzini. Nulla da fare. A giugno fallisce anche il tentativo di disintossicarsi in una clinica di Teolo, provincia di Padova. Neanche il tempo di lasciare le generalità e Marco scappa via. Secondo alcuni si sarebbe giustificato con la preoccupazione: «In clinica finisco come Jimenez». Dagli torto: José Maria Jimenez, detto el Chaba, il trasandato, ex corridore della Ibanesto, è morto pazzo e solo l’8 dicembre scorso firmando autografi in un reparto di psichiatria. Secondo altri è l’ennesima spacconata: «Io ho il cuore più forte». Sbagliato.

Pantani trascorre l’estate a Trivella di Predappio, nell’agriturismo di Michel Mengozzi, l’amico che gestisce le discoteche Controsenso e Fragole Amare. Michel non si sente «l’eroe degli ultimi sei mesi», anche se tra lui e Marco sono volati «parecchi vaffanculo, sperando di rimettere a posto le cose» tra una battuta di caccia e l’altra. Da quando aveva vent’anni, Marco usciva col babbo Paolo e nonno Sotero in cerca di lepri, cinghiali e fagiani sulle colline di Borello, a pochi chilometri da casa. Questa volta a Predappio è diverso. Eppure è qui che il 13 gennaio Marco convoca gli amici per festeggiare il suo compleanno. La leggenda, l’ennesima, vuole che il Pirata abbia diviso la tavola in due: amici buoni e amici balordi, lui in mezzo e via a discutere su chi gli ha fatto più male. Non è vero niente. Chi quella sera era lì assicura che «non era l’ultima cena di un cristo diviso tra discepoli e giuda». Non è vero che da giorni Marco era avvelenato con i genitori che gli avevano sottratto il controllo sul suo denaro, lasciandogli solo la carta di credito e un vitalizio. Non è vero che Marco avrebbe tirato fuori all’improvviso un sacchetto di coca grande quanto un pugno per poi chiudersi in bagno a sniffarla. E non è in buona fede il presunto amico che va dicendo in giro d’aver strappato dalle mani del Pirata un’altra busta gonfia di schifezze, per gettarla nel cesso. Ma è verosimile che Marco sia uscito dalla casa di Michel sapendo di non tornarci più.

Del resto Michel aveva scelto una terapia d’urto e a dicembre era andato fino a Cuba a riprenderselo. A novembre erano stati a L’Avana insieme, hanno incontrato Maradona, mezz’ora di convenevoli e la promessa dell’ex calciatore: «Vengo a trovarti per carnevale». A fine anno invece Marco torna nell’isola da solo, la bici smontata, quasi mai sulla strada, nella borsa una sacca piena di medicine. Alloggia dalla signora Lidia, affittacamere a Calzada de Infanta, quattro stanze al piano terra nel quartiere Vedado. Prima di mettersi nei guai con la polizia locale, si fa notare perché mangia solo papaia, litiga al telefono e si sfoga sui mobili di casa. Un giorno Lidia deve chiamare il medico di turno all’Habana Libre: «Qui c’è uno che sta malissimo». Dopo un passaggio poco chiaro a Playa Giron, Marco viene finalmente acciuffato da Michel che vuoi o non vuoi lo trascina in Italia.

Il penultimo atto va in scena a Milano. Dal 15 al 31 gennaio Marco è a casa di Manuela Ronchi, zona San Siro. Non è la prima volta che Manuela lo ospita. Qualche tempo fa l’ha convinto a partire con lei e suo marito per un breve viaggio in Norvegia. Adesso che le è nato un figlio può solo creare attorno a Marco un clima da famiglia perfetta e meneghina. Per il fine settimana vanno sul  Lago Maggiore dai genitori di lei. Forse in questi giorni Pantani smette di drogarsi, forse no. Passa il tempo a guardare la tv sdraiato al letto in felpa e pantaloni del pigiama. Parla poco, magari si è stancato di ripetere a Manu che lui non si difenderà più ufficialmente, che gli infami li ha guardati in faccia e ora basta. Chissà se si è stufato anche di vagheggiare un futuro da eremita nella sua tenuta di Saturnia. La villa di Cesenatico è grande abbastanza ma lo opprime. In Toscana quella casa sopra una collina di ulivi è tutta sua, rosa, con il camino, il barbecue, sulle pareti le foto che ha scelto lui. A volte Manuela lo raggiungeva lì e la mattina presto si scherzava mentre lui smanettava concentrato sul tagliaerbe: «Che fai, le prove generali per decapitare i nemici?». A volte no: «Faccio come Charly Gaul, mi ritiro in solitudine». Solo che il grimpeur lussemburghese si dopava col vino rosso, Marco ha bisogno di droga. Teme di essere di peso all’amica e approfitta di una discussione col padre per scappare. Scappa, Marco: sei chilometri e mezzo in taxi per raggiungere l’hotel Jolly Touring, 289 camere con aria condizionata a un passo da piazza della Repubblica, un chilometro dal Duomo, 500 metri dalla Stazione Centrale. E’ capodanno e per una settimana o poco più è il buio. Poi è la volta di Rimini.

Cesenatico, mercoledì 18 febbraio, lutto cittadino e negozi chiusi. Alle due del pomeriggio davanti a San Giacomo non ci sono le trentamila persone annunciate dai giornali locali. Ma la gente non manca e nemmeno le corone, compresa quella verde della Lega Nord di Mortirolo. Tutto secondo prammatica, senza sbavature. Dalle lacrime ai microfoni esterni. Il servizio d’ordine con bandana gialla al braccio sinistro (qualcuno sulla testa). Ciclisti, carabinieri, giornalisti. Un rosario interminabile alternato al canto «avevi scritto già il mio nome lassù nel ciel», la lettura di un passo dall’Apocalisse di Giovanni. Alleluja. Una ragazza riccia con bandierina celeste precede un prete che esce dalla chiesa con il cesto dell’ostia per quelli che faranno la comunione sporgendosi dalle transenne. Poi l’omelia del vescovo. Infine Manuela Ronchi legge gli appunti che Marco ha scarabocchiato sul suo passaporto prima di partire da Cuba: «Sono stato umiliato per nulla. Per quattro anni sono finito in tutti i tribunali, ho solo perso la mia voglia di essere come tanti altri sportivi, ma il ciclismo ha pagato e molti ragazzi hanno perso la speranza nella giustizia. E io mi sto ferendo con la deposizione di una verità sul mio documento, perché il mondo si renda conto che se tutti i miei colleghi hanno subito umiliazioni, in camera con le telecamere nascoste per cercare di rovinare le famiglie; e poi dopo come fai a non farti male. Io non so come mai mi fermo in casi di sfogo come questi. Mi piacerebbe, io so di aver sbagliato con le prove però, ma solo quando la mia vita sportiva, soprattutto privata, è stata violata, ho perso molto. E sono in questo Paese con la voglia di dire che hasta la victoria è un grande scopo per uno sportivo. Ma il più difficile è di aver dato il cuore per uno sport, con incidenti e infortuni: e sono sempre ripartito. Ma cosa resta, c’è tanta tristezza e rabbia per le violenze che la giustizia a tempi è caduta nel credere. Ma la mia storia spero che sia d’esempio agli altri sport che le regole sì, ma devono essere uguali per tutti. Non esiste lavoro che per esercitare si deve dare il sangue, i controlli di notte alle famiglie degli atleti. Io non mi sono sentito più sereno di non essere controllato in casa, in albergo, dalle telecamere e sono finito per farmi del male, per non rinunciare alla mia intimità, all’intimità della mia donna e degli altri colleghi che hanno perso e molte storie di famiglie violentate. Ma andate a vedere cos’è un ciclista e quanti uomini vanno in mezzo alla torrida tristezza per cercare di ritornare con quei sogni di uomo che s’infrangono con le droghe. Ma dopo la mia vita di sportivo. E se un po’ di umanità farà capire e chiedere cosa ci fa sperare e che con uno sbaglio vero si capisce e si batte perché si sta dando il cuore. Questo documento è verità, la mia speranza è che un uomo vero o una donna legga e si ponga in difesa di chi, come si deve dire al mondo, regole per sportivi uguali per tutti. E non sono un falso, mi sento ferito e tutti i ragazzi che mi credevano devono parlare. Ciao, Marco».

Concluso il funerale, due chilometri di corteo da viale Mazzini fino al cimitero. La meccanica del dolore si snoda tra avemaria megafonate davanti al gonfalone rossoblu del comune, ciuffi gialli di cappelli e bandane, la bara preceduta dalle magliette incorniciate che il Pirata indossava da dilettante, al Giro, al Tour e in nazionale. Anziana del posto: «Madonna la zente!». Amico fraterno: «Non fosse stato la testa di cazzo che era mai sarebbe diventato un campione». Il barbiere Pietro attende il passaggio della folla e poi tira su la saracinesca. Riaprono i bar. Marco Pantani viene tumulato tra gli applausi. Loculo 262, sezione G, appena sopra nonno Sotero. Intanto una donna accosta la comare: «Lo sai che mio figlio Gabriele e la Bruna si sposano?».

Alessandro Giuli