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 1985  ottobre 11 Venerdì calendario


lo, Andreotti, vi racconto il dramma

Corriere della Sera 11/10/1985

Lunedì 7 ottobre, pomeriggio sera
Sto ricevendo l’ambasciatore di Spagna per il deposito solenne della ratifica del Trattato di adesione CEE quando arriva un dispaccio della nostra ambasciata a Stoccolma: sarebbe stato captato (da un radioamatore?) un messaggio dalla nave Achille Lauro, in crociera nel Mediterraneo, annunciante il dirottamento ad opera di un commando palestinese.
Non posso non pensare – pur augurandomi che sia un falso – al dibattito ancora caldo sul bombardamento israeliano della sede centrale dell’OLP a Tunisi.
Poiché non si riesce ad avere il contatto con la nave faccio chiedere a Tunisi. Arafat si dichiara ignaro ed estraneo. Si informerà.
Poco prima delle 22 l’ambasciatore del Cairo conferma. La nave della Flotta Lauro aveva lasciato Alessandria, dove la gran parte dei passeggeri era scesa per la gita via terra, ed era stata catturata da un gruppo (sembrano dodici) di abbordatori che minacciano uccisioni e starebbero dividendo gli uomini a bordo secondo le nazionalità. Per il momento chiedono solo che l’Egitto dia notorietà al fatto...
Telefono al ministro di Stato Boutros Ghali, che assicura la massima collaborazione. Anche il ministro della Difesa, richiesto dal nostro ambasciatore al Cairo, offre disponibilità. Lo stesso ripete Arafat, tramite la nostra ambasciata a Tunisi. Faccio sentire anche l’Arabia Saudita e lo Yemen del Sud, ignorando dove stia dirigendosi la nave.
Intanto si informano presidenza del Consiglio e presidenza della Repubblica, mentre Spadolini si consulta e pianifica l’emergenza con i responsabili militari.
Viene da me il Commissario della Flotta Lauro, dottor De Luca, il figlio del povero Willy. Apprendo che si tratta di una crociera mediterranea di medio livello, con una prevalenza di stranieri e con equipaggio invece in gran parte italiano. Una parte cospicua dei passeggeri è su terra ferma– tra il Cairo e Porto Said – dovendo raggiungere domani la nave. Dai registri apparivano imbarcati a Genova (oltre 331 uomini di personale, di cui 210 nostri connazionali) 220 passeggeri austriaci, 152 italiani, 80 tedeschi, 67 svizzeri, 42 francesi, 22 inglesi, 17 spagnoli, 14 olandesi, 10 sudafricani ed altri.
Probabilmente la varietà cosmopolita dei personaggi e specie la presenza di americani ha indotto i dirottatori al gesto infame. Sembra che vogliano liberare dei carcerati palestinesi detenuti in Israele.

Craxi convoca a Palazzo Chigi una riunione notturna per pianificare le possibili iniziative. C’è anche il ministro Altissimo che è in qualche modo proprietario della nave dato il regime di legge Prodi. Spadolini e i responsabili militari studiano, come extrema ratio, un intervento militare e ne delineano possibilità e rischi.
Da Napoli cominciano ad arrivare comprensibili segni di nervosismo. Al ministero piovono telefonate da tutte le capitali cui appartengono i crocieristi. Per qualche ora siamo costretti ad essere imprecisi perché in Egitto ci vuole un po’ di tempo per censire i rimasti a terra, dislocati in albergo tra il Cairo e Porto Said. Sembra che siano 664, ma va verificato.
Da Tunisi (OLP) vengono ripetute intanto espressioni nette di dissociazione dal misfatto e di volontà di aiutarci a risolvere la crisi.
Dal Cairo a mezzanotte l’ambasciatore Magliuolo riferisce che il primo ministro ritiene che i dirottatori richiederanno i detenuti palestinesi che sono sotto processo o già processati in Italia. Lo stesso primo ministro è ottimista sull’esito finale del fattaccio. Stanno per méttersi in contatto con la nave e chiederanno la resa senza condizioni.

Martedì 8, mattina
Dove si trova la nave? Fino a tarda mattina, non si riesce ha localizzarla e penso con qualche perplessità ai molti briefings cui ho assistito sui satelliti, i radar ecc. Vi è solo la notizia che una petroliera tedesca ha incrociato nella notte una naveche a luci spente si dirigeva verso ovest.
Vi è stato un messaggio radio – raccolto dal Centro di Roma – con il quale il capitano Gerardo De Rosa (parlando in inglese, forse per poter essere controllato dai dirottatori) notifica che richiedono proprio i cinquanta detenuti in Israele di cui si era fatto cenno nella notte (non dei detenuti in Italia) e fanno il nome di un certo Conatari o Alkantari chiamandolo «famous man of Naharia». A Naharia avvenne nel 1978 o giù di lì un massacro pilotato, da questo personaggio, poi processato e condannato.
Era davvero la voce del comandante? Il tecnico ne dubita.
La linea che con i miei collaboratori elaboriamo è semplice: constatato che Arafat si dissocia e collabora occorre accertare se i palestinesi classificati prosiriani sono disposti ad assumere la stessa posizione. In questo caso l’isolamento politico del commando costituirebbe l’arma più forte per farlo arrendere. Monsignor Capucci – il vescovo di Gerusalemme in domicilio obbligato a Roma dopo le note peripezie e conoscitore super partes dell’universo palestinese – viene a mettersi a disposizione. Al commando intanto viene dato – (fonte OLP) un nome e cognome: il dissidente Talatyaacoub, che sarebbe uscito da Beirut. I rappresentanti dell’OLP in Egitto hanno avuto istruzioni da Arafat di collaborare con quelle autorità per arrivare a una soluzione. Ci comunicano i nomi perché anche la nostra ambasciata li contatti. Arafat ripete per la terza volta, in un comunicato stampa, che «l’OLP condanna vigorosamente l’operazione contro la Achille Lauro con la quale nulla ha a che fare».
Vedo l’ambasciatore israeliano a Roma informandolo del messaggio pervenuto dalla nave, ma non facendogli alcuna richiesta. Gli israeliani offrono la loro disponibilità se possono aiutarci in questo frangente.

Importante è il contatto con la Siria, tanto più che all’improvviso sappiamo che la Achille Lauro è arrivata al largo del porto siriano di Tartus. Il ministro degli Esteri Shara (già ambasciatore a Roma) è fuori e posso parlargli al telefono solo nel pomeriggio a Praga. Il governo di Damasco però si affretta a prendere netta distanza dall’atto piratesco e dichiara di non accedere alla richiesta di attracco della nave salvo che l’Italia e gli Stati Uniti lo domandino per dar modo ai rispettivi ambasciatori di avere il contatto che i dirottatori richiedono. A nostro avviso sarebbe meglio accedere, ma non vi è concordanza con gli americani. Da bordo annunciano di avere ucciso un americano, ma l’ambasciatore USA in loco interpreta questo come un episodio della guerra di nervi, usuale in queste vicende. Speriamo.
La nave riprende il largo. Verso dove? Sembra verso Cipro, ma alcuni ritengono che si diriga in Libano dove potrebbero far sbarcare e disseminare alcuni ostaggi.

Dopo un confortante colloquio con l’ambasciatore siriano a Roma ho modo di parlare con il ministro che è a Praga in visita ufficiale con il presidente Assad.
E lo stesso Assad viene al telefono per dirmi senza perifrasi:
1) che la Siria ha condannato pubblicamente il fatto;
2) che nessun gruppo direttamente o indirettamente collegato con loro ne è l’artefice o comunque responsabile ;
3) che, ignorando gli autori, non possono darci consigli, ma suggeriscono di non opporsi ad un contatto impostandolo su un piano umanitario. Assad e Shara esprimono solidarietà all’Italia e sono pronti a parlare in qualunque momento con noi e ad aiutarci.

Questa presa di posizione siriana mi conforta sulla bontà della soluzione pacifica. Del resto non ci lasciammo sopraffare dai brigatisti rossi nel 1978 proprio isolandoli politicamente.
In una riunione da Craxi decidiamo le linee delle comunicazioni al Parlamento, che sono doverose. Parleremo, Spadolini (per l’ipotesi estrema, quod Deus avertat) ed io. Si chiederà ai Presidenti delle Camere di non aprire per questa sera un dibattito, dato che potrebbe nuocere al delicato filo della soluzione basata sul convincimento.
Le sedute a Palazzo Madama e a Montecitorio si svolgono con molto senso di responsabilità di tutti. Genscher è a Gerusalemme con il presidente Weitsàcher. Ci sentiamo per confrontare le posizioni, trovandoci d’accordo. È del parere che l’eventuale contatto debba essere preso solo dall’Italia.
Alle 21 circa (siamo di nuovo riuniti a Palazzo Chigi) appare un raggio di luce. Migliuolo mi informa dal Cairo che il ministro Meguid chiede a noi e ad altri Paesi interessati se, nella ipotesi che la Achille Lauro sia di nuovo domattina a Porto Said, si sia disposti ad aprire un contatto con i dirottatori. La risposta che diamo è positiva, senza naturalmente alcuna assicurazione sul contenuto del discorso da svilupparsi. Mi sembra evidente che gli egiziani sappiano che la nave sta dirigendosi verso il loro porto. Ed una parte dell’incubo si allenta.
Da Tunisi apprendiamo che emissari dell’OLP sono partiti per l’Egitto, pronti all’opera di convincimento. E dato che anche i palestinesi «filosiriani» sono nello stesso ordine di idee comincio ad essere fiducioso. La ricognizione aerea notturna non si può attuare e non possiamo che attendere.

Mercoledì 9
La nave è localizzata al largo di Port Said. Da un colloquio telefonico con Genscher che ha visto Arens e da un nuovo incontro con l’ambasciatore israeliano a Roma Ronn ho la conferma che l’eventuale strada della liberazione dei palestinesi che sono nelle prigioni di Tel Aviv sarebbe impraticabile. Il governo israeliano è del parere che i dirottatori, isolati, si arrenderanno. Telefono di nuovo a Migliuolo per avvertirlo che, di fronte ad una richiesta del genere, dovrebbe eccepire la nostra in incompetenza senza «scoprire» Israele.
Giungono però a Craxi e a me messaggi di Arafat piuttosto ottimisti ed anche dal Cairo e da Damasco i segnali sono analoghi. Monsignor Capucci torna a vedermi, pronto a partire nel pomeriggio e disposto anche a tentare di andare a bordo a fare opera dissuasione alla resa.
L’ambasciatore di Francia comunica l’apprezzamento di Parigi sul nostro operato e manifesta disponibilità ad adiuvandum per tutto ciò che possa risultare utile.
Alle 13 ci troviamo da Craxi in un clima di fiduciosa attesa, anche se l’ambasciatore non è stato ancora convocato per il contatto. È chiaro che stanno «parlando» con la nave egiziani e palestinesi.
Alle 14.30 mi telefona Migliuolo dall’ufficio del ministro egiziano Meguid e viene poi all’apparecchio lo stesso ministro: «Il governo italiano è disposto, se i dirottatori si arrendono senza alcuna condizione, a perdonare e cioè a non richiedere azioni contro i dirottatori, dato che risulta che nessun atto di violenza sulle persone è stato compiuto?». Sentito chi di dovere rispondo di sì, accentuando che la clemenza è possibile (a parte la difficoltà di altre ipotesi) perché non vi sono morti e feriti. Migliuolo mi dice che l’opinione personale del collega americano è analoga.

La conclusione sembra ormai raggiunta e già le agenzie di stampa la anticipano. Un ultimo momento di suspense sopravviene tuttavia perché 4 elicotteri di nazionalità sconosciuta – ci telefonano dal Cairo – stanno sorvolando la nave) con reazione a fuoco da bordo. Ma è un equivoco. Si tratta della copertura dello sbarco dei dirottatori su un rimorchiatore egiziano che li porta a terra.
Una telefonata alla Farnesina del capitano della nave ci conferma che nessuna violenza è stata perpetrata. E soltanto più tardi, telefonando a Craxi, il capitano informa che c’è stata una vittima, di nazionalità americana. È chiaro che se si è trattato di assassinio la salvaguardia dei colpevoli non esiste e dovranno essere svolte le necessarie azioni penali. Attendiamo i particolari.
Quello che mi sconcerta, al termine delle 48 ore di angoscia, è il sapere che solo 4 erano i dirottatori. Non voglio sedere in cattedra, ma forse ha ragione l’anonimo napoletano secondo cui invece delle teste di cuoio e della Sesta Flotta forse sarebbero stati impiegabili i vigili urbani.
Però a tavolino tutto sembra facile e, ripeto, non voglio davvero far critiche verso chi ha subito questa tremenda avventura piratesca.
Comunque, ancor meglio dei vigili urbani, sono state le vie politiche e diplomatiche.

Giulio Andreotti