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 2016  giugno 10 Venerdì calendario


IL REGISTA-FANCIULLO CHE FACEVA PARLARE

IL REGISTA-FANCIULLO CHE FACEVA PARLARE
LE FACCE DEI BAMBINI –
«Le canzoni dei bassifondi, l’atmosfera di rabbia disperata, la sensualità torbida che mi aggredì...». Così Luigi Comencini descrive il proprio viscerale legame con il cinema, il suo «bisogno di farne parte» attraverso una sensibilità esasperata, le «folli fantasticherie» di una propensione naturale prestata al temperamento del suo Casanova: la sua vocazione. Nell’autobiografia pubblicata postuma di Luigi Comencini Davvero un bel mestiere! si parte dall’infanzia «delicata e gentile» per volere di una madre molto presente e a tratti oppressiva nel suo affetto. Il tempo è trascorso nella campagna francese. Lui è un salodiano solitario al quale i compagni strappavano le ghette e «che il giovedì non andava a scuola, andava al cinema», sua personale forma di trasgressione, che attenua finalmente le ansie monopolizzandone l’attenzione. È lo scenario principe nella costruzione minuziosa delle atmosfere fanciullesche di cui diviene maestro, nel quadro problematico e politicamente instabile dell’Europa del primo dopoguerra. Segue il primo film Proibito rubare, figlio del fervido clima culturale bolognese; la formazione dello stile, quello di un cinefilo che si autodefinisce “contraddittorio” nei gusti, di un ragazzo che aveva casualmente scoperto la propria inclinazione sulle note di un can can di Offenbach in un giovedì qualsiasi, guardando L’Atlantide; insieme a Lattuada, Monicelli, Risi, Lizzani, Pietrangeli, amatori molto prima che realizzatori, dunque registi. Il Comencini cittadino europeo, poi universitario a Milano che trascorre da solo a passeggiare le domeniche, ora post neorealista italiano a Roma che s’affaccia dall’Hotel de la Ville, incontra Carlo Ponti. Si reca a Napoli per girare il primo lungometraggio Bambini in città, tentando di «rompere quel muro di verità tradita, quel falso realismo che invadeva il cinema italiano, dalle risaie ai pescatori siciliani»; è apprezzato all’estero grazie all’unica cosa vera: le facce dei ragazzini che parlavano da sole, ma non vuol fare un cinema di denuncia, piuttosto concretizzare sullo schermo «un’irrealtà che sembra vera», come definisce Mario Soldati il suo film Persiane chiuse del 1950. È il boom del cinema, che viene stemperato dall’affermazione della Democrazia Cristiana, in nome di un’apparenza edulcorata che preferisce la commedia al dramma e al realismo, nel cinema ma soprattutto nella vita quotidiana, secondo la concezione del limite del criticismo kantiano. È sull’onda d’allegria che travolge il successo di Pane, amore e fantasia (amore fu aggiunto in ultimo, per scaramanzia), che comincia a prendere forma l’idea de La finestra sul Luna Park: la storia di un bambino con un padre assente che se ne sceglie un altro, cui segue la telefonata di Andreotti e le modifiche impostegli da Monsignor Angelicchio. Realizza Tutti a casa, «un film che funziona» e subito dopo La ragazza di Bube con Claudia Cardinale, voluto da Comencini in maniera insolitamente ostinata rispetto all’indole dubbiosa, grazie all’analogia tra l’amore di Bube per Mara e quello con sua moglie Giulia. Il regista stesso evolve nella concezione di commedia in un “neorealismo rosa”: cinica, pungente, leggera ma densa di contenuti; uno spicchio di società che fa ridere e al contempo riflettere, che affronta la gravità con levità e ironia. La complessità non si tramuta bensì si traveste da semplicità, in un contrasto perpetuo tra crudezza e dolcezza. L’attenzione è sempre indirizzata al pubblico al quale egli si rivolge direttamente attraverso la cinepresa, con il fine di suscitare emozioni autentiche nello spettatore, quelle stesse emozioni da cui è ogni volta capace di attingere nuove idee. Questa capacità, il dono innato della comunicazione, rende il suo modus operandi accessibile a ogni livello, seppur restando incompreso a lungo dalla maggioranza dei critici italiani, proprio come il suo bambino nel film omonimo. Film durante le cui riprese, egli avverte «una certa mescolanza tra la felicità domestica e quella che fioriva sul set» fiorentino. Il successo del suo Casanova, arriva dalla Francia, che «lo considera un artista», mentre a sua detta in Italia è «un artigiano con qualche sprazzo felice» ma soprattutto «il regista dei bambini»: per Comencini, il più grande spettacolo del mondo, che fanno della strada la loro arena gratuitamente e i protagonisti della serie/inchiesta del 1970 I bambini e noi, in seguito alla quale, uno degli intervistati, otterrà la parte di Lucignolo ne Le avventure di Pinocchio (1972). Comencini continua a correre: gira Delitto d’amore con Stefania Sandrelli, Lo scopone scientifico con Sordi e Silvana Mangano, La donna della domenica con Mastroianni, con la paura di doversi fermare e la volontà sempre più forte di continuare nonostante l’avanzamento della malattia. Realizza Cuore, l’adattamento del romanzo di De Amicis in sei puntate per la Rai, ma non riesce a godere appieno del suo successo nei due anni successivi, «soffre troppo senza cinema»: ritrova energia e passione con La storia del 1984, lugubre scorcio su San Lorenzo a Roma negli anni Quaranta, tratto dal romanzo di Elsa Morante. Comencini ha settant’anni e con Gian Maria Volonté è la volta de Il ragazzo di Calabria, un successo per entrambi: «Volonté aveva corso per tutto il film e io avevo resistito alla mia malattia». Perché «forse la vita è bella anche quando è brutta». Com’è stato bello ritrovare i bambini dei suoi film che erano gli stessi ma «loro non c’erano più per riabbracciare tutti i discoli, perché il cinema è vicino ai più discoli». E quello di Comencini è innamorato dell’estetica e del razionalismo: disordinati e in contrasto, imperfetti, quasi discoli, sono davvero quelli a commuovere. «Era proprio un bel mestiere!». Con quest’esclamazione, che dà il titolo al libro, si chiude l’autobiografia, nella stanza col televisore che trasmette qualche suo vecchio film rivisto con nostalgia, otto anni dopo il rifacimento di Marcellino pane e vino, ultimo lungometraggio durante la cui lavorazione egli accusa la prepotenza indomabile del Parkinson. Si chiude il racconto in prima persona ma non il libro: un’intima intervista padre-figlia condotta appunto da Cristina Comencini, anche lei regista di fama internazionale, ripercorre con autenticità tutti gli aspetti inespressi della sua vita, dei suoi film, dei suoi progetti. La confidenziale tenerezza che può permettersi toni tenui e al contempo aspri nelle domande rivoltegli, è soltanto quella che c’è tra padre e figlia, che fanno lo stesso mestiere, proprio un bel mestiere.