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 2016  gennaio 30 Sabato calendario


AMAVANO GUERRE E BELLEZZA

I fratelli minori delle trincee del 1914. Coloro in cui fu forte la nostalgia per la guerra che loro non avevano fatto e di cui erano stati protagonisti i loro fratelli maggiori, e in cui è stata altrettanto forte la solidarietà di ‘genere’. Di ‘genere’ sessuale, e spesso omosessuale. Di ‘genere’ ribellistico, più che veramente rivoluzionario. Di ‘genere’ tecnico, specie col mito dell’aviazione. Di ‘genere’ esotico. Contro la generazione dei padri borghesi, e del senso fallito della storia ‘borghese’. Insomma, una rivolta estetico-elitistica che lungo tutto l’arco degli anni Trenta costeggia le dittature soprattutto di destra, che erano più individualistiche- superomistiche di quelle di sinistra. E poi s’infrange tragicamente: prima nella ‘guerra civile degli intellettuali’ in Spagna; poi nella guerra mondiale”. Così ci spiega i suoi “Esteti armati” Maurizio Enrico Serra. Che per l’Italia è soprattutto il nostro rappresentante presso l’Unesco e le altre organizzazioni internazionali di Ginevra (ma se poi lo si cerca su Wikipedia lo si trova in quella francese, non in quella italiana). Oltre che diplomatico è un raffinato storico della cultura e delle idee: doppia vocazione, che fu d’altronde anche quella del padre Enrico. Ed è oltralpe che gli hanno dato il Premio Goncourt per le biografie del 2011: per un suo fortunato libro su Curzio Malaparte. A lui si devono anche altri libri: su Svevo, Marinetti e François Fejtö. Ma coloro su cui ha più lavorato sono appunto questi esteti armati. O poeti condottieri. O generazione perduta degli anni Trenta: sono ben tre le etichette che definiscono i protagonisti del suo classico da poco ristampato. “L’idea mi era venuta nei primi anni Ottanta, quando ero vice-console a Berlino ovest”, ci racconta, “e il suo impianto originario era essenzialmente anglo-tedesco. Poi ci ho aggiunto l’Italia: forse con qualche forzatura, dato il provincialismo autarchico che da noi negli anni Trenta aveva preso ormai il sopravvento. E poi ci ho aggiunto un versante francese”. Uscito il libro per la prima volta nel 1990 per il Mulino con il titolo “L’esteta armato”, questo versante francese fu poi sviluppato a parte in un nuovo testo del 2008 sui tre “Fratelli separati. Drieu-Aragon-Malraux : il fascista, il comunista, l’avventuriero”. Nel 2015 una nuova edizione francese è uscita col titolo “Une génération perdue. Les poètes-guerriers dans l’Europe des années 1930”. L’edizione italiana è invece “L’esteta armato. Il poeta-condottiero nell’Europa degli anni Trenta” (La Finestra, 395 pp., 50 euro).
“Un moto ricorrente tra quanti hanno modellato la fisionomia spirituale del nostro tempo”, spiega in un’introduzione che parte da una citazione delle “Confessioni di un figlio del secolo” scritta da Alphonse de Musset nel 1836. “Lo si è visto tornare alla ribalta ancora di recente, sotto varie forme, nel giovanilismo della contestazione, nel dibattito sui cosiddetti cattivi maestri degli ‘anni di piombo’, negli ideali e nelle intransigenze del movimento ecologista”. Ben nove pagine prende a fine libro l’elenco di tutti i personaggi citati, ma sono quattro quelli delle foto che compaiono sulla copertina dell’edizione francese. “Ne ho voluto uno per ognuno dei grandi paesi d’Europa”, spiega Serra. Ma forse quei quattro esteti armati sono emblematici anche secondo un altro tipo di lettura a chiave. A sinistra in basso, ad esempio, quello con i baffetti neri è Lauro De Bosis. Italiano, e discendente per parte di padre da patrioti risorgimentali, anche se il suo Dna materno era invece di un austero ceppo metodista delle Nuova Inghilterra. Poeta, saggista, drammaturgo, traduttore di classici greci e del “Ramo d’oro” di Frazer, nel 1927 iniziò a scrivere un grande poema allegorico intitolato “Icaro”. Vi dedicò tre anni, e poi il 3 ottobre 1931 sorvolò Roma per lanciare manifestini che invitavano il popolo alla rivolta contro il fascismo. “Pegaso” si chiamava l’aereo: per sua espressa volontà, non attrezzato al combattimento. E poi scomparve: presumibilmente, finito in mare per mancanza di carburante. Undici giorni dopo, il Times e il New York Times pubblicarono un suo “testamento” espressivamente intitolato “Storia della mia morte”. Aveva appena trent’anni. “Non sapevo neanche andare in motocicletta, a tacere degli aeroplani”, era scritto in quel suo ultimo testo. Ma c’era anche una sfida da uomo a uomo “al mio amico Balbo”.
“Icaro dell’antifascismo” fu battezzato. Un titolo che potrebbe condividere con Antoine de Saint-Exupéry, anche se in quel caso si trattava di un pilota ben più sperimentato: pioniere di rotte aeree impossibili, dalla Parigi-Saigon alla New York-Terra del Fuoco. Anche come letterato la sua opera fu molto più vasta, sebbene paradossalmente quasi cancellate dal successo di quel “Piccolo principe” che è stato tradotto in 253 lingue, ha venduto 134 milioni di copie, ed è stato di nuovo trasposto al cinema d’animazione nel 2015. Arruolato nell’aviazione gollista, aveva comunque ampiamente superato i limiti di età e di peso per un pilota da caccia, quando 44enne non fece ritorno dalla sua ultima missione, il 31 luglio 1944. Finito nello stesso Tirreno di De Bosis. E da Icaro dell’antifascismo morì pure Richard Hillary. Figlio di un funzionario del governo australiano e studente all’Università di Oxford, che aveva anche rappresentato in alcune gare internazionali di canottaggio, era divenuto pilota da caccia durante la Battaglia di Inghilterra, ma il 3 settembre del 1940 il suo Spitfire fu abbattuto da un Messerschmitt. Soccorso e portato in ospedale orribilmente ustionato, durante la lunga degenza si mise a scrivere un libro per raccontare gli anni di Oxford e la gente della sua generazione. “In apparenza eravamo egoisti ed egocentrici senza nessun Sacro Graal a cui dedicarci: la guerra provvide a darci uno scopo e in una maniera graziosamente gustosa”. Il libro, intitolato “L’ultimo nemico”, sarà pubblicato con grande successo, e malgrado le gravi ferite alle mani Hillary riuscirà a tornare a volare. Ma morirà poco dopo durante un volo notturno, a soli 24 anni.
“Avrebbe potuto diventare un protagonista della generazione letteraria dei Saint-Exupéry, Silone, Traven, Hemingway, Malraux, Solochov”, scrisse di lui l’amico Arthur Koestler nella lunga prefazione a quell’unico libro. Saint- Exupéry, lo abbiamo già incontrato. André Malraux morirà invece a 75 anni, dopo essere stato tra i 58 e i 68 il magniloquente ministro della Cultura di un magniloquente presidente come Charles De Gaulle. “Un ministro rinascimentale”, lo definisce Serra. Ma anche lui a 35 anni era andato a un passo dal diventare un Icaro antifascista, organizzando per i repubblicani una squadriglia da caccia durante la Guerra civile spagnola, senza avere in pratica mai preso una lezione di volo, o quasi. In precedenza aveva fatto in tempo a studiare lingue orientali; a sposare una ricca ereditiera poi rovinata da un rovescio in Borsa; a cercare di rimediare trasformandosi in tombarolo e contrabbandiere di beni archeologici; a farsi sorprendere mentre cercava di rimuovere un bassorilievo dal tempio cambogiano di Banteay Srei e a venire condannato a tre anni; a essere graziato per la potente mediazione di una lobby di amici intellettuali; a esordire in letteratura con un resoconto romanzato della sua disavventura; a diventare giornalista anticolonialista e agente del Comintern in Asia; a vincere un Premio Goncourt con un romanzo a sua volta tratto da quell’esperienza di cospiratore. Autonominatosi colonnello alla testa di un gruppo di partigiani a loro volta autonominatisi “Brigata Alsazia-Lorena”, nell’agosto del 1944 si ritroverà nella Parigi appena liberata faccia a faccia con un altro esteta armato, anche se essendo americano Serra lo ha escluso dalla sua rassegna “europea”. In compenso Ernest Hemingway è anche lui citato nella lista di Koestler. Volontario ventenne della Croce Rossa ferito e decorato sul fronte del Piave, corrispondente di guerra, studioso della corrida, cacciatore in Africa, pescatore a Cuba e nelle Bahamas, propagandista per i repubblicani spagnoli, organizzatore di una rete di intelligence per l’Fbi ancora a Cuba, anche lui in quel momento era un autonominato colonnello alla testa di un gruppo di partigiani. In realtà Malraux aveva con sé più uomini e la sua uniforme era più elegante, ma Hemingway sosteneva di essere entrato a Parigi prima.
Come ricordato, Serra ha invece approfondito la relazioni di Malraux con il comunista Louis Aragon, morto 85enne nel 1982, e con il fascista Pierre Drieu La Rochelle, suicida a 52 anni nel 1945 dopo la fine del regime di Vichy. Una relazione dai sottofondi omosessuali inconfessati, e dalla cronologia complicata. Drieu e Aragon sono infatti uniti dal comune sentire di ex-combattenti della Grande guerra, e Aragon è uno degli amici che intercedono per far graziare Malraux. In quel momento la politica lo divide da Drieu, che però diventa amico di Malraux. La Guerra civile spagnola vedrà Drieu dall’altra parte della barricata rispetto agli altri due, anche se solo Malraux si impegnerà sul campo. Poi De Gaulle dividerà Malraux e Breton, anche se quest’ultimo alla fine diventerà un comunista critico. Nel testamento di Drieu c’è comunque un riferimento a Malraux. E nella prefazione alla ristampa del 1966 di “Aurélien”, romanzo del 1944, Breton parla di Drieu: “Un amico della mia prima giovinezza dal quale mi sono trovato separato, e quando io parlo di Drieu, non parlo che di quell’amico che ho avuto, non parlo di quel che è divenuto, sono due esseri incompatibili”.
Ma forse l’incompatibilità non era poi tanto tale. Oswald Mosley, pasticcione leader del fascismo inglese che alla fine Serra rubrica come “molto rumore per nulla”, aveva iniziato da sinistra, pur venendo da famiglia aristocraticissima. E gli “Icari antifascisti” cercarono la bella morte con stile che ricorda molto sia i giovani fascisti che sarebbero morti a Salò, sia l’esteta armato Gabriele D’Annunzio. A sua volta aviatore, a sua volta lanciatore di manifestini su Vienna. D’Annunzio era stato poi parte di quella precedente generazione degli esteti tout court, che però a un certo punto avevano sentito il bisogno di superare l’estetismo per qualcosa di più profondo: per Oscar Wilde e Joris-Karl Huysmans il cattolicesimo; per lui la patria. E D’Annunzio è infatti indicato da Serra un precursore, allo stesso modo di Thomas Edward Lawrence. Ed è appunto un Lawrence d’Arabia in divisa l’esteta armato che in copertina sta nella foto in alto a sinistra. Rappresentante della cultura inglese, ma con le sue avventure nel deserto rappresentante anche di quell’altro filone dell’esotismo che fu un’altra chiave importante di quella generazione. “Avevo vent’anni. Non permetterò a nessuno di dire che questa è la più bella età della vita” è una frase simbolo contenuta in un romanzo che si intitola appunto “Aden Arabia”. Autore, Paul Nizan: amico di Sartre, Raymond Aron, Malraux e Aragon; passato dal primo “fascio francese” al Partito comunista; morto al fronte a 35 anni poco dopo aver rotto col Pcf per il Patto Molotov-Ribbentrop. Lawrence è pure un eroe apparentemente di destra, ma che sarà problematicamente rivendicato come una sorta di comunista mancato da Ralph Fox e Christopher Caudwell, entrambi morti trentenni in Spagna.
Terzo dei quattro personaggi simbolo, quello coi folti capelli neri, è Klaus Mann. Rappresentante della cultura tedesca, e anche della forma più estrema di conflitto con i padri, visto che nel suo caso si trattava di Thomas Mann. Come ci spiega Serra, “la prima parte del libro è dedicata ai Caratteri del Mito. La fine della storia, Dalle trincee a Lawrence, la Rivolta dei sensi, Verso la Spagna. Nella seconda parte, sugli Interpreti del Mito, i capitoli-medaglioni sono costruiti in modo da abbinare un precursore e un esteta armato con un filo diretto tra loro. Quindi Stefan George e il falso erede Josef Weinheber. Gabriele D’Annunzio e la sua dedica a Henry de Montherlant. I Mann padre e figlio”. E poi c’è un capitolo su Berlino.
Quarto personaggio simbolo: René Crevel, con la sua “bellezza quasi imbarazzante”, come la definivano. Un rappresentante della Francia che in realtà è trattato nel libro molto più fuggevolmente di tanti altri francesi. Ma il suicidio a 35 anni è a sua volta altamente simbolico: anche se non è chiaro se per l’insuccesso letterario, o per non essere riuscito a far andare d’accordo comunismo, surrealismo e bisessualità. Suicidi morirono anche Klaus Mann, Weinheber e Montherlant, tanto per restare agli ultimi nomi fatti. Per non parlare di Hemingway o Drieu La Rochelle. Una rivolta dei sensi e una tensione verso l’assoluto spinti verso un’autodistruzione in cui spesso l’ideologia non era che una fragile mascheratura.
Alcuni di questi esteti armati, però, in realtà furono armati solo in senso metaforico. In compenso non sono messi nella lista alcuni intellettuali che invece le armi le imbracciarono: da George Orwell a Arthur Koestler. “I personaggi sono frutto di una selezione personale, se no avrei dovuto fare un lavoro doppio o triplo”, ci risponde Serra. “Ma Koestler e Orwell non ci sono perché erano sì intellettuali armati, ma non esteti. Orwell diceva appunto: ‘Se negli anni Trenta avessero vinto gli esteti armati avremmo perso la Battaglia d’Inghilterra’”.
di Maurizio Stefanini, Il Foglio 30/1/2016