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 2015  febbraio 07 Sabato calendario


LIBERALQUIRINALE

Luigi Einaudi, il maggiore economista liberale italiano del Novecento, la cui teoria liberale “non liberista” spazia molto al di là del rapporto fra stato e mercato, estendendosi alle istituzioni e ai principi della società libera e al metodo liberale, nacque il 24 marzo 1874 a Carrù (Cuneo) da Lorenzo, concessionario della riscossione delle imposte, e da Placida Fracchia. Nel 1888 morì il padre, e la famiglia Einaudi si trasferì a Dogliani, presso lo zio materno, Francesco Fracchia, avvocato e notaio, che Einaudi “venerò come un secondo padre”. L’oikos familiare e la terra doglianese, costituirono per Einaudi delle risorse simboliche a cui tornava ad attingere nella sua ricerca di un ethos fondativo di una buona società e di un buon governo: “Questo che io osservavo nella casa avita erano le abitudini universali della borghesia piemontese per gran parte del secolo XIX. [Quelle abitudini formavano] una classe dirigente che lasciò tracce profonde di onestà, di capacità, di parsimonia, di devozione al dovere nella vita politica ed amministrativa del Piemonte che fece l’Italia. […] L’uomo, la famiglia non si concepivano sradicati dalla terra, dalla casa, dal comune; e sono questi sentimenti che partoriscono anche l’attaccamento e la devozione alla patria e lo spirito di sacrificio, in cui soltanto germogliano gli Stati saldi” (1922. Nel 1883, fu iscritto al ginnasio nel R. Collegio delle Scuole Pie di Savona. Nel 1888 finì brillantemente gli studi ginnasiali e, grazie anche all’aiuto dello zio, frequentò Torino nel Liceo-ginnasio “Cavour”. Nel 1891 si iscrisse a Giurisprudenza all’Università di Torino. Seguì le lezioni di Cognetti de Martiis, ordinario di Economia politica, ispirate al metodo positivo. Questi, nel novembre 1893, fondò il Laboratorio di economia politica ed Einaudi vi presentò la prima ricerca su “La distribuzione della proprietà fondiaria a Dogliani”. Nel Laboratorio discusse con Luigi Albertini, poi direttore del Corriere della Sera, Pasquale Jannaccone e Giuseppe Prato, economisti; Gioele Solari, poi celebre filosofo del diritto e Giovanni Vailati (filosofo e matematico pragmatista), ai quali si legava di una profonda amicizia. Si laureò a pieni voti nel luglio del 1895 con una tesi su “La crisi agraria nell’Inghilterra” (relatore Cognetti de Martiis), pubblicata nel Giornale degli Economisti. Nel 1898 conseguì la libera docenza in Economia politica all’Università di Torino. Nel 1899 fu nominato professore di Economia politica, Scienza delle finanze e Statistica. Insegnò all’Istituto Tecnico “F.A. Bonelli” di Cuneo, poi, nel 1902, all’Istituto Tecnico “G. Sommeiller” di Torino. Nel 1902 vinse il concorso per la cattedra di Scienza delle finanze e Diritto finanziario all’Università di Pisa ed è chiamato a quella della Facoltà di giurisprudenza di Torino, sua sede definitiva. Dal 1904 tenne anche un insegnamento presso l’Università Bocconi. Nel 1903 sposò Ida Pellegrini, diciottenne, figlia di un nobiluomo veronese. Dal matrimonio nacquero i figli Mario (1904), Roberto (1906) e Giulio (1912). La famiglia si divise tra Torino e Dogliani, dove Einaudi aveva acquistato la cascina di S. Giacomo che estese e migliorò negli anni. Nel 1893 iniziò una collaborazione con la Critica Sociale di Turati, durata sino al 1902. Nel 1896 con la Stampa, diretta da Luigi Roux e fra l’altro pubblicò reportages sugli scioperi nel Biellese (1897) e nel porto di Genova (1900, 1901). Il sindacato aziendale è una legittima espressione dell’autonomia e della libertà di associazione dei lavoratori, anche in vista di una maggiore concorrenza tra questi e fra i datori di lavoro. Nel 1903 passò al Corriere della Sera di Luigi Albertini ove condivise la battaglia contro i metodi di governo di Giovanni Giolitti. La collaborazione al Corriere durò fino al 1925. Nel 1908 iniziò la collaborazione con l’Economist, in qualità di “Italian Correspondent”, che durò fino al 1940. Nel 1900 diventò redattore de La Riforma sociale (diretta da Francesco Saverio Nitti), poi condirettore dal dicembre 1902 e, infine, direttore unico nel 1908. (…) Sotto la sua guida la Riforma sociale “apprezzò maggiormente l’economia classica e, pur non trascurando i problemi di riforme nella distribuzione della ricchezza, prese a insistere maggiormente sui problemi di convenienza nella produzione e di lotta contro le tante specie di protezioni, di vincoli e di monopoli”. Nel gennaio 1911, tracciando le linee programmatiche della rivista, sostenne che essa avrebbe dovuto schierarsi contro “due degenerazioni del capitalismo e del movimento operaio”. Indicando come il movimento operaio stesse regredendo “verso un medievalismo corporativistico”, concluse sostenendo che “la più urgente riforma, socialmente davvero utile, che si possa oggi compiere, in Italia e altrove, è di farla finita con l’alleanza fra gli elementi peggiori dei capitalisti e degli operai, per dissanguare il paese a loro particolare e non duraturo beneficio”. Altresì emblematica, a questo riguardo, rimase la polemica contro quelli che definì “i trivellatori del bilancio statale”, che “arraffavano ingiustamente il reddito dei connazionali”. Scrisse la sua prima monografia, “Un Principe mercante”. Studio sulla espansione coloniale italiana (1900), dedicato all’opera di quegli italiani che erano “venuti su a forza di lavoro e di coraggio, da umili braccianti, a posizioni economiche ragguardevoli”, in realtà rivolto a illustrare le vicende di una di quelle “individualità eminenti che seppero [emergere] dalla folla grigia ed anonima per altezza di ingegno, per intraprendenza audace od anche per fortunata combinazione di circostanze favorevoli”: l’imprenditore innovatore Enrico dell’Acqua, industriale cotoniero, che aveva creato una rete di imprese industriali e commerciali fra l’Italia e l’America Latina. Emergono così la visione einaudiana dell’imprenditore come motore del progresso economico, il valore della libera intrapresa e della mobilità sociale, della tensione all’innovazione e al rischio, quali componenti fondamentali di una società liberale. (…) Di particolare importanza furono i primi studi di storia e scienza delle finanze. Nel 1907 e nel 1908 uscirono rispettivamente i due studi “Le entrate pubbliche dello Stato sabaudo nei bilanci e nei conti dei tesorieri durante la guerra di successione spagnuola” e “La finanza sabauda all’aprirsi del secolo XVIII e durante la guerra di successione spagnuola”, in cui emerge la predilezione di Einaudi per lo studio dei fatti come base per la teoria. (…) Allo scoppio della Guerra mondiale Einaudi si schierò dalla parte dell’Intesa. La sua riflessione, caratterizzata da una forte tensione etico-politica si esprimeva nelle due raccolte: “Lettere politiche di Junius” (1920) e “Gli ideali di un economista” (1921), ove ritroviamo compendiati i suoi “ideali”: “La scuola educativa, l’Inghilterra, la formazione dell’Italia attraverso la storia piemontese, la necessità di governi supernazionali”. Alcuni degli articoli sull’economia di guerra saranno poi raccolti nelle “Prediche” (1920), una serie di scritti uniti dall’“indole comune di inviti alla rinuncia, al risparmio, al sacrificio”. La morale a cui Einaudi alludeva è l’ethos del bonus pater familias, prudente e previdente, che permea profondamente la sua visione e che assurge a principio d’ordine sociale e politico. (…) Si batté contro l’inflazione come metodo di finanziamento bellico: “Prima di tutto: rompere il torchio dei biglietti” (1919). Nel 1916 venne chiamato dal ministro delle Finanze, Filippo Meda, a partecipare alla Commissione parlamentare per la riforma tributaria e svolse un ruolo primario nel progetto, che non sarà realizzato. Il 6 ottobre del 1919 venne nominato senatore del Regno su proposta del Presidente del Consiglio Francesco Saverio Nitti. Nell’anno successivo fu nominato direttore dell’Istituto di economia “Ettore Bocconi” di Milano, dove avrà come allievi Piero Sraffa e Carlo Rosselli. Sul fronte internazionale, l’attenzione di Einaudi era volta al futuro assetto geopolitico dell’Europa e al ruolo della Società delle Nazioni. Quest’ultima non era in grado di assicurare la pace, poiché era pur sempre basata sul “dogma della sovranità” nazionale a cui gli stati membri non intendevano rinunciare. Bisognava invece cominciare a ragionare in termini di “governi supernazionali”, in vista del superamento del principio di sovranità, tanto più se i processi di globalizzazione dei mercati rendevano obsoleto quello stesso principio. Sul tema dei debiti interalleati e della stabilizzazione delle monete europee condivideva la critica di Keynes, secondo il quale le riparazioni richieste alla Germania erano troppo pesanti e rischiavano di danneggiare l’intera economia europea. Concordava nel sostenere la stabilizzazione delle monete europee, ma non al livello prebellico, essendo ciò deflazionista. Emergeva così la sua concezione del governo della moneta; che andava ispirato al criterio della stabilità monetaria e non della deflazione, né dell’inflazione. In seguito, nel dibattito con Keynes sulla crisi, Einaudi combatté la tesi inflazionista di Keynes, sostenendo che occorreva espandere l’offerta di moneta bancaria solo al livello a cui era giunto prima della crisi. Il biennio rosso (1919-1920), caratterizzato dai moti di occupazione di terre e fabbriche da parte di contadini e operai, venne interpretato da Einaudi come un periodo di regressione della “civiltà”, di lacerazione del tessuto sociale, e di violazione dei due “cardini della vita moderna”, vale a dire “la proprietà privata e l’iniziativa individuale”. Circa la Rivoluzione russa scrisse: “I rivoluzionari sono come bambini: vogliono scomporre e fare a pezzi la macchina produttrice, per vedere come è fatta dentro, nella illusione di poterne rimettere a posto i pezzi meglio, senza gli attriti odierni, che essi attribuiscono al capitalismo”. Invece il mercato è un “delicatissimo e complicatissimo meccanismo” che solo può essere creato “dall’opera lenta dei secoli e dalla collaborazione di milioni di uomini pazienti, previdenti, geniali e lavoratori”. In questo contesto auspicò la restaurazione dell’ordine da parte del fascismo che andava però poi ricondotto a quello dello stato liberale. E. si oppose apertamente a coloro che invocavano una “dittatura” perché “l’unica garanzia di salvezza contro l’errore, contro il disastro non è la dittatura; è la discussione” perché “la verità non è mai sicura di se stessa, se non in quanto permette al principio opposto di contrastarla e di cercare di dimostrarne il vizio”. (…) Il delitto Matteotti (10 giugno 1924) segnò il passaggio di Einaudi all’opposizione. Criticando duramente “Il silenzio degli industriali” (6 agosto 1924), Einaudi li esortava a far sentire la loro voce di protesta. Il giorno del ritrovamento del corpo di Matteotti (16 agosto), Einaudi rivendicò la superiorità dei principi fondamentali dello “stato demo-liberale”, vale a dire l’“opinione pubblica” e la “discussione” critica, contrapponendoli al “nuovo stato fascista-corporativo-tecnico”. (…) Il 1° maggio del 1925 usciva il Manifesto degli intellettuali antifascisti redatto da Benedetto Croce. Einaudi ne era fra i primi firmatari. Il 28 novembre si dimise da collaboratore del Corriere della Sera in seguito al forzato abbandono della direzione da parte di Luigi Albertini. Vi aveva scritto circa 1.700 articoli. Nel 1926 venne estromesso dall’insegnamento nella Bocconi e nel Politecnico di Torino. Nel 1931, a fronte dell’obbligo del giuramento di fedeltà al regime imposto ai professori universitari, Einaudi vi aderiva per evitare che la cattedra passasse nelle mani di un professore che educava gli studenti alla fede fascista. Partecipò ai lavori del Senato solo in significativi casi in opposizione alle politiche del governo. (…) Nel 1935, per ordine governativo, il prefetto di Torino soppresse La Riforma Sociale, edita dalla casa editrice del figlio Giulio. (…) Nel 1926 fece una lunga tournée di conferenze in America (Harvard, Yale, Princeton, Columbia, Minnesota, Berkeley, St. Louis). Partecipò ai lavori di diverse commissioni scientifiche internazionali sui problemi fiscali. Coltivò una nutrita schiera di allievi. Di particolare rilevanza sono la polemica con Keynes, in cui Einaudi elaborò la sua teoria della moneta e della politica fiscale e monetaria in relazione ai cicli economici e il dibattito su liberismo e liberalismo con Croce. (…) Uno snodo particolare della riflessione politica ed economica di E. è l’opera di grande respiro “La condotta economica e gli effetti sociali della guerra italiana” (1933), in cui E., se per un verso sintetizzava le cause della disgregazione sociale, dall’altro tracciava le linee programmatiche per la ricostruzione della futura società liberale. Einaudi precisava un’altra declinazione del suo buon governo, qui inteso sia come governo o costituzione mista, sia come governo dei buoni governanti, che non era da intendersi necessariamente in contrapposizione al pur importante governo della legge o rule of law. (…) La riflessione einaudiana sulla classe politica si arricchiva negli anni successivi attraverso la critica alle teorie sociologico-politiche dell’élite e della legittimità del potere di Pareto e Mosca, introducendo la distinzione tra classe politica in senso generico ed élite nel senso proprio del termine, vale a dire, tra la classe che governa in vista del proprio tornaconto, e la “sanior” o “melior pars” che governa in vista del bene comune, e si identifica tendenzialmente con i valori condivisi dalla “major pars”. (…) Nel dibattito con Croce, sviluppatosi tra il 1927 e il 1945 sulla questione del rapporto tra liberalismo e liberismo, Einaudi è d’accordo con Croce sull’idea che il liberismo, se inteso come policy o laissez-faire, non è un “principio universale” ma solo una “regola pratica”. Se tuttavia il liberismo è inteso come sistema economico basato sulla concorrenza e, quindi, sul pluralismo, la “varietà” di forme di vita economiche e sulla frammentazione e dispersione del potere, allora per Einaudi il liberismo non solo è una manifestazione della libertà degli individui – se questi desiderano essere veramente liberi e “indipendenti” – ma è “necessariamente connesso” con il liberalismo e la libertà, che non può coesistere con regimi economici quali il comunismo o il capitalismo monopolistico. Nella concezione della libertà crociana Einaudi percepiva il rischio di una riduzione a una libertà per soli “anacoreti”. Nell’agosto del 1943, dopo la caduta del fascismo, fu nominato Rettore dell’Università di Torino. Avendo saputo di essere ricercato dai nazifascisti, si rifugiò in Svizzera. (…) Nel 1944 dettò un corso di lezioni per studenti universitari rifugiati che costituiranno il nucleo fondamentale delle “Lezioni di politica sociale” (1949), nelle quali analizzava in maniera sistematica i pregi e i limiti del welfare state e sosteneva il principio della riduzione della diseguaglianza nei punti di partenza. In dicembre il governo Bonomi lo fece rientrare per diventare governatore della Banca d’Italia. Nel settembre del 1945 entrò a far parte della Consulta nazionale. Il 2 giugno 1946 entrò nell’Assemblea costituente come liberale eletto nel I e II collegio del Piemonte. Il 31 maggio 1947 divenne vicepresidente del Consiglio dei ministri e ministro del Bilancio nel IV gabinetto De Gasperi. In qualità di Governatore e ministro, pose in essere un’azione di liberalizzazione dei vincoli di cambio della moneta che generò una espansione della massa monetaria interna che egli sterilizzò poi con aumenti negli obblighi di riserva delle banche, eliminando l’inflazione e restaurando la stabilità monetaria. Erano le basi del “miracolo economico italiano”. In qualità di membro della Costituente, fece parte della commissione dei 75 incaricata di redigere il progetto di Costituzione e fece numerosi interventi: sostenne la causa del sistema bicamerale, contro la trasformazione del Senato in “rappresentanza degli interessi” economici, nel quale vide un’eco del corporativismo; fu favorevole al referendum abrogativo anche per le leggi tributarie; fu invece contrario alla Corte costituzionale, auspicando che le funzioni della Corte venissero ripartite fra magistratura ordinaria, Cassazione e potere legislativo; criticò il valore legale dei titoli di studio, la negazione della libertà e autonomia di insegnamento. Respinse con successo l’emendamento firmato dall’on. Mario Montagnana e da altri deputati di sinistra, inteso a includere nella Costituzione l’intervento dello stato “per coordinare e orientare l’attività produttiva, dei singoli e di tutta la nazione, secondo un piano che assicuri il massimo di utilità sociale”, data la vaghezza del concetto di “utilità sociale” e la violazione della libertà individuale del “piano imposto dall’alto”. Riuscì inoltre a evitare che nel dettato costituzionale vi fosse la “partecipazione ai profitti” delle aziende da parte dei lavoratori. Meno fortunato fu il suo emendamento mirante a sancire il principio che la legge non deve creare monopoli e che, quando esistono, deve sottoporli al controllo pubblico. Fu inoltre, insieme a Vanoni, uno dei principali fautori del quarto comma dell’articolo 81 della Costituzione sul cosiddetto “pareggio di bilancio”. (…) E’ il principio per cui le spese pubbliche hanno un prezzo, che va coperto con imposte o prezzi pubblici. (…) Il 22 aprile 1948 fu nominato membro di diritto del Senato della Repubblica. L’11 maggio venne eletto Presidente della Repubblica. Einaudi non si limitò a svolgere una funzione meramente notarile, e, pur nel rispetto della dialettica tra le forze politiche e parlamentari, interpretò ed esercitò con assiduità una moral suasion fatta di lettere, memoriali, appunti, osservazioni, rinvii alle camere di testi legislativi. (…) Nel 1955, scaduto il settennato presidenziale, fu nominato senatore di diritto della Repubblica e una legge speciale lo reintegrò a vita nell’ufficio di professore universitario. Tornò a scrivere sul Corriere e iniziò la pubblicazione a fascicoli delle “Prediche inutili” (1956-1959). Nel 1959 cominciò a raccogliere i suoi articoli di giornale nelle “Cronache economiche e politiche di un trentennio” (1893-1925) , di cui curò personalmente i primi cinque volumi. Con i diritti d’autore delle sue opere costituì, nel 1960, un fondo per borse di studio annuali destinate a laureati in discipline storico-economiche. Morì a Roma il 30 ottobre 1961 e, dopo i funerali di stato, la sua salma fu tumulata nel cimitero di Dogliani.
Francesco Forte e Paolo Silvestri