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 2014  gennaio 17 Venerdì calendario


DURERA’ L’EFFETTO VIAGRA DEL LUSSO PER BORSA E INDUSTRIA?

Qualsiasi cosa butti a mare, i pesci vengono a galla, basta che sia lusso”. E’ la frase che ai tavoli della finanza milanese ha preso il posto di un requiem ormai pronto per una Borsa perinde ac cadaver. Non si fa altro che parlare di lusso, il viagra capace di risollevare, se non le sorti, almeno gli entusiasmi dei lupi della Wall Street nostrana, avvizzita e svogliata. Ma qual è il principio attivo della medicina che fa fare un po’ di su e giù al mercato dei capitali, resi immobili da una politica davvero poco sexy? In Piazzetta Cuccia direbbero i danée, perché non c’è niente di più eccitante che il denaro che dà denaro, per quegli investitori che ormai possono attendersi dalle quotate dal settore un total return annuo del 17/18 per cento. Lusso è sinonimo di valore, e quale miglior esca per convincerci ad aprire i portafogli? L’effetto rinvigorente è dato da un mix di più ingredienti: buona conservazione del marchio, crescita continua – parallela alla protezione dei margini, efficace gestione dei processi distributivi, politiche di prezzo corrette, e management intelligente. Quando fanno effetto tutti insieme, pur non essendo abnormi in Piazza Affari i miliardi di capitalizzazione della manciata di big, questi fattori fanno dire ad analisti e gestori la parola magica “buy”, tanto che per cavalcare l’onda si parla già di un Luxury Index. “Alzati e fattura” è il motto provocatorio e simpaticamente profano della t-shirt del Deboscio indossata da Lapo Elkann, che con la sua Italia Independent incalza i grandi nomi della moda, ma è anche il mantra che guida un comparto frizzante ed euforico per la recente Ipo di Moncler, e guardato con estremo interesse soprattutto per ragioni di redditività. Perché quando si usano i dirty trick delle sedi in Lussemburgo vuol dire che la redditività c’è. Prese ad esempio le quotate di Piazza Affari, le ragioni per cui il lusso italiano rende oggi la finanza “pret-à-investir” sono l’ampio divario tra i loro margini e quelli di settore: l’incidenza degli utili sul fatturato dell’indice Ftse Mib dal 2009 si è infatti ridotta per tutti (dal 4 all’1,3 per cento), ma per le undici del lusso è cresciuta (dal 6 all’11 per cento), come pure i fatturati, in crescita del 14 per cento, rispetto al 3 di quelle fuori dal giro. Sarà anche l’euforia del momento – una decina di società sarebbero pronte per la quotazione – ma i sottostanti che mobilitano la finanza sono evidenti. Sarebbe interessante anche interrogarsi sulle ragioni industriali per cui il lusso italiano sembra sopravvivere in Italia – il manifesto di lancio di Moncler era “survive fashion” – mentre regna all’estero. Perché il dubbio che i capitali della moda e del lusso ogni tanto vadano all’estero c’è, ma c’è anche la certezza che dall’estero provengano, non solo perché i fondi sovrani facciano buona pesca in Italia, ma perché un mercato che vale oltre 200 miliardi abbondanti conti ormai ricavi in renminbi, yen e dollari. Mentre gli europei si sentono sempre più distanti dal consumo di lusso (un recente sondaggio Ipsos ne ha mostrato un forte calo di interesse) la crescita delle vendite più sostenuta arriva dall’Asia e dal Pacifico, con il recente ritorno in campo degli Stati Uniti. Mercati in cui gli imprenditori italiani della moda hanno smesso ormai da tempo di fare i provinciali, andando a “svuotare il magazzino” dalla merce invenduta o di bassa qualità – e sembra che anche Marchionne sia stufo del mass market – ma vanno perché il lusso, soprattutto nei paesi emergenti, è ergo sum, dove il denaro dà diritto all’acquisto di qualcosa che non è solo materiale, ma molto vicino al modo di essere e di vivere dei luoghi dove lo si produce e si pensa. Oggi fare moda in Italia è un lusso, come il lusso sembra l’unico in grado di sopravvivere all’Italia. Il sovrapprezzo dei prodotti italiani del settore giustificato dal loro valore immateriale puòessere in grado di assorbire tasse e costo del lavoro elevati, meglio di altri settori (dal 2009 gli utili delle quotate del settore è salito del 20 per cento, quello medio di quelle fuori dal settore è calato del 26 per cento). Siamo forse condannati al lusso e a tutti quei settori ad alto valore aggiunto in grado di trasformare l’immaterialità italiana in un vero scudo per marginalità e magari posti di lavoro? Vedremo, intanto “Alzati e fattura”.
Antonio Belloni
* Responsabile Export Unit Sei Consulting e autore di “Esportare l’Italia” (Guerini e associati editore)