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 2013  maggio 18 Sabato calendario


LA BUENA EDUCACIÓN

“Alla facoltà di Lettere c’erano solo donne, un prete, un frate e un frocio. Ero io” (Paolo Poli).

Fosse davvero vivo il senso della Nazione, si agitasse perenne nel cor dei reggitori della cosa pubblica vero amor di Patria, si forgiassero ancor “giovani ardenti d’italico valore”, allora Paolo Poli avrebbe da esser innalzato Supremo Precettore del Paese, inarrivabile pedagogo delle genti della Penisola: perfetta fusione, quale appare e qual è, tra Maria Montessori e Contessa Clara (con il sovrapprezzo di Ràdjanny von Skéwitch). Pur molestato, si capisce, dalla contingenza e dagli altrui ristretti orizzonti. Quelli gazzettieri, per dire. “Voleva sapere da me della crisi economica. Come sono modesti, certi giornalisti! Una volta, all’imbecille di turno dissi di quando Carmelo Bene pisciò azzurro sul pubblico. La scema scrisse ‘orinare’. Era di quelle che correggono ‘culo’ con ‘sedere’…”, spiega oggi. E appena l’altro ieri spiegò: “Io non sopporto tutti quelli che mi telefonano o mi interpellano per sapere cosa ne penso di questi patti per il riconoscimento delle coppie omosessuali. A ottant’anni ancora a parlare del buco del culo? Perché vengono da me come fossi colei che ha inventato la pederastia? Siccome uno fa un mestiere pubblico ci scambiano coi preti…”. Ma ecco l’educatore, il saggio, il sapiente – che a un giovane cronista che andava per intervistare seppe invece consigliare: “Devi darti alle avventure infime, vedrai: ci troverai giovamento”. Alto, bello, con invidiabile chioma, inseparabile farfallino – Madre della Patria angelica e candida, che sa dov’è il posto delle cose. Di tutte le cose: soprattutto delle cose nascoste. “Si sa, la portinaia ha sempre qualcosa in più della noiosa del palazzo”. E di come sapersi ben rapportare. Così che adesso, per esempio, a ottantaquattr’anni ha deciso di cominciare a fumare. “Beh, sa, per avere un po’ di vizio. A una certa età gli altri vizi rallentano, non restano che le sigarette e la bottiglia…”. Dice anche, e dunque insegna: “Non sono nostalgico, non tornerei indietro, continuo a sperare nell’avvenire anche se vedo sempre più buio. Credo nella capacità dell’uomo di migliorarsi”.
Di quanto e di come Paolo Poli sia perfetto istitutore, si può capire benissimo leggendo il suo libro-intervista appena uscito con Pino Strabioli: “Sempre fiori mai un fioraio. Ricordi a tavola” (Rizzoli). Per dire, già dal titolo: di come le cose essenziali si velano dietro quelle superflue. Dunque, Strabioli, attore e autore, ha avuto una serie di conversazioni con Poli in un ristorante di piazza Cesarini Sforza, a mezzogiorno in punto, quando spara il cannone del Gianicolo e i tavoli sono ancora vuoti. Lo aveva già incontrato anni prima. “Uscii completamente conquistato. Gli mandai dei fiori. Un mazzo di tulipani rossi”. Poli chiamò e ringraziò. A modo suo: “Grazie, ma sono stufo. Sempre fiori, mai un fioraio!”. L’essenzialità, appunto. Ora, tra pasta e fagioli e fragoline e asparagi, la saggezza di Poli si dispiega. “Da ragazzino non sapevo quale sarebbe stato il mio destino mondano, ma capivo che non mi piaceva la mia condizione di piccolo borghese. I compagni di scuola sognavano la bicicletta, io un cavallo bianco”. Gli anni certo qualcosa compromettono, “sono vecchio, mi piscio sulle scarpe e ancora giro l’Italia cantando”, la realtà impone nuove considerazioni, come fece presente a “una vecchia rinsecchita e ingioiellata” con cui si trovò a cenare: “Signora cara, alla nostra età chi ce lo mozzica più il culo!”. Ma appunto: né assennatezza né avvedutezza il passare dei decenni muta e prosciuga. “Voglio bene alle povere vecchie, mi hanno salvato la vita, vengono a teatro da sempre. Avevo un amico psichiatra napoletano, quando le signore andavano da lui disperate perché i mariti erano scappate con quelle più giovani, lui le mandava all’opera, alle mostre, agli spettacoli. Sono queste creature abbandonate che ci sostengono, che vengono a consolarsi per un’ora. Pagano il biglietto. Carine. Dobbiamo ringraziarle. Quasi tutte in gioventù hanno almeno letto un libro, magari di Liala, ma lo hanno letto”. Tra il vinello e l’ovetto e la cicoria, entra nel ristorante una di queste vecchie signore. Poli indica, noi apprendiamo: “La vedi quella che arriva? E’ una nobile romana. Ormai è grassa e passata. Un tempo era bella. Quando la incontri devi farle sempre bau-bau- e miao-miao. Sono queste che comprano il biglietto, che vengono a teatro. Sono sicuro che ancora tromba. Con la mancia, ma tromba!”.
Massima si dispiega, verso l’altrui sesso, la saggezza di Poli. “Le donne amano i froci. Chi è che dice a una signora: ‘Ma come sta bene con quegli orecchini!’. ‘Che bel vestito!’. ‘Gambe perfette!’? Chi le fa i complimenti se non un frocio? Il marito forse? Il signor Bovary non si è mai accorto dei gioielli di Emma”. Ha avuto molte soddisfazioni da loro – sempre, si capisce, bordeggiando con cautela il territorio, ma certo con affettuoso vicinato: le amate sartine, le briose portinaie, certe colleghe di lavoro, le suorine, la meraviglia letteraria di ‘Madame Bovary’, le mignotte delle case chiuse ove negli anni Cinquanta condusse gli alunni di certe scuole dove faceva supplenza, dopo aver letto in classe “La Maison Tellier” di Maupassant. Si sviluppò il dibattito: “Professore, lei ci parla di cose che noi non abbiamo mai visto”; si pervenne alla pratica conclusione: “Allora vi ci porterò”. Andarono. “A loro piacque moltissimo. Le mie studentesse erano contente, intervistavano le troie. Una ci disse che con i soldi guadagnati, di lì a poco avrebbe aperto una latteria”. Spiegò loro: “Guardate che le donne più interessanti sono le suore e le puttane, che fanno servizio pubblico”. Dalle suore, Poli aveva fatto l’asilo. “Mentre stiravano le monache mi tenevano lì con loro, chiacchieravano, io ascoltavo e imparavo. Agli spettacolini c’ero sempre. Quando veniva la principessa a fare la visita ci si arrangiava con una ‘Vergine Madre, figlia del suo figlio’, e se arrivava il segretario del Fascio con un bel ‘Conte Ugolino’. Con Dante non si sbaglia mai”. Le suore andavano anche ai suoi spettacoli teatrali, e riempivano tre palchi. E quindi le donne genio che la sorte gli mise sulla strada – o in platea. “Una sera al Teatro delle Muse venne a vedermi Anna Magnani. Alla fine dello spettacolo si alzò in piedi e disse: ‘Quanto so’ bravi ’sti froci’. Applauso”. Come Franca Valeri, “il mio maestro” – e ogni tanto ancora canticchia una canzoncina che in scena la Valeri cantava: “Cavaliere, se rimango, sia ben chiaro è per il tango…”. Come Teresa d’Avila, “una donna segnale, un faro”. E poi, la donna tra tutte le donne: la mamma.
La sua era una maestra in anticipo sugli anni gaglioffi del fascismo (a proposito di stupidità del fascio: a casa Poli avevano l’enciclopedia Utet, “geniali, alla lettera ‘F’ avevano fatto un volume a parte: ‘Fascismo’. Sapevano che prima o poi sarebbe finito e che quel librone lo avremmo buttato nel cesso”), persino sugli anni bacchettoni dei democristiani. “Una volta ‘Playboy’ mi chiese di fare delle foto nudo. Volevo farle con lei. Rifiutò. ‘Sono troppo vecchia per spogliarmi’, mi disse. Ma accettò di tenermi sulle ginocchia. E allora io col culo in su e l’uccello in giù in braccio alla mamma a fare le foto. Non si è mai creata problemi”. Ché l’intelligenza delle mamme non meno della loro perfidia è grande. “Quando portavo a casa qualche amica diceva: ‘Carine, Paolo, queste tue fidanzatine, ma troppo intellettuali. Prima una mi ha chiesto il coltellino per togliere i semi ai pomodori. Guardi, signorina – le ho detto – siamo di origine contadina e i pomodori li mangiamo coi semi! Potrai permetterti di mantenere queste signorine? Perché non inviti invece quello col nasino e quello col ciuffettino?’. Facevo una tavolata di froci e lei era tutta contenta”. Perché “si sa, professione a parte, per i froci la mamma è la donna più importante”. Il babbo – regio carabiniere che si rifiutò di indossare la camicia nera, “fedelissimi nei secoli, non repubblichino!”, morì ancor giovane; “non l’ho visto orrendo, è morto bello”. A tavola, rievoca: “Era buono mio padre, figlio di certa gente nata in cima a una montagna, elegante, alto un metro e ottanta. Un giorno arrivarono degli inglesi e lo presero come cameriere. Lo portarono in Inghilterra, dove credo abbia avuto esperienze sia con donne che con uomini. In un cassetto teneva i ricordi: c’era una scarpina di femmina e una cinghia di maschio. Si chiamava Basilio. Nome importante, Basileus. Aveva idee socialiste. Non gli dava noia la mia effeminatezza, anzi: mi chiamava suor Camilla”. In famiglia esemplare, perciò, si formò Poli. “Sono esploso dopo i diciassette anni, mi avranno aiutato le masturbazioni che, insieme con la lettura, fanno benissimo alla crescita e alla fantasia”.
Così, illuminato pedagogo, se non sulla centralità o sulla sua precaria santità, almeno sull’importanza della famiglia può mettere il sale sulla coda a tanti politicanti paracattolici. Ché alla sacralità delle famiglie lui mai ha attentato. Anzi. “Ricordo un bell’aviatore. Lo incontrai un tardo pomeriggio in Galleria, lo avvicinai, disse di chiamarsi Vitellino. Un nome che non si dimentica. ‘Se vuoi venire a casa mia dobbiamo prendere il tranvai’, lo informai. Accettò. Mi seguì. Quando fummo a casa, per fare migliore figura, andò in bagno e si fece uno spruzzo di acqua di colonia sull’uccello. Puà! Quel giorno non si combinò niente. Nel prosieguo tornò e avvenne”. E la famiglia, qualcuno si domanderà? Eccola – non è mai, quella di Poli, pedagogia a metà. “Dopo un po’ di tempo mi ritrovai in un teatro in Campania e chi c’era tra il pubblico? Lui, il mio Vitellino con la moglie e il figlio. Vennero a salutarmi, lo festeggiai e feci regali a tutta la famiglia”. Certo non meno che nel cuore di Liala, l’Aeronautica italica è stata nel cuore di Poli. Laggiù a Sud, su a Nord. A Milano. “A piazza Novelli c’era la caserma degli aviatori, andavo e dicevo: ‘Ragazzi, che fate quando uscite? Venite a teatro’. Convincevo l’ufficiale a mandarli. Ne venivano una trentina per sera… Prima li seducevo, poi diventavamo amici. Mi portavano a conoscere la fidanzata”. Ecco la necessità, in un momento di così grave crisi dei valori del Paese, dell’opera (e della pratica) di Poli: anche rispetto, par di intendere, all’azione e all’utilizzo delle nostre Forze armate. “Maestro, ha fatto il militare?”. “No carino, ho fatto i militari”.
Come diceva la Contessa Clara, amore “è una parola serissima, da non sprecare”. E infatti, Poli non spreca. La parola, almeno. “Amori veri mai avuti. Mi garbava uno che vedevo sul tram… ‘le rose che non colsi’. Sono come il poeta di Torino”. Così l’aviatore come il tranviere che portava il tram che arrivava ai Castelli Romani, il pompiere come il tecnico di scena, l’operaio come il fornaio, come l’olandese – che forse, invece, amore fu, “ora, da vecchio, ogni tanto mi ritorna in mente”, e l’attore, “due donne portate da lui, due froci portati da me, tre bottiglie di vino e si diventava felici”. Tutto cambia, e come si sa, principe di Salina o del palcoscenico, tutto resta uguale. Anche rispetto a quando si era adolescenti. “Una volta con questo amico andammo in cima al campanile della chiesa e lì facemmo delle cose svelte. Eravamo sicuri che il prete non sarebbe arrivato, troppo ripide quelle scale. Ci strusciammo malamente senza neanche guardar bene. Il prete non venne. Invece in ‘Vertigo’, che in Italia si chiamava ‘La donna che visse due volte’, la suora arriva! Grande regista Hitchcock”. Il giovane cameriere serve al tavolo, al ristorante in piazza Sforza Cesarini. Pedagogica volante anche per lui, tra i ravioli con la ricotta e il caffè: “Sono stata bella, sai! Non guardarmi ora che sembro una sottana gualcita. Vedi quella che sta arrivando? E’ come me, non le è rimasto nulla in faccia. Solo rughe. Sembriamo la casa del pieghettato!”.
Avendo indossato l’abito di santa Rita da Cascia, citando spesso san Francesco, mostrando almeno simpatia per l’attuale Papa, illuminato dal genio di santa Teresa d’Avila, chiaro che il galateo di Paolo Poli riserva massima considerazione alla religione. “Mi piacevano gli altari, preferivo quelli antichi, quelli con le maioliche del Della Robbia, m’incantavo davanti a certe Madonne o a certi Cristi risorti, tutti nudi, bellissimi”. Oppure: “Ogni tanto si andava anche al convento dei frati. Facevano spettacoli di soli maschi. Un ragazzino affacciato a una finestra di cartone chiamava un altro che era la sua bella, si abbracciavano stretti. Una pederastia tremenda”. E il giusto rapporto raccomanda con i soldi – vile e vitale sterco demoniaco. “So di non essere Flaubert, per questo non ho mai voluto pubblicare nulla. Dovrebbero ricordarselo anche le varie baricche. Ma cosa ci fanno, con tutti i soldi che guadagnano? Non saprei neanche come spenderli. Io sono sempre col culo scoperto. Un tempo, quand’ero bella e di coscia lunga, facevo le marchette per mantenere il mio teatro, come la Borboni”. E’ stata, la “nobiltà della coscia”, sapienza e pratica di tutta un’esistenza.
Paolo Poli ideale Conte Claro – meglio: ideale Contessa Clara – sa qual è il posto della memoria, e il posto riservato a insoddisfatti desideri. “Se posso dimenticare qualcuno, certo non Alba de Céspedes. Ero appena arrivato a Roma, conobbi un suo giovane amante, andammo a Isola Farnese per una giornata intera. La sera lui mi disse: ‘Paolo, non sono frocio ma ti adoro, non trombiamoci ma amiamoci con gli occhi’…”. Non meno dell’amore – anzi, anzi – l’amicizia segna. La spiega in continuazione, l’amicizia, Poli. Gli incontri. Laura Betti. Alberto Moravia – la sera, dal balcone, vedevano le puttane che sul lungotevere s’infrattavano con i clienti. “Povera cocca. Tu, Paolo, te lo faresti quello lì?”. “Neanche una sega con due dita”. Goffredo Parise, “delicatissimo, mai moralista, raccontava la vita con quel suo linguaggio semplice e immediato”. Pasolini, “non mi soffriva, mi riteneva uno stronzo, lui era per il ragazzo spontaneo, selvaggio, quello della natura, io ero lo scemo laureato, effeminato”. Anna Maria Ortese, “ha dato aggettivi cattivi alle cose buone. Con lei l’allegria diventava feroce. I dolori angelici. Ha capito che il nostro cervello è mescolato di bontà e perfidia. Il cielo è d’oro, i campanili tengono le bocche aperte”. Sandro Penna, che si slacciava le scarpe “e si vedevano partire raggi come dalla grotta di Lourdes”, causa persistenti odori. O la scelta di non fare “Pinocchio” a teatro – perché l’ha già fatto (perfetto) Carmelo Bene.
“La felicità non c’è, un po’ di felicità…”. A volte andava con suo padre a prendere il tè da una suora. “C’era un pianoforte, il babbo suonava la ‘Serenata’ di Schubert con un dito e lei faceva l’accompagnamento. Smettevano di suonare e si baciavano in bocca. La povera era tisica marcia”. L’ennesima lezione del professor Poli. “Ho capito allora che bisogna acchiappare quello che viene. Anche il bacio di una tisica. La vita è provvisoria”. Spiega: “Morire non è terribile, è anche giusto. A volte sento che è proprio l’ora che me ne vada, che non rompa i coglioni a quelli col pannolino. Il mio modo di pensare è di un’altra epica”. Così tante vite, eppure – “ho imparato più dalla letteratura che dalla vita”. Ogni conto – sempre ogni conto – a fine pranzo, lo ha pagato Poli.
(Il libro si chiude con un dono di Franca Valeri – che ha mutato la sorte iniziale di tanti fiori ricevuti e sempre in deplorevole assenza di piacenti fiorai. “Già da tutto quanto sappiamo su Paolo si può prevedere un lieto fine. ‘Signor Paolo, hanno portato un gran mazzo di fiori per lei’. ‘Chi li ha portati?’. ‘Alfredo, il figlio del fioraio’. ‘Quello bello?’. Conclusione. Sulla cassa del ristorante c’è un gran mazzo di tulipani rossi, nel salotto di Paolo c’è Alfredo, il figlio bello del fioraio”).