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 2012  luglio 07 Sabato calendario


ALESSANDRO LUZIO - PAPÀ RADETZKY - LE LETTERE, 102 PP., 9 EURO


Definito da Walter Maturi “il maggiore rappresentante dell’indirizzo filologico puro nel campo degli studi risorgimentali”, il marchigiano Alessandro Luzio era un formidabile topo d’archivio, ma anche un giornalista polemico che aveva abbandonato l’università senza prendere la laurea, pur di lanciarsi a corpo morto nella professione. Passione per la ricerca storica e verve pamphlettistica si erano già intrecciati al tempo in cui, nel 1882, da direttore della clerico-moderata Gazzetta di Mantova, Luzio si era lanciato in una memorabile polemica contro Luigi Castellazzo: deputato dell’estrema sinistra cavallottiana dignitario della massoneria e sospettato di aver fatto rivelazioni compromettenti agli austriaci al tempo del processo ai martiri di Belfiore. Politica contingente e storiografia si sarebbero intrecciate anche nel 1893, quando una causa per diffamazione intentatagli proprio da Cavallotti indusse Luzio a espatriare a Vienna. Lì sarebbe rimasto fino al 1898, come corrispondente del Corriere della Sera e della Gazzetta di Torino. Pur imposta da circostanze avverse, per il filologo l’occasione era però troppo ghiotta per non tuffarsi nelle biblioteche e negli archivi viennesi. Fu il primo storico del Risorgimento a sentire anche l’altra campana, pur restando fedele agli ideali risorgimentali. Lo colpì il modo in cui il generale Radetzky, il “boia” e “impiccatore” della retorica risorgimentale, in Austria fosse considerato non solo un eroe, ma fosse noto per bonomia e generosità. Papà Radetzky. E ne uscì questo libro, pubblicato nel 1901, quando già da due anni Luzio era diventato direttore dell’Archivio di stato di Mantova, anche se questo testo riproduce la quarta edizione del 1910. “Tra l’odio indistinguibile degli italiani e l’indomato amore degli austriaci, quale è il giudizio che s’impone alla posterità parziale?”, si chiede Luzio. Finendo, come è ovvio, per turbare le opposte sensibilità. Da una parte, ricorda l’autore, l’imperial regio tribunale di Trieste “credette di dover scagliare i fulmini del codice austriaco contro di esso”. Dall’altra, ci fu chi si adontò per la “semiriabilitazione dell’Attila austriaco”. Luzio fu forse il primo storico dell’unità ad ammettere “la popolarità di Radetzky anche tra le plebi italiane”, ma non riesce a non definirlo “insensato, feroce vecchio”, quando ricorda gli eccessi della repressione. Molti anni sono passati, e quel libro è più lontano da noi oltre il doppio di quanto Radetzky fosse lontano da quel libro. Ormai, i contrapposti attacchi di cui Luzio fu fatto segno possono essere considerati quasi come note di merito.