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 2012  marzo 31 Sabato calendario


AMERICANI A FIRENZE

Passeggiando per Firenze all’inizio dell’autunno del 1873 Henry James non era contento. Più tardi lo avrebbe spiegato in uno dei taccuini che teneva per ricordare le sue “Ore italiane” con parole tutt’altro che eufemistiche: “Ho conosciuto Firenze per la prima volta in anni abbastanza lontani, sono lieto di dirlo, per poterne avvertire il mutamento in peggio e la tabe dell’ordine moderno, amaramente detestati dai vecchi frequentatori, da coloro che ammirano e amano la città”. Costoro hanno le carte in regola, continua James, per rimpiangere “i buoni, vecchi granduchi” e tutta la dolcezza, la bonomia, la vitalità di cui “si godeva con grandissima disinvoltura”, di cui si godeva cioè prima dell’unità d’Italia e dell’elezione della città a transitoria capitale del nuovo regno. L’Italia, anche per gli americani, già dal Settecento era stata quasi “un’idea platonica”: “La patria della bellezza, delle arti, di tutto ciò che rende la vita splendida e dolce. Italia, per noi smorti stranieri, è una parola magica…”. Proprio in quell’inizio degli anni Settanta, James scelse l’Italia per l’avvio drammatico del suo primo importante romanzo, “Roderick Hudson”, la storia di uno scultore che dall’America ancora puritana dell’epoca, l’America dell’età dell’innocenza, arriva in Europa e nella “patria della bellezza” grazie alla generosità di un illustre e facoltoso concittadino. Roderick è anche il nome di un pittore americano arrivato più o meno come James a Firenze nel 1872 e il suo cognome è Newman, come il cognome del protagonista di un altro celebre espatriato jamesiano, l’eroe generoso e sfortunato dell’“Americano”. Ma per trovare spunti e nomi ai suoi personaggi, e ragioni di conflitto tra gli americani e gli europei, in quegli anni Settanta James non aveva che da guardarsi intorno. A Firenze in modo particolare. Benché la città stesse penosamente cambiando sotto gli occhi dei sentimental travellers, i viaggiatori sentimentali in cerca di una nuova patria nel paese della bellezza, pure le colonie di artisti americani o inglesi o anche di altre nordiche lande europee continuavano a crearsi e a moltiplicarsi. Qualcuno passava, qualcuno restava. E, se le tipologie erano differenti, il patto coi fantasmi dell’illustre passato univa tutti nella ricerca di un’arte nuova che si sarebbe alimentata e rafforzata al contatto con l’antico.
Ora una mostra a Palazzo Strozzi, “Americani a Firenze”, raccoglie le opere di alcuni di loro in un allestimento interessante come interessante è il catalogo, che ne racconta le storie e le vicende intrecciate attorno a un centro, un centro di eccellenza artistica: John Singer Sargent. Sargent e James furono da subito legati. Anche per ragioni di origine famigliare. Lo scrittore era nato a New York in una famiglia benestante colta e di idee liberali che fin da giovanissimo lo aveva trasportato di qua dall’oceano, così che le regole del suo ingaggio nella società non erano state disposte da austeri precettori puritani ma dalla lezione degli antichi maestri europei. A partire dal 1870 si sposterà sempre più frequentemente dal Nuovo al Vecchio mondo, decidendo infine, dopo i viaggi in Italia e un soggiorno parigino, di risiedere a Londra: ma le ore italiane costituiscono a lungo materia dei suoi romanzi e racconti. Sargent a Firenze ci era nato perché i suoi genitori, colti rappresentanti della borghesia agiata di Philadelphia, avevano deciso di far crescere i figli in Europa tra grandi alberghi, antiche locande e residenze piene di atmosfera. Il quadro di Sargent che accoglie i visitatori a Palazzo Strozzi si intitola “The Hotel room” ed è uno dei più belli presenti nell’intera esposizione.
Come James anche Sargent infatti era stato un hotel child, uno di quei bambini da albergo che avevano assimilato il nomadismo e la frequentazione della bellezza come un tratto costitutivo della loro formazione. La stanza d’albergo dipinta da Sargent nei primi anni del Novecento non è un luogo di passaggio ma un mondo a sé. Sullo sfondo le persiane verdi chiuse non riescono a trattenere una luminosità chiara: quella luce carica di promesse che penetra in una camera chiusa indica che la vita pulsa e chiama fuori, nella strada, nel vasto mondo luminoso che solo qualche passo ci separa dal possedere. Tanto più attraente, quel mondo di fuori, perché le tende della finestra sono agitate: spira una brezza, il vento della vita è all’opera. Ma non è facile lasciare la stanza che, nello scorcio rappresentato, appare come un reame incantato, il regno benedetto dell’intimità, sia pure transitoria, sia pure provvisoria ma estremamente calda, personale: su un tavolo coperto da una tovaglia bianca ci sono oggetti – un catino, una brocca e una bottiglia, un panno, forse un tovagliolo forse un asciugamano – che sembrano i resti di una toletta veloce, o anche la traccia di una colazione. Per terra, sotto al tavolino, ci sono delle valigie aperte: tutto è in disordine, le valigie sono state aperte in fretta alla ricerca di qualche indumento, di qualche utensile della quotidianità. Non c’è stato tempo di sistemare bene gli oggetti e gli abiti nella stanza d’albergo, oppure non ce n’è stata voglia: domani si parte forse, e comunque una stanza d’albergo è qualcosa di meno regolare di una casa, il disordine non solo vi è ammesso, è più confortevole, più privato. E più stretta è la relazione tra il mondo di dentro e il mondo di fuori.
Il sottotitolo della mostra fiorentina è “Sargent e gli impressionisti del nuovo mondo”. E non v’è dubbio, osservando la sequenza dei quadri esposti, che l’onda di nuove tecniche e di nuove poetiche abbia lambito i soggiorni europei e le competenze pittoriche degli artisti rappresentati. Difficile collocarli però nell’ambito preciso dell’Impressionismo: si direbbe piuttosto che, insieme all’antico italiano, i pittori che venivano dall’altra parte dell’Atlantico respiravano il nuovo europeo, quella costante capacità di rinnovarsi, cioè di trasgredire le sue stesse regole fondamentali e di crearne di nuove, che dal Rinascimento in poi, ma anche da prima, aveva caratterizzato l’arte nel Vecchio continente. Un’arte disinibita, cioè, che era quanto serviva agli americani per trasformare – ci avrebbero messo in tutto un secolo – la loro culturalmente periferica terra nell’impero dell’arte (un passaggio che nel 2008 una mostra alla Fondazione Guggenheim di Venezia, “Coming of age: American Art, 1850s to 1950s” documentava con precisione). Ma la storia degli intrecci dei sentimental travellers è più fitta di quella degli intrecci delle poetiche: quale che fosse il loro credo artistico – e certo la figura, il disegno e il colore si andavano sciogliendo a contatto con le nuove esperienze francesi quanto con il dolce sole italiano e la piacevolezza delle varie vite in villa – per loro l’Italia è una fonte di cambiamento, di emozioni e di relazioni. Non tutti vi arrivano perché, come nel caso di James e Sargent, sono guidati dalle loro famiglie. Molti devono trovarsi uno sponsor per il grande viaggio: per esempio due tra i precursori della strada per la Toscana, dove arrivano già alla metà del Diciannovesimo secolo, avevano curricula differenti: William Morris Hunt era figlio di un ricco deputato del Vermont, e dopo un primo soggiorno romano e un decisivo passaggio francese si era stabilito a Firenze negli anni Sessanta, mentre George Inness, di modeste origini famigliari, era riuscito ad arrivarvi nel 1851 solo dopo aver trovato, come il protagonista Roderick Hudson del romanzo di James, un patrono finanziatore nella figura del mercante d’arte Ogden Haggerty.
Ma gli americani si moltiplicano soprattutto dopo la fine della guerra civile americana, nel 1865, e fondano vere e proprie colonie in città: abitano per un po’ gli alberghi del centro, poi si trasferiscono in altri quartieri, più appartati, spesso vivendo tra loro, come per esempio sulla piazza Maria Antonia (oggi Indipendenza) dove si stabilì per primo lo scultore bostoniano Horatio Greenough, subito seguito da una piccola schiera di connazionali; un altro gruppo di americani scelse invece il nuovo quartiere in collina sorto intorno al Viale Michelangelo: nell’area tra via Farinata degli Uberti e via Dante da Castiglione Hiram Powers, Thomas Ball, Charles Francis Fuller avevano creato una vera e propria comunità di artisti espatriati. Molti, i più facoltosi, preferivano invece le splendide, suggestive e un po’ stregate ville dei colli intorno a Firenze, che divennero un soggetto d’elezione per pittori e disegnatori. Come Villa Medici, Villa Palmieri e Villa Böcklin, cioè la Villa Bellagio a San Domenico (dove l’artista era morto nel 1901) disegnate dall’illustratore Joseph Pennell, che nel 1886, insieme alla moglie, aveva compiuto un avventuroso giro dell’Italia centrale, spesso utilizzando un gigantesco doppio triciclo. Oppure come la Villa di Torre Galli dipinta da Sargent, col suo giardino fuori dal tempo dove indugiano al sole dame biancovestite. O come la Villa Castellani a Bellosguardo dove visse una delle coppie più singolari tra i viaggiatori sentimentali americani: il pittore Frank Duveneck , un tipo sanguigno di Cincinnati che in un primo tempo per i suoi studi artistici aveva preferito all’Italia la Germania, dove aveva creato delle scuole d’arte per espatriati, e l’aristocratica bostoniana Elizabeth Boott, che l’aveva sposato e convinto a insediarsi a Firenze, una delle numerose donne d’oltreoceano che proprio in quella fine secolo cominciarono a preferire l’arte con la maiuscola alle tradizionali e minori arti femminili della vita quotidiana. Elizabeth, morta precocemente, è sepolta insieme a molti connazionali nel cimitero agli Allori, sotto una lastra marmorea scolpita dal marito. Henry James, amico della famiglia, nella lettera di condoglianze al padre della pittrice scrisse, a proposito di questo monumento, una frase che riassumeva il credo della sua vita: soltanto l’arte trionfa sul fato.
Elizabeth Boott è una delle belle dame che appaiono nei ritratti della mostra a Palazzo Strozzi, elegante e austera come l’amica americana in tailleur e cravattina dipinta da Egisto Fabbri, un ricco newyorchese di origini italiane che si fece artista e collezionista a Parigi e poi nella sua villa di Bagazzano, e come Vernon Lee, pseudonimo di Violet Page, inglese cosmopolita fin dall’infanzia, scrittrice e studiosa d’arte, in una delle fotografie che Ernestine Fabbri, la sorella di Egisto, realizzò con piglio tutt’altro che amatoriale alla fine del secolo e che costituiscono uno struggente controcanto realistico all’immaginazione dei pittori. Vernon Lee fu particolarmente attiva tra gli stranieri che insorsero contro le demolizioni e i cambiamenti con cui il nuovo governo italiano stava modificando e spesso stravolgendo il volto antico di Firenze – “la terribile questione fiorentina” l’aveva definita Henry James –, gli stranieri che cercavano non soltanto nei musei ma anche nelle piazze e nelle strade quella lezione di civiltà da opporre alla vorace finanza americana, quell’antico eterno e magistrale che Bernard Berenson aveva esplorato in un saggio pubblicato quattro anni prima della fine del secolo, “I pittori fiorentini del Rinascimento”, subito diventato un vademecum.
Ma non tutti tra gli espatriati in cerca di ispirazione e ammaestramenti e civilized landscape scelsero Firenze. Tra le figure che appaiono nella mostra di Palazzo Strozzi (ben raccontate dai saggi e dagli apparati del bel catalogo edito da Marsilio a cura di Francesca Bardazzi e Carlo Sisi) uno dei più appassionati e precoci cultori dell’Italia è il newyorchese Elihu Vedder che nel 1857 viaggia tra Roma, Firenze e Venezia, frequentando i Macchiaioli e diventando amico di Nino Costa, con cui condivideva l’amore per la campagna romana e un certo gusto arcaicizzante e purista. Alla fine Vedder scelse Roma, dove entrò in contatto con un singolare personaggio arrivato nel 1889 in quella che era ormai la capitale del nuovo regno: Afred Wilhelm Strohl-Fern, un nobile alsaziano che aveva lasciato Parigi e i suoi studi al Louvre, dov’è documentato nel 1869, forse per l’orrore della guerra franco-prussiana forse per amore dei cieli del sud.
Come gli americani a Firenze anche Strohl-Fern coltiva il sogno italiano e vuole preservare la bellezza fuori dal tempo di Roma, dove i piemontesi stanno operando allarmanti trasformazioni. Per questo acquista otto ettari di terreno ai margini di Villa Borghese verso Porta del Popolo e decide di trasformarli in una piccola fortezza incantata per gli artisti che, come lui, scelgono la città eterna come oasi di pace e di ispirazione e baluardo contro il mondo che cambia. In realtà non di semplice fuga dalla realtà si tratta: Strohl-Fern fa costruire nel parco numerosi atelier che saranno produttivi studi di artisti ben oltre la sua morte, nel 1927, quando per volontà testamentaria la proprietà passa allo stato francese. A Roma, al Casino dei Principi di Villa Torlonia, sono ora in mostra alcune delle opere degli stranieri e degli italiani che usufruirono della creazione dell’aristocratico gentiluomo per lavorare in una sempre più difficile, man mano che i tempi cambiavano, tranquillità di vita e d’animo: dai russi Vrubel e Repin all’olandese Thomas Cool al tedesco Emil Fuchs (che vi abita insieme alla bella e avventurosa Barbara Leoni reduce dalla tempestosa relazione amorosa con D’Annunzio), dall’inglese John William Godward all’americano Myron Chester Nutting e a una nutrita schiera di italiani (come ben raccontano i saggi dell’esauriente catalogo curato da Giovanna Caterina de Feo ed edito da Gangemi), tra i quali Arturo Martini, Nino e Pasquarosa Bertoletti, Oppo, Spadini, Socrate, Deiva de Angelis, fino al secondo Dopoguerra quando ancora altri artisti vi lavorano, tra cui Carlo Levi e Francesco Trombadori.
Seguendo le vicende delle presenze nella Villa si capisce che a un certo punto, cioè dopo la Prima guerra mondiale, Roma smette di essere, per gli artisti stranieri, quella meta ideale del Grand Tour e quel cerchio magico di ispirazione e insegnamento che era stata per secoli. Villa Strohl-Fern, col suo giardino fatato, gli studi luminosi, le grotte, gli alberi meravigliosi, i suoi personaggi affascinanti che i quadri raccolti a Villa Torlonia raccontano con struggente persuasione, resiste. Ma la città sale e incalza, e anche l’eremo del nobile alsaziano non potrà più avere quella “essenza di eternità” che gli attribuiva Rilke, che ne fu ospite nel 1904, né rappresentare quell’“anacronistico incanto”, quel “pezzetto dell’antica Roma rimasto intatto e indisturbato attraverso il mutare del tempo” che ancora evocava per la scrittrice svedese Amelie Posse che insieme al marito, il pittore boemo Oskar Brázda, vi era arrivata nel 1915. Un attimo prima che il lungo primato della civiltà artistica italiana fosse inghiottito dai turbamenti del Novecento.