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 2011  ottobre 15 Sabato calendario


UNA PELLICCIA CINESE COME BOTTINO DI GUERRA

Il piroscafo Giava, ronfando, approdò alla banchina nel porto di Hong Kong. Il comandante Ansaldo scese a terra. Fu avvolto dagli odori del porto. Odori densi e ghiacciati suscitarono in lui estranianti pensieri. Tra l’affollata confusione d’ogni razza e il mêlée di idiomi sconosciuti, intese correre a tratti il familiare pitkin, l’“esperanto” dei marinai, la lingua dei comandanti di mare, un declinato di parlati a base inglese.
Affacciata sull’angiporto cercò la sede di Carlowitz & Co., agenti marittimi di Amburgo, con uffici a Hong Kong, Canton, Shanghai, Tientsin, Hankov, Newchwang. Ai Carlowitz si appoggiava la Navigazione generale italiana che non aveva ancora propri punti di riferimento in oriente. Per ora soltanto un rappresentante, attaché nella sede Carlowitz di Hong Kong. Era la persona che Francesco Ansaldo incontrò. Lo riconobbe per il suo eterno abito coloniale. Gli si rivolse nel dialetto di casa. Questi, un altro genovese in oriente, si chiamava Andrea Marcenaro. Stava in Cina da anni. Oltre a seguire gli interessi della Navigazione generale italiana, come ogni occidentale, e come ogni genovese che si rispetti, intricava affari. Con chiunque e d’ogni tipo. E in quel d’ogni tipo sta ovviamente il crinale che sovrappone il consentito all’illecito. Nelle reticenti cronache della sua famiglia qualcuno lo ricordava intrepido. Un avventuriero. Quasi mai dava notizie di sé. Nei sussurri dei parenti a Genova, ritenuto una macchia nella famiglia, era dipinto come un malemmo, una specie di Lord Jim andato a male. Le ultime tracce di lui si rinvengono nelle lettere del comandante Ansaldo. Poi Andrea Marcenaro sparì nei mari della Cina. Sua moglie, che aveva lasciato incinta al tempo del suo exit orientale, sposò l’amante. Esplorando inutili reliquie casalinghe, chiedendosi da chi venisse – era stato inviato dall’avo cinese in un ritorno di memoria – un suo estremo pronipote trovò un album rilegato in seta ormai esangue. Lo contemplò con inquieto stupore. Le pagine di carta di riso, dipinte ad acquerello vivace, rappresentavano i giuochi di un mondo astratto: la festa del dragone? della tigre? gli aquiloni sperduti per cieli inesistenti? E alla fine la Corte, fitta fitta, assiepata di mandarini, principi e concubine con al centro, in alto, il Figlio del cielo, l’imperatore di tutte le Cine. Qualcuno che lo aveva conosciuto, scucì dicerie sull’avo cinese e il bisnipote riuscì a vedere qualche briciola. Cercò così di far collimare la storia del bisnonno fantasma con qualcuno da lui incontrato. Magari soltanto sfiorandolo. Per riuscire a vedere l’avo, soltanto di sponda.
La conoscenza tra Ansaldo e Marcenaro in oriente si sarebbe consolidata nel secondo viaggio che il comandante Ansaldo fece nel 1901, nuovamente nei mari della Cina. Ormai era considerato un perfetto conoscitore dell’estremo oriente, visto il buon esito dell’impresa in favore delle legazioni occidentali durante la guerra dei Boxer. Fu incaricato dalla Navigazione generale italiana di studiare la possibilità di aprire rotte per navi mercantili in quella parte di mondo.
“Sono a Shanghai – scriveva alla moglie il 23 agosto 1901 – e oggi stesso dopo mezzogiorno parto per il Giappone dove devo visitare Nagasaki, Moje, Kobe, Tokyo e Yokohama. Parto con l’Amburgo, che è un nuovo vapore della Compagnia amburghese. Viene con me anche Marcenaro”.
Dal Giappone i due inviarono cartoline con il Fujiyama, sfuocato, tra nebbiose imprecisioni. E piccole e sottilissime fotografie colorate all’anilina raffiguranti geishe sorridenti, dietro a un ventaglio. Come studenti in libera uscita, scappati in Giappone per una gita, volevano forse alludere a chissà quali avventure. Il comandante Ansaldo ritornava presto serio. “Tutto il giro in Giappone conto di farlo in 16 giorni. Temo che mi dovrò fermare per un certo tempo a Shanghai, forse andrò su per lo Yang-tse-Kiang sino a Hankao. Sarò alloggiato da Carlowitz. Questa è la più antica casa commerciale tedesca di queste parti ed anche la più solida. Il capo dell’agenzia di Shanghai è un certo Signor Reiner, gentilissima persona, che parla italiano perché rimase molto tempo a Firenze, ma che vive solo, non esce mai, non fa visite, è un vero misantropo che vive soltanto per gli affari. Ma è una persona coltissima. Sono con lui ed egli è ben contento di avermi per poter parlare un po’ italiano… Oggi, prima di partire, devo andare a colazione con i nostri agenti Carlowitz & Co. L’altra volta sono stato sulla montagna da loro. Hanno una casa splendida proprio sulla cresta e che perciò vede da tutte e due le parti. E’ molto fresca”.
L’ombra dell’agente della Navigazione generale in Cina Marcenaro affiora ancora dalle lettere alla moglie del comandante e dalla pagine vaporose ed evanescenti del copialettere dove sono ricalcate le missive di lavoro. Il tipo che veniva considerato dalla sua famiglia uno scappadicasa, non si riesce comunque a mettere a fuoco. Resta un personaggio tra le pieghe di pagine ingiallite. Non scritte da lui.
Hong Kong, 12 settembre 1901: “Dopodomani partirò per Shanghai con Marcenaro. In tutti questi giorni ho lavorato un poco, stasera devo prepararmi i bauli. Lascerò la cassa grossa qui in Hkong e porterò con me soltanto la valigia e l’altra cassetta. (…) Domani arriva il piroscafo con il quale devo partire. E’ il Palawan della Peninsulare. In questo viaggio dovrei girare tutti i vari piroscafi delle varie compagnie e farne un rapporto in proposito. Se vedessi quale bastonatura prende la mia roba in questo viaggio. La devo fare lavare all’hôtel e figurati che dopo due o tre volte è da buttare via. (…) Marcenaro viene ancora con me sino nel Giappone”.
“Quando vedevo scorrere dinanzi alla mia camera quel grande e maestoso fiume che penetra tanto nell’interno dell’Asia, correvo con la fantasia ad immaginarmelo tutto animato di vapori e navi che portassero colà tutte le varie merci di paesi civili per riprendere quelle cinesi. Ma questo è un popolo che opporrà per molto tempo una resistenza passiva a qualunque nuova intromissione europea, il cinese è un tutto così difforme da noi, pensa in modo tanto diverso, ha bisogni così speciali, è tanto attaccato alle sue abitudini antiche che cambierà molto lentamente gusti e modo di pensare. Io temo che tutte le imprese per una nuova ferrovia in Cina e per lo sfruttamento delle miniere possano finire in grandi disinganni. Gli italiani devono andare molto prudentemente se non vogliono avere delle illusioni ancora più terribili di quelle avute in Africa”.
La memoria portò il comandante Ansaldo all’anno prima, un tempo che gli sembrava ormai lunare. Quando, al comando del Giava, aveva gettato l’ancora nella rada di Ta-kù, punto d’incontro delle navi di soccorso alle legazioni assediate a Pechino. Erano passati quarantanove giorni da quand’era salpato da Napoli. Ed era arrivato quando i disordini nella capitale cinese erano finiti.
“Siamo in rada con molte navi da guerra e mercantili, tutte che devono sbarcare truppe, animali e provviste, mentre che i mezzi da sbarco sono molto limitati. La terra è molto lontana e ciò accresce le difficoltà dello sbarco. Sembra che il colonnello Garioni, comandante del contingente italiano, sia rimasto molto contento del servizio prestato dai piroscafi. Ciò mi fa molto piacere perché noi tutti abbiamo fatto il possibile per accontentarlo e mi sarebbe rincresciuto che non lo avessero riconosciuto. Qui fanno molte critiche acerbe all’ammiraglio Candiani, il quale, pur sapendo dell’arrivo della spedizione non preparò nulla per lo sbarco. I soldati del Giava sbarcarono avantieri con tempo cattivo, e a terra non trovarono nulla di preparato per riceverli. Sono le solite imprevidenze che si ripetono sempre. Pechino è liberata e le legazioni europee sono salve. La marchesa Salvago-Raggi con suo figlio, dati per uccisi, si trovano a Tien-tsin… Vi sono a Pechino circa seicento marinai italiani. Quando sbarcheranno i nostri, andranno a Pechino i soli bersaglieri, rimanendo a Tientsin la fanteria”.
E mentre il comandante Ansaldo si compiaceva del buon esito del viaggio e della fine delle ostilità, ignorava però come le cose si fossero messe nella capitale. Nella rada di Ta-kù ov’egli si trovava in attesa di ordini, vedeva affollarsi piroscafi di tutte le nazioni. A terra stavano ufficiali della Peninsular, un bastimento che aveva doppiato a Bombay e a Hong Kong. E tra questi anche il capitano Nathaniel Smithson della Pomona, che conosceva. Erano apparsi, sempre nella rada di Ta-kù, piroscafi tedeschi che sembravano carichi di truppe “perché a bordo dei mercantili tedeschi i comandi si danno a suon di tromba”. Quei capitani di mare “foresti”, e soprattutto gli inglesi, che Francesco Ansaldo intravedeva dal ponte della sua nave, erano in un continuo fervore. Caricavano casse e fagotti. “Essi fanno delle vere incette di oggetti di pregio, che sono stati predati dalle truppe dei loro contingenti a Pechino e a Tientsin”. Il comandante Smithson, vantandosene, gli aveva esibito un campione di pezze di seta di Canton “fortissima e pesante, veramente splendida”. E scoprì dei veri e propri corrieri che facevano la spola tra i contingenti stranieri di stanza a Pechino e gli ufficiali dei mercantili alla fonda nella rada di Ta-kù. Quello di Ansaldo era lo sbigottimento di un severo comandante genovese che si trovava ad assistere a una vera e propria inspiegabile razzia: si imbarcavano bronzi, porcellane preziose, mobili antichi, argenterie, arazzi, abiti… Scriveva alla moglie: “Questo mi ha fatto venire sempre più voglia di procurarmi anch’io qualche oggetto discreto da portare e regalare e una bella pelliccia per te. Che almeno da questo viaggio ci esca questo! Tu ora ti meraviglierai di vedere che anche tuo marito si mette a fare il razziatore. Ma cosa vuoi, fa rabbia vedere tanta roba in mano agli altri, e sapere che una delle due: o la Cina la saccheggiamo un po’ anche noi, o la saccheggiano tutta loro”.
Ignorava cosa era successo veramente a Pechino dopo l’arrivo delle truppe in soccorso delle legazioni occidentali che avevano resistito per cinquantacinque giorni agli attacchi dei Boxer, incitati ormai apertamente dal principe Tuan. A sua volta esortato dalla reggente Cixi, che dal suo trono aspettava soltanto che i diplomatici stranieri fossero definitivamente fatti fuori. Le truppe delle potenze occidentali coalizzate, sedicimila uomini, avanzando e sbaragliando ogni resistenza, erano giunte a Pechino il 14 agosto, in tempo per salvare le legazioni ormai allo stremo.
Il contingente di soccorso – francesi, tedeschi, giapponesi, marinai italiani, americani – arrivando, non era però in grado di distinguere le responsabilità, riconoscere i veri nemici. Le truppe si abbatterono sulla capitale come un’ondata, abbandonandosi a massacri indiscriminati. Particolarmente veementi i russi e i Sepoys, corpo di colore dell’esercito inglese arrivato dall’India. Pechino bruciava.
Ai bagliori dell’incendio che divorava il palazzo del principe Tuan, mentre si sparava a casaccio, le mani trafugavano ricchezze. All’arrivo degli europei, travestita da contadina, l’imperatrice era fuggita nell’antica capitale X’ian. Diversi funzionari favorevoli ai Boxer si uccisero. Gli occidentali agguantavano ciò che capitava loro sottomano. Il sacco di Pechino durò giorni. I comandi di ogni reparto avevano avuto una sola preoccupazione: essere i primi a entrare nella capitale. Volevano riuscire ad accaparrarsi le più importanti porzioni di città. “A questa gara – commenta Salvago-Raggi nelle sue memorie – seguì quella per occupare i migliori quartieri, e fu per molti un’amara sorpresa trovarsi dinanzi le sentinelle giapponesi prime a scoprire e presidiare edifici dove erano banche, case di cambiavalute o monti di pietà”. Si vedevano per le strade soldati carichi di sacchi contenenti borse d’argento. Venivano sfondate le porte dei magazzini privati. Una delle vie che portavano alla città imperiale si presentava ingombra di pezze di seta, di abiti ricamati e pellicce, trascinate in strada da saccheggiatori cinesi messi in fuga dagli occupanti. Alcuni comandi militari per evitare che quelle ricchezze andassero sciupate disposero che fossero riunite per poi essere regolarmente vendute. “Il provvedimento appariva logico e giustificato, ma ciò equivaleva a rendere ufficiale il saccheggio”, commentava il ministro plenipotenziario italiano.
Col suo amaro distacco dagli avvenimenti, come se ciò che avveniva intorno non lo toccasse, scrivendo alla moglie lettere che mutano nell’improprio diario di quei giorni, è ancora il comandante Ansaldo a raccontare lo svolgersi del furto legalizzato alla Cina, depredata da agenti, militari, trafficanti, affaristi che avrebbero guadagnato enormi somme sbandendo i preziosi malloppi in tutte le contrade del mondo.
14 settembre 1900: “Oggi eravamo in ventisei a tavola, compresi i due Carlowitz, i tedeschi che sono gli agenti della Navigazione generale. I fratelli Carlowitz, nostri agenti, sono tedesconi in apparenza molto gentili, ma che in realtà ci disprezzano. Essi fanno anche mostra di grande amicizia per i cinesi; durante tutto il desinare essi non hanno risparmiato occasione per esprimere il loro sdegno a proposito del saccheggio di Pechino fatto dalle truppe internazionali. Essi dicono che le legazioni in realtà non furono mai minacciate, e che il pericolo delle legazioni fu un pretesto inventato da russi e da inglesi per buttarsi al sacco. Accusano sopra tutti gli inglesi di trattare la Cina come una terra dove si possa portar via tutto quello che piace. Essi hanno certo ragione, e sono gente molto informata; ma purtroppo anch’essi per quanto tedeschi, sono della scuola inglese. Io so di sicurissimo che questi carissimi signori Carlowitz hanno mandato a Pechino e a Tien-tsin dei veri periti-intercettatori. Questi intercettatori dei Carlowitz profittano del fatto che il comandante della spedizione internazionale è il tedesco Waldersee, e facendo finta di niente, pretendono di avere quasi un incarico ufficiale di ricettare la roba razziata. Io, mentre stasera a tavola i Carlowitz facevano i loro sproloqui contro il sacco di Pechino, me la ridevo da me, pensando alla mia intenzione di prendervi anch’io un po’ di parte!”.
In realtà il pensiero centrale del comandante, in tanto tourbillon di preziosità predate, era quello di riuscire a portare una pelliccia alla moglie. Controllava la quantità di colli che arrivavano a Ta-kù. Ricchezze che passavano sotto al suo naso e immediatamente si volatilizzavano. Gli italiani arrivavano troppo tardi alle spartizioni, sempre in mano agli intercettatori inglesi. Quel che restava era autentica paccottiglia.
“Non si sa per quale magia, tutta la roba buona era toccata agli ufficiali e agli uomini del contingente inglese che, più pratici e più lesti, non ci pensavano neppure a denunciare quanto trovavano e a imboscarlo. Dichiaravano quello di cui non sapevano cosa farsi. Oggi, per esempio, fui a una specie di asta pubblica; ma non vidi che abiti vecchi, vecchie pellicce e cianfrusaglie, tutto carissimo. Il buono era già partito”.
In lui restava, come punto d’onore, trovare una pelliccia per la moglie alla quale, in più lettere, l’aveva promessa. E il comandante Ansaldo non era tipo da mancar parola. Avrà chiesto, si sarà informato. E mentre si preoccupava di trovare la pelliccia giusta, in un freddo novembre, ancora piantato con il Giava nella rada di Ta-kù, ricevette la sua parte del sacco. Era dal mese di agosto che gli occidentali svuotavano la Cina.
“Oggi, finalmente, dopo tanto aspettare e discorrere, è arrivata a bordo la parte di presa della spedizione della Cina che tocca al “Giava”. E’ arrivata a ogni componente dell’equipaggio una pelliccetta molto ordinaria, ma ben pesante, di quelle che porta, nella Cina del nord, la gente del popolo. Sono pelliccette da farne dei casacchini col pelo volto all’indentro, che tengono molto caldo. Io le devo fare foderare e adattare. E’ un regalo utile, ma che ha fatto arricciare il naso a tutti i siciliani del Giava, perché vi hanno veduto il segno chiarissimo che finiremo per restare a svernare in questi mari. Anch’io ho avuto la mia pelliccetta, che mi farò foderare un po’ più fina a Shanghai, ma che non differisce per niente quanto a qualità di pelo da quella degli uomini dell’equipaggio”.
E per buon peso, al Giava, sempre parte del predato ai cinesi, arrivarono alcune casse contenenti vasi di fiori in maiolica. Di infima qualità. Mobiletti laccati, assolutamente andanti, dei bruciaprofumi in bronzo e un numero inverosimile di bambole. In più un assortimento di Budda in bronzo. Di tutti i formati. “Si direbbe che a Pechino non aspettassero altro che il saccheggio degli europei per appioppare loro tutti gli stock di Budda invenduti che avevano nei loro magazzini”. I Budda dall’eterno sorriso beffardo si sparsero per il ponte della nave. E lì restarono perché l’equipaggio si era messo in testa che quelle statuette portassero male. Tutti i marinai le schifavano. Chissà che fine avranno fatto. Il comandante Ansaldo non racconta come fosse riuscito a disfarsene.
Le questioni connesse ai fatti di Pechino e la conseguente razzia stavano ormai passando in mano agli uomini della politica e della diplomazia che avrebbero dovuto decidere di chi fossero le colpe. Comminare le celeberrime sanzioni internazionali. A quel punto, il grosso delle truppe poteva ritirarsi. E le navi che le avevano trasportate tornare ai loro paesi d’origine.
Approssimandosi il ritorno a casa al comandante Ansaldo restava il problema della pelliccia per la moglie, che fino a quel momento non era riuscito a trovare. Per giorni, scendendo a terra, aveva compiuto larghi giri per trovare l’agognato souvenir cinese da recare a casa.
Quello che avrebbe dovuto essere un trofeo dalla Cina e un’indiretta medaglia, segno che anche lui era riuscito ad avere la sua parte del sacco di Pechino, lo scovò a Tientsin, tra i magazzini di pellicce rimessi su dai cinesi dopo i saccheggi. Trovò l’agognata pelliccia, pagando in contanti la sua parte di bottino. Una pelliccia di lontra. Poi scrisse alla moglie una ragionieresca giustificazione: “Qui le pelli di lontra sono abbastanza a buon mercato, costano 5 dollari l’una, ossia Lit. 14. Non è proprio quella lontra che io vorrei, di pelo molto scuro fitto e lungo; una tale pelle qui non si trova, ed altrove è carissima. La lontra di questi paesi ha un colore più chiaro e un pelo più corto; ma è bella, lucente e molto adatta ai nostri climi. Vendono sia le pelli separate, sia le mantelline già fatte, con o senza fodera. Io preferii una di queste ultime. A prendere le pelliccette sciolte, prima di tutto vi è la difficoltà di trovarle proprio di uguale colore, e poi c’è la cosa di dover ricorrere per forza ai pellicciai di Genova, per far cucire le pelli insieme; e quelli si vendicano del torto fatto loro comperando fuori la pelliccia, facendosi pagare salata la confezione. Quella che ho comperato mi costa dollari 72, ossia Lit. 206. Per farla bene ravviare o mettervi la fodera, una bella fodera di seta, dovrai spendere una cinquantina di lire e così con 250 lire avrai una mantellina di vera lontra, leggera e bella, che in Italia non viene certamente meno di un 600 lire. Ha il bavero alla Maria Stuarda alto 12 centimetri, ed è alta dal collo al fondo 75 centimetri, e dall’orlo superiore del bavero cent. 87. Un mantellone, altro che una mantellina! La misurai sopra un uomo che ha le spalle più larghe delle mie, e tutti mi dicono che feci un buon acquisto”.
Quando la pelliccia di lontra arrivò finalmente alla legittima destinataria fece su di lei una delle più belle figure del mondo. Era la pelliccia che veniva dalla Cina. La moglie del comandante portò per anni la mantellina di lontra. Poi, col tempo, come tutte le pellicce, a furia di indossarla, cominciò a usurarsi nel collo e sui bordi. E fu così che la moglie del comandante la fece riadattare, ottenendo una giacca. La lontra cinese continuò a far bella mostra di sé, nella nuova foggia. Più tardi anche la giacca soffrì del taglio fuori moda. E si era ancor più logorata. A quel punto la pelliccia di Tientsin fu ancora una volta disfatta. Ne furono tratti tre manicotti per le figlie del comandante. Passarono ancora gli anni. I manicotti erano finiti sul fondo di un baule. Dimenticati. Se ne ricordò però il comandante. Invecchiato, aveva abbandonato le vie del mare e si godeva una meritata pensione. Pensò allora che un ritaglio della pelliccia di lontra avrebbe potuto decorare il colletto del suo cappotto. E così avvenne. Come la “celebre” pelle di zigrino anche quella della lontra si restringeva. Cadenzava il passare dei giorni. I resti della pelliccia acquistata al tempo del sacco della Cina, giacevano ormai dimenticati da qualche parte. Viene da pensare che ogni qualche tempo, rinvenuti a caso, fossero commiserati come il reperto di un remotissimo passato. Riesumati spandevano un forte effluvio di naftalina.
Intanto l’unico figlio maschio del comandante Ansaldo aveva fatto carriera. Era diventato un noto giornalista. Dirigeva il Mattino di Napoli. In quanto direttore faceva parte di quei giornalisti privilegiati che sono invitati dalle alte autorità dello stato nelle missioni ufficiali. E quando si apprestò, con un gruppo di colleghi, a partire per Mosca, al seguito del presidente della Repubblica Giovanni Gronchi, all’apprensiva moglie del direttore, nel timore che il marito potesse soffrire troppo la morsa del gelo sovietico, venne in mente che i resti della pelliccetta di lontra potessero rivivere in un rinnovato e nobile impiego. Con i ritagli superstiti fece confezionare una specie di coprischiena da indossare sotto il cappotto. Il figlio del comandante portò così a protezione delle proprie spalle la pelliccia di Tientsin. Ma anche questa volta, per necessità, la pelliccetta era stata resecata e quindi ancora ristretta. Aveva quasi raggiunto l’essenzialità. Difficile pensare di reimpiegarla in qualcosa che potesse risultare utile. La pelliccetta però voleva sopravvivere. Divenne il berretto del marito carrettiere della Chiarina, la domestica del figlio del comandante. L’ultimo “erede” della pelliccia di Tientsin si chiamava Carmine. Dal giorno in cui si pavoneggiò con la lontra cinese in capo, tutti lo chiamarono “’O principe indiano”.
(2-fine. La prima parte è stata pubblicata sabato 1 ottobre)