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 2011  luglio 23 Sabato calendario


LA PRIMA RISATA

Pubblichiamo il testo della lectio magistralis tenuta il 20 giugno scorso da Franca Valeri all’Università di Milano, in occasione del conferimento all’attrice della laurea “honoris causa” in Scienze dello spettacolo.

La mia irrefutabile attitudine all’esibizione mi ha convinto che da parte mia, anche in un’occasione così particolare, fosse meglio ricorrere al genere discorsivo. Mi sono permessa di dare un titolo, che del resto mi era stato richiesto, a questa chiacchierata, e cioè “Una vocazione storica”. Ho usato il termine “storica” non per adeguarmi all’accezione impropria del vocabolo attualmente in uso, ma perché ho una ragione veramente storica per usarlo.
Dunque, nella seconda metà del Cinquecento un autore teatrale di nome Leone de’ Sommi, che in realtà si chiamava Giuda figlio di Isacco Sommi di Portaleone, aveva creato a Mantova, città di origine della mia famiglia paterna, una compagnia teatrale, che si è esibita per lungo tempo alla corte dei Gonzaga. Di questa compagnia, tutta di attori ebrei, faceva parte sicuramente un Norsa, che è il mio cognome. Non è personaggio da poco, per ricordarlo oggi, Leone de’ Sommi, perché nei suoi “Quattro dialoghi in materia di rappresentazioni sceniche” (1556-89) si anticipano le regole della regia, si parla di scenografia, di mimica, di trucco e, cosa che mi affascina, di impostazione vocale dell’attore, al quale viene raccomandata la precisione e mai la rapidità, che è attualmente una delle ragioni per cui molti a teatro capiscono poco.
Un paio di secoli dopo, verso la fine del Settecento, appare sulle scene di Mantova e di Londra una signorina Fanny Norsa; lo testimonia, in una cartolina che ritrae un quadro, il suo costume impero.
Due secoli dopo è toccato a me, dato che mi pare chiara ormai la cadenza bisecolare.
Ho cominciato la mia carriera in un momento favorevole alla creatività: uno stato mentale che, in definitiva, corrisponde alla vocazione. Una vocazione, la mia, che ha avuto l’incubazione degli anni di guerra; ma una vocazione non si estingue nell’attesa. Le vocazioni comunque, come tutta la frutta, devono avere una maturazione. Si contano sulle dita, forse quelle di una mano, i precoci che hanno mantenuto la promessa. L’intelligenza mirata, cioè con uno scopo preciso, è un dono di cui non si ringrazia mai abbastanza madre natura; io anche quella biologica, ma è un terreno da coltivare.
Ho buttato le mie sementi nel suggestivo campo di quell’arte che si ascolta e si vede. Lungi da me chiamarla “lo spettacolo”, che è ormai nel concetto popolare, e soprattutto mediatico, un’accozzaglia di pretesti di divertimento senza una qualsiasi legge morale o estetica. Quel campo fatto di voce e di corpo è il teatro, la realizzazione del bisogno dell’uomo di raccontare e di raccontarsi o di ascoltare, uno dei mezzi che offre l’arte per sfuggire indenni al reality show della vita.
Vorrei a questo proposito rifarmi a quanto ho scritto in un mio piccolo libro autobiografico di recente pubblicazione presso Einaudi: “Quando cominci a recitare – dico in “Bugiarda no, reticente” – e hai, o credi di avere, tutte le emozioni e i sentimenti del personaggio che vuoi fare, ti colpisce come una freccia avvelenata che non ne hai il corpo. Quel corpo virtuale non è il tuo. L’ho visto in tanti giovani freschi di accademia come l’ho provato io, allieva di me stessa: il palcoscenico e il nostro corpo assistono beffardi alla nostra foga di interpreti”.
Eppure quei giovani, contrariamente a me, hanno avuto lezioni di danza, di mimica, anche di meditazione, inserita nel moderno programma di studio delle scuole di recitazione, verso le quali non dico di essere addirittura contro, ma certo molto scettica. Il palcoscenico si rivela in tutta la sua verità quando c’è il pubblico, e t’insidia nella parte più fragile, il corpo. Anche immobile, ne senti la falsità. Il palcoscenico è un vecchio dispettoso, la sua amicizia la fa pesare. Diventerà solo col tempo un amico meraviglioso. Se non fosse per questo patto arcano fra un pavimento di legno e una persona, sarebbe un mestiere micidiale. Molte incertezze lo assediano.
La prima ritengo che sia la scelta o comunque l’assegnazione del ruolo. E’ certo che un attore non può fare tutte le parti, è una scelta affidata, ancor più che al fisico e all’età, alla cultura, sua o di chi lo dirige: occorre saper entrare in un altro tempo, non necessariamente in senso cronologico. Questo è forse l’unico dato positivo che salva il nostro attuale teatro languente, ma che vanta alle spalle gli anni degli splendori registici. Parlando del teatro italiano, sappiamo che la lunga esistenza delle maschere ha limitato per secoli la possibilità dei caratteri. Ci sono state generazioni di Colombine e di Rosaure. E pensate che anche oggi “Arlecchino servitore di due padroni”, il più replicato spettacolo del Piccolo Teatro di Milano, ha alternato in più di sessant’anni due Arlecchini. Nel gaio teatro del primo Novecento gli attori, maschi e femmine, avevano, d’obbligo, il loro guardaroba. Quindi pronti a ogni evenienza nel loro mondo borghese, Pirandello incluso. Tutto questo è finito. L’allargarsi a dismisura dei mezzi di comunicazione e dunque di conoscenza ha messo gli attori di fronte a nuove responsabilità. Non gli autori. I loro antenati sorridono, e bene o male continuano ad andare in scena.
Quanto al mio rapporto personale col teatro, è un rapporto di felice convivenza. Niente e nessuno mi manca di più quando lui non fa parte delle mie giornate. Mi sono però spesso chiesta: chi è? Perché da tempo immemorabile l’uomo l’ha inventato, reinventato, vi ha costruito le sue case, i suoi monili, gli ha dato le sue voci, e soprattutto il suo pensiero? Perché il teatro è la bella copia della vita. Il male, lì, è più punito, il bene è più premiato, il vizio è deriso, l’amore è eterno, la morte è finta. Gli infiniti autori teatrali, a questo punto, mi potrebbero anche picchiare, se non fosse che è soltanto la mia opinione. E in questi estremi citati è la bellezza della parola. Anche se complessata dal fulgore della musica, la parola è il grande mezzo che qualcuno ci ha messo a disposizione.
Posso dire che lo scopo principale del mio lavoro è stato quello di essere degna di tanto dono. Il mio è stato un duplice lavoro. Talvolta quello di rispettare le parole degli altri, più spesso di scrivere le mie. Pronunciare, rendere materia viva le parole di un autore, è certamente un lavoro paragonabile a quello dell’orafo. L’attore, preso da tutte le ambasce della recita, non è sempre conscio di questa responsabilità. Ebbene, mi ardisco di dichiarare davanti a un così autorevole consesso, di esserlo sempre stata. Intendiamoci, per gradimento personale ancor più che per dovere professionale.
A conoscenza, come sono, del lavoro dell’autore teatrale, conscio che destino delle parole che anneriscono le sue pagine è quello di essere dette, la scelta, oserei dire, è golosa. Quelle parole non hanno il destino di restare a riposo nelle pagine, rivelano in partenza l’inquietudine di appartenere a una voce. Si affollano per essere scelte, ma non è per tutte poter salire su un palcoscenico. Al teatro servono delle parole precise, ognuna deve guidare all’illusione che tutte insieme rappresenteranno.
Confesso di non avere mai scritto una commedia sapendo dove sarei andata a finire. A dire il vero questo vale per tutto quanto ho scritto. In genere le prime parole che rispondono al mio appello sono veramente, miracolosamente, le più significative, quelle che penserò con amicizia scrivendo la parola fine.
Il rapporto parola-pensiero nel teatro è rigoroso. Nel brusio di un ristorante, nello schiamazzo di un cortile, nella violenza di un litigio, le parole volano insensate. Nel breve spazio temporale di un testo teatrale nessuna deve essere inutile. Anche nei tentativi velleitari di sopprimerle, un nuovo teatro già invecchiato per mancanza di anticorpi, c’è soltanto l’idea di poterle dire senza pronunciarle.
Si può cantarle. L’importante è farle esistere. Il mimo da strapazzo è un affronto, i pochi grandi mimi in realtà parlano. Chaplin, per esempio. Mi sono dedicata per anni alle regie di opere liriche. Sono una melomane dalla nascita. La prima cosa che salta agli occhi nella maggior parte delle messinscene operistiche è che quello che succede fra gli interpreti non interessa il regista, preso solo dalla propria capacità, spesso disgraziatamente reale, di cancellare origini e tradizioni. Io ho sempre giudicato bellissimi i libretti delle bellissime opere. Provatevi a canticchiare un pezzo (con i vostri mezzi) e sentirete come il testo fluisce sulle note con la massima credibilità poetica. Musica e parole erano destinate a unirsi per raccontare quella storia. Sono note le discussioni fra compositori e poeti per arrivare a quella perfezione drammatica: il grande teatro in musica. Portare l’interprete al più alto grado di consapevolezza è sempre stato lo scopo delle mie regie. Non ho mai pensato: “Loro però, poveretti, devono cantare”; ma, al contrario: “Loro queste parole hanno anche la fortuna di cantarle. Noi no”.
In realtà il palcoscenico è una cattedra. La sua vastità dilata la lezione; concede più frequentemente agli alunni la possibilità di non capire subito. Nel pubblico che sfolla serpeggia il dubbio di una riflessione che gli è stata imposta, ne vuole parlare mentre si infila il cappotto. Molti vorrebbero forse leggere quello che hanno sentito. Più spesso il sospetto di una rivelazione si disperde salendo in macchina. E’ come buttare il libro una volta fatto l’esame. Mi chiedono spesso come si sopporta la ripetizione di uno spettacolo per giorni, mesi, anche anni. E’ proprio nel progressivo approfondimento di quelle parole che riposa la nostra coscienza di doverle dire ai nostri alunni. Anche noi abbiamo i nostri alunni. Ma insegniamo a tradimento. Erano venuti solo per distrarsi. (Un’altra domanda ricorrente è “qual è il ricordo più importante della sua carriera?”. Certo la prima risata del pubblico. Facevo una parte infinitesimale nella “Parigina” di Becque. Dico la prima delle mie poche battute: risata! Indimenticabile. Soprattutto perché sapevo che solo detta così avrebbero riso.)
Questa non era certamente una lezione. Se vi rimangono molti dubbi per consegnarmi una laurea, vi dirò che sono stata anch’io un’allieva. Interrogatemi.