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 2010  dicembre 11 Sabato calendario


IL DOSSIER DOSSI - E

quazione creativa: sono dell’idea che Wikileaks sia una delle più straordinarie opere della letteratura italiana della seconda metà dell’Ottocento visto che le “Note azzurre” di Carlo Dossi, una delle più straordinarie opere della letteratura italiana della seconda metà dell’Ottocento, sono un po’ l’Urmutter di tutti i Wikileaks contemporanei. Spiego meglio: le “Note azzurre” di Carlo Dossi, se l’opinione pubblica avesse avuto la possibilità di leggerle integralmente, sarebbero state un po’, per quegli anni, ciò che oggi è Wikileaks, ma con molta più intelligenza, grazia e cattiveria.
Problema di facile soluzione: ma chi è Carlo Dossi (1849-1910)? Alberto Savinio, in un brano di “Ascolto il tuo cuore, città” (1944), lo spiega benissimo: “Per recarsi tutte le mattine da casa sua a Brera, Carlo Dossi non aveva che da traversare in diagonale la via dello stesso nome. Di Carlo Dossi, ministro plenipotenziario d’Italia ad Atene, serbo un ricordo come di persona venuta in sogno. (…) Carlo Dossi non è uno pseudonimo, ma la riduzione del legittimo nome. Colui che nelle lettere è noto col nome di Carlo Dossi, nella vita si chiamava Carlo Alberto Pisani Dossi. In Atene la Germania era rappresentata da un colosso: il barone Herbert von Ratibor; la Francia da monsieur d’Ormesson, padre di Vladimiro d’Ormesson che oggi scrive di politica estera nel Figaro, e uomo fisicamente decoroso, benché rosso di pelo e di statura mediocre. A rappresentare l’Italia presso il re degli Elleni, la Consulta aveva scelto l’uomo più deperito di tutta la diplomazia italiana. Errore. (…) La magrezza giovanile di Carlo Dossi è documentata in un ritratto di Tranquillo Cremona, ma con l’andare degli anni essa fece tali progressi, che quando io rividi Alberto Pisani Dossi a Milano alcuni anni prima che morisse, egli più che un uomo era un sospiro d’uomo”. Errore o meno che sia la magrezza (tra parentesi: lo è sempre) ciò che qui conta è il punto: Dossi era letterato solitario e magnifico (precursore di tantissimi, da Gadda a Arbasino) ma anche politico inserito (lavorò per Crispi), addirittura console di Bogotà, raccoglitore di pettegolezzi e, qui siamo al feuilleton, frequentatore di segrete stanze. Solo che Dossi non aveva un Wikileaks a cui spifferare tutto e allora ripiegava, come si dice, a futura memoria, sul suo magnifico Zibaldone, quelle “Note azzurre” che finalmente, per il centenario della sua morte, Adelphi ripubblica per intero (perfino in edizione economica) senza censure, senza timore della privacy; un vero evento editoriale da far andare in giulebbe i lettori (queste note sono a cura perfetta del compianto Dante Isella e sono corredate di un saggio documentatissimo di Niccolò Reverdini).
E veniamo al punto, se così si può dire (perché questo punto, come nel solletico, è solo il più solleticante; ma come nella schiena l’epicentro del prurito, una volta grattato, vedi cosa succede analogamente col cosmogonico big bang, si espande in ogni luogo del groppone, così gli aspetti pettegoli dell’opera di Carlo Dossi sono solo il punto iniziale, e se volete il meno urticante, di un impero letterario invece articolatissimo). Leggasi allora, armandosi un po’ di pazienza, la nota numero 4595: “Vittorio Emanuele fu uno dei più illustri chiavatori contemporanei. Il suo budget segnava nella rubrica donne circa un milione e mezzo all’anno mentre nella rubrica cibo non più di 600 lire al mese. A volte di notte, svegliavasi di soprassalto, chiamava l’ajutante di servizio, gridando: ‘Una fumna, una fumna!’ – e l’ajutante dovea girare i casini della città finché ne avesse una trovata, fresca abbastanza per essere presentata a S. M. La tassa era di Lire 100 – ad ogni donna però, che aveva rapporti con lui, dava un contrassegno, perché, volendo, si ripresentasse”.
Altro che Wikileaks, qui c’è di tutto, un rapporto dettagliatissimo che parte contabile (lo abbiamo visto) per finire medico-legale; continua infatti Dossi: “Possedeva un membro virile così grosso e lungo che squarciava le donne più larghe. Con lui molte puttane riprovarono gli spasimi dello sverginamento. Il suo dottore di Corte avea un gran da fare a riaccomodare uteri spostati. Una notte una signora che aveva ambito all’onore di giacere col re, nel lavarsi e nel cercare di torsi, dopo il coito, la tutelare spugnetta (ché S. M. di solito ingravidava) non se la trovò più. Spaventata, si diede a piangere, e ignorante di anatomia, disse al Re che la spugnetta le era entrata nel ventre. La Maestà Sua – ignorante e spaventata del pari – mandò tosto la signora dal suo medico Bruno, col seguente testuale biglietto ‘Caro dottore. Mi è successo un impreveduto avvenimento. La donna vi dirà cos’è. Vostro Vittorio’ – E naturalmente il dottore – fra il sonno e le risa – ripescò con molta facilità la spugnetta. – Quel Giove terrestre, quando coitava, ruggiva come un leone. Amava che le donne gli si presentassero nude con scarpettine e calzette; e fumando sigari avana si divertiva a contemplarle, mentre gli ballavano intorno. Ma a un tratto lo pigliava l’estro venereo, e le sfondava tutte”.
Roba apparentemente da far tremare più di un palazzo, ma con la consapevolezza, che è la stessa attuale di Wikileaks, che non esistono segreti, che il mistero galleggia in superficie, e che la fama di Vittorio Emanuele conosciuto da tutto il popolino come “Creatore di popoli” (o “Piscia sul mondo” secondo la silhouette della statua che lo vede eretto, in posizione da autogrill, in corso Vittorio Emanuele a Torino quando si arriva dal quartiere Crocetta) non poteva che ripercuotersi identica in una nota dossiana nascosta, censurata ma letterariamente raffinatissima (“Estro venereo” è da applauso). Insomma, come per Wikileaks, vale il motto: il più grande segreto è che non ci sono segreti.
Resta il fatto però che quest’opera di stralunato dossieraggio ha avuto una storia editoriale complicatissima.
Il primo a pubblicare stralci delle “Note azzurre” fu un altro scrittore, amico e ammiratore di Dossi di nome Gian Pietro Lucini in un volume (geniale) intitolato “L’ora topica di Carlo Dossi”, scritto subito dopo la morte del suo idolo.
Ed è da qui che iniziano i guai. Incipit l’Ur-Wikileaks. Fu la vedova la prima a prendersela a morte, donna Carlotta Pisani Dossi, che così scrisse a Lucini il 17 luglio del 1911: “Le ‘Note azzurre’ inedite ed alla moglie particolarmente affidate dal marito in geloso deposito, furono da lei asportate dal Dosso segretamente nel 1909, malgrado il formale divieto fattole da Carlo Dossi (ci sono testimoni) nel 1908, allorché ella stava incassandole per trasportarle a Breglia. E ora quasi ciò non bastasse, le note inedite e altri documenti importantissimi vengono da lei resi di pubblica ragione, senza consenso di chi ne ha unicamente il diritto”. Ora, il busillis era che Lucini, tra tutte le note azzurre, scelse quelle familiarmente meno edificanti; per esempio: “Ho cominciato a pensare a cinque anni, – a scrivere a sette – a sedici anni stampava. Ho sofferto una specie di purgatorio matrimoniale dai ventinove ai trentasei, a trentasette ero già entrato in vecchiaja, con disturbi visivi, essiccamento di pelle, ateroma. La sola facoltà genetica mi si risvegliò tardi poiché non conobbi donna che ai ventisette anni”.
Per farla breve, fu poi la vedova a pubblicare per la prima volta una selezione di “Note azzurre” (edulcorate e censurate sì, ma non del tutto, per esempio alcune note anticlericali rimasero: “Il diavolo ha resi tali servizi alla Chiesa, che io mi meraviglio com’esso non sia ancor stato canonizzato”) lasciando però sempre il rimpianto di un’edizione completa. Rimpianto che si rinnovò anche nel figlio di Dossi, don Franco, che incaricò il giovanissimo Dante Isella a lavorare su un’edizione integrale che anche in questo caso nessuno, alla fine, poté pubblicare. (Don Franco chiese per esempio consiglio a Benedetto Croce, allora ottantaquattrenne e già entusiasta della prima edizione delle “Note Azzurre”, quella della vedova, ma il grande vecchio rifiutò proprio per l’età e gli impegni; don Franco dovette poi decidersi a pubblicarle a proprie spese, queste benedette “Note azzurre”, ma anche in questo caso, quando, nel 1955, alcune copie erano già stampate, la paura di querele e di denuncie, insomma una fifa nera di noie giudiziarie, convinse l’editore Ricciardi a abbandonare l’impresa).
Il materiale scottava. Al punto tale che persino nel 1989, quando la casa editrice Adelphi ristampò l’edizione che poi fece nel 1964, omise ancora dodici note (una è quella su Vittorio Emanuele riportata sopra); arrivato il momento, la stampa se ne accorse e scoppiò un piccolo trambusto da accademici. Un editore, “Il Topo editore”, nel 1992 si decise a pubblicare quelle dodici note abbandonate, un anno dopo ne scrisse Di Stefano sul Corriere ospitandone sette e oggi, in piena epoca Wikileaks, come già abbiamo detto, Adelphi ha pubblicato per intero, secondo l’editio princeps fantasma del 1955, quest’opera bellissima di Carlo Dossi.
Ma per tornare agli scandali, ecco un altro frammento censurato, il numero 3678: “Udii accusare Manzoni di pederastia, quando era giovine e avrebbe avuto per compagno di vizio il Bernardino Righetti zio di Cletto Arrighi. Certo è che Manzoni scrisse in gioventù poesie assai licenziose. – Udii anche come Carlo Alberto nel 1849 fosse fuggito da casa Manzoni travestito da carrettiere”. Oppure il 5712, con toni già fantozziani: “Quando il milanese Prinetti della ditta di biciclette Prinetti e Stucchi diventò nel 1901 ministro degli Esteri e ciò con sorpresa di tutti perché non fu mai individuo più vanitoso e sciocco di lui, i suoi nuovi impiegati per ingraziarselo fecero a gara di provvedersi di bicicli della sua ditta in modo che lo sapesse. E il suo ufficio ministeriale fu un altro affare per lui”.
Senza timore di non sembrare edificante, Dossi se la prende persino con i più autorevoli filosofi, garanti (in teoria) di un ordine spirituale integerrimo ma sorpresi letterariamente con le mani nel sacco. Spiffera il frammento numero 5208, parzialmente censurato con asterischi nell’edizione del 1964: “Labriola – altro professore di Filosofia morale all’Università di Roma (1884) chiacchierone senza fondo e senza sostanza. Chiede 600 lire a prestito da un collega (De Ruggiero) domandandogli di lasciargliene prendere sulla somma di stipendio che il collega ha ancora nella cassa dell’università. Il collega gli risponde per lettera che è spiacente di non potere esaudire il suo desiderio perché ha il fitto che scade, ecc. Labriola colla lettera di De Ruggiero va di filato dal cassiere e gli dice ‘il collega Ruggiero mi ha autorizzato come vede (e gli squaderna la lettera sotto il naso senza dargli tempo di leggerla) a prendere le 600 lire che ha nella cassa’ – Il cassiere, contentandosi di vedere la firma del Ruggiero e trovandosi dinanzi ad una affermazione di un professore di università – gli paga la somma”.
Il bello di queste “Note azzurre” è che a volte sembra di leggere Flaubert (direi lo stesso dell’epistolario di Flaubert dove a volte sembra di leggere Dossi). C’è uno sguardo simile, pieno di sprezzatura, di pietà e di fascinazione, rivolto contro l’idiozia. E se Flaubert scrisse “Bouvard e Pécuchet”, nel 1884 Carlo Dossi pubblicò un pamphlet intitolato “I Mattoidi, al primo concorso pel monumento in Roma a Vittorio Emanuele II”. Si tratta del commento ad alcune proposte pervenute nel 1882 per il concorso che fu indetto per costruire e innalzare un monumento in onore del padre della patria (fu poi scelto, come sciagura, l’attuale altare secondo il progetto di Giuseppe Sacconi, architetto marchigiano che poi divenne pure deputato).
Come attratte dal miele, arrivarono non mosche ma un centinaio di proposte e Dossi ne selezionò alcune erigendo a sua volta, in questo libercolo, un monumento alla cretineria umana. Vi si legge: “Èccomi a voi, pòveri bozzetti fuggiti od avviati al manicomio, dinanzi ai quali chi prende la vita sul tràgico passa facendo atti di sdegno e chi la prende, come si deve, a gioco, si abbandona a momenti di clamorosa ilarità. Chiusa la gara, attribuiti gli onori, se non del marmo, della carta bancaria a un progetto che all’arte contemporanea fà ingiuria ed è dell’antica una parodìa, menzionate con lode ufficiale la impotenza accadèmica e la mediocrità intrigante, raccomandato a qualche linea di giornale il ricordo dei cattivi e de’ buoni, di voi soli – aborti forse di geni ammalati – traccia non rimarrebbe. Ma io vengo a voi, mostriciàttoli della fantasìa, vengo a raccògliervi nei baràttoli del mio spìrito, a collocarvi nel musèo patològico de’ scritti mièi”. Era uno scritto che Dossi dedicò a Cesare Lombroso, il patologo veronese che aveva la fissa per questi tipi di mattoidi che considerava come l’anello di passaggio tra i pazzi di genio, i sani e i pazzi propriamente detti; Lombroso diceva che i mattoidi formavano ormai un gruppo sociale sempre più influente, pronto perfino alla politica e che, per comprenderlo bene, bisognava prestare particolare attenzione alle sue prime manifestazioni in genere pseudoletterarie. (E’ proprio vero che ogni accusa è autobiografica; ecco alcuni titoli degli scritti di Lombroso: “La ruga del cretino e l’anomalia del cuoio capelluto”, “Delitti ciclistici e benefici del ciclismo”, “Perché i preti si vestono da donne”, eccetera).
Ma lasciamo perdere Lombroso che ci porterebbe troppo lontano. Siamo partiti con Wikileaks e con Wikileaks concludiamo. Perché ovviamente vi sono molte differenze tra Wikileaks e le “Note azzurre” di Carlo Dossi, differenze così grandi che la prima e unica conseguenza sarebbe solo la noia nell’elencarle. C’è però un elemento che va sottolineato. Carlo Dossi amava la verità, ma ne conosceva anche le insidie, le seduzioni, perfino gli inganni. Uno dei suoi racconti più belli, un brevissimo pezzo di bravura che s’intitola “Illusioni”, mostra esattamente questo. Vale la pena riportarlo per intero, come antidoto all’inebriante veleno delle “Note azzurre”.
***

“Fui davvero cattivo! Con quanta fede Pietro mi raccontava la guarigione della sua donna, concessa alle appassionate preghiere di lui! Ed io a ghignare. Chi mi conosce, lo sa: di consueto, sono intrigato nel dire. Moltissime volte in cui ciò sarebbe stata òpera d’oro — parte rispetti umani, parte coniglierìa — tenni a casa o non potèi mètter fuori il pezzuolo: ora, al contrario, vero e giusto momento al tacere, la lingua mi si fece di una elasticità senza pari. Natura mia destàvasi. E lì con una sfornata di ragioni, sèmplici, evidenti, con una eloquenza tanto più insinuante quanto meno in ponteficale, mi diedi a scalzare la buona fede di Pietro. Per leva adoprài la religione medèsima, gli mostrài come Dio non esistesse per fare da burattino agli uòmini, e come la prece, non inùtile solo, ma fosse un insulto alla divina sapienza. Precisamente, non mi sovviene metàfore quali, quali giri di frase tirài oltre (e le metàfore e i giri, quasi sempre, pìglian tanto lo spìrito da non lasciarci intravedere neppure la discutibilità della ragione che vèstono), fatto è, che la contraria baracca ne rovinò. Pietro, che sul principio, scopava la stanza e dimenava non persuaso la testa, fermossi, appoggiò (fisàndomi con stupore) il mento al bastone della granata; poi venne a sedermi vicino. “Sì! è vero” disse replicatamente. Infine? infine, lisciàndosi i baffi, mormorò: proprio! — E uscì rabbujato. Sapete allora che avvenne? Svampata quella prima soddisfazione, la quale sente anche il bimbo, rotto — embriònica anàlisi — un cocciuto balocco, mi trovài malcontento, anzi arrabbiato di mè. Forse, avevo disciolta una dolce illusione; guastàtala certo. E che le avèa da sostituire il pòvero uomo? Non toccando de’ sogni di gloria, dati a pochìssimi, egli era troppo innanzi in età per quelli d’amore, troppo indietro nell’abicì e nell’intelletto per torne a presto da un libro. Io non poteva fuggire dal trovàrmelo nella fantasìa, pieno di dèbiti, colla moglie ammalata, con i figliuoli che nicchiàvan di fame e non volèvan dormire, seduto sulla predella di un focolare spento, cercando almeno l’obblìo. Ma il cielo gli s’era chiuso. La sua Madonna non sorridèvagli più”.