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 2010  luglio 10 Sabato calendario


PELLIZZA DA VOLPEDO E IL SOCIALISMO, ENIGMA SU TELA DI UN DOPPIO SUICIDIO


Ho rimandato per mesi, un po’ inspiegabilmente, la lettura di questo libro molto recensito di Massimo Onofri: a paralizzarmi è stato proprio quel doppio titolo: ”Il suicidio del socialismo. Inchiesta su Pellizza da Volpedo” (Donzelli, pp. 141, euro 19). Sentivo che lì c’era sotto un enigma, un azzardo, qualcosa di non facilmente spiegabile, e che si trattava di un libro che doveva segnare una svolta nella brillante, originale, ma piuttosto lineare carriera di questo critico. Mi chiedevo: perché e come Massimo Onofri, critico letterario, si è deciso a scrivere un libro su Pellizza da Volpedo, un pittore di cui si ricorda di solito un solo quadro? Perché e come ha fatto a mettere in rapporto quel famosissimo quadro dell’inizio del Novecento, ”Il Quarto Stato”, con il suicidio del socialismo, avvenuto semmai circa un secolo più tardi? Gli anni in cui il pittore concepisce e dipinge il suo capolavoro, e poi si uccide, sono anni nei quali il Partito socialista è ancora in una fase fluida di autodefinizione, sia nel suo programma politico che sul piano ideologico e organizzativo, fra il riformismo di Filippo Turati e il rivoluzionarismo di Arturo Labriola, mentre alle spalle c’è una rottura con gli anarchici, la cui influenza sul proletariato e sugli intellettuali non era certo finita.
Ma la suggestione che il libro propone e mette in scena ha qualcosa, nello stesso tempo, di indimostrabile e di vero. Il destino del Partito socialista italiano non è stato felice. Sempre diviso al suo interno, fino al fascismo, fra correnti e pulsioni diverse, fra parlamentarismo e sciopero insurrezionale, fra classe proletaria e stato; poi travolto dalla scissione filobolscevica del 1921 al congresso di Livorno, da cui nasce il Partito comunista; più tardi, dopo il ”45 (ed è la cosa peggiore, più dolorosamente paradossale) ha sofferto un progressivo, decisivo superamento elettorale da parte del Pci di Togliatti legato a Mosca, sebbene ambiguamente: un partito che durante la Guerra fredda non avrebbe potuto comunque né andare al governo né fare una rivoluzione. Alla fine arriva Craxi: tutto cambia, il Psi si mette al centro del sistema politico, sembra che faccia rinascere simbolicamente la sua tradizione; ma ecco che il paradosso agisce: l’idea di socialismo è diventata da tempo monopolio del Pci. Arriva Tangentopoli: si scopre che la politica costa molto ma nessuno vuole riconoscerlo apertamente. L’elettorato di sinistra aveva scelto il Pci. Erano ancora i frutti dell’illusionismo di Togliatti, la cui geniale abilità nell’evitare lo scontro con Mosca aveva prodotto una reale impostura: il comunismo era impossibile, sia con le riforme ”di struttura” sia con una rivoluzione; né il Partito comunista aveva il comunismo nel suo programma. Aveva però convinto di essere anche l’erede di Gobetti, oltre che di Gramsci. I comunisti venivano creduti dai loro lettori quando dicevano di essere i veri liberali, i sostanziali democratici, i più coerenti socialisti, monopolizzando così tutta la gamma delle ideologie di sinistra dall’800 in poi.
Trovo ammirevole il libro di Onofri. Ma anche misterioso. Il suicidio del socialismo abita, abiterebbe, secondo la sua tesi, nel cuore di quella famosissima, gigantesca tela di Pellizza come un destino cromosomico, un verme maligno che rode la bella mela dell’ideale proletario. Il suicidio del pittore dunque indica, profetizza il suicidio dello stesso socialismo. La ”tela immane” che nel 1901 metteva in scena la marcia del Quarto Stato verso un futuro storico di riscatto, una sfida lanciata dagli esclusi allo stato borghese, è l’opera di un uomo che dopo pochi anni, nel 1907, in seguito alla morte per parto della giovane moglie, si impiccò con un filo di ferro nella biblioteca del suo studio. Fin dalle prime pagine del suo libro Onofri pone la domanda. E questa domanda, così semplice, provocante e spericolata, la cui risposta può essere intuitiva, o invece irraggiungibile, è il motore che trascina l’indagine di Onofri in un accumulo e intarsio di dati e documenti e in un crescendo di analisi e di ipotesi. La domanda è questa: ”Che relazione ci potrà mai essere tra l’ottimismo ideologico del primo gesto”, la realizzazione di un tale quadro, e ”il devastante nichilismo biologico del secondo?”. Che cosa lega o può legare un capolavoro pittorico politicamente eloquente, carico di melanconici o sinistri presagi, il suicidio di chi l’ha dipinto e infine il destino di là da venire di un partito e della stessa idea socialista? La risposta arriva presto e piuttosto chiara. Pellizza ha idealizzato e sublimato la famiglia, la propria, trasfigurandola in una dimensione collettiva. Il dolore e le sciagure famigliari vengono proiettate su uno sfondo epico, storico e simbolico. Ma i lutti e le malinconie che hanno colpito l’artista fanno calare una luce crepuscolare sulla lotta proletaria. La morte della sorella Antonietta, la morte del figlio appena nato e quella della giovane moglie, infine la malattia del padre, trasformano quella che doveva essere una marcia vittoriosa della grande famiglia socialista in una specie di corteo funebre, carico di pathos, di magnetica ambivalenza. Il dolore e il presentimento della sconfitta diventeranno così, in quel quadro, un tipico sentimento socialista. In realtà il pittore aveva dipinto il lutto, da vero melanconico, prima che il lutto avvenisse. Onofri si rende conto di quanto ardua sia la sua impresa di spiegare il perché del rapporto fra l’epica socialista delle origini e la malinconia del pittore che meglio di ogni altro l’ha resa famosa. Se lo chiede spesso e rilancia di continuo la sfida interpretativa perché sa di dover affrontare una ”correlazione enigmatica”. Leggiamo spesso perciò frasi del tipo: ”Che voglio dire con ciò?”, ”Provo a spiegarmi meglio”, ”Diciamolo: Pellizza è un pittore triste, perfino quando è convinto di innalzare un inno alla vita”, ”Che voglio dire?”, ”L’ho già detto, sto giocando col regolo e col compasso psicanalitici” ecc. Pellizza ha diversi tratti in comune con Pascoli, anche lui socialista. E’ questo che forse ha portato Onofri a seguire il modello critico di Cesare Garboli, la sua vocazione all’analisi interminabile non solo del poeta romagnolo ma delle viscere, dell’inconscio storico del nostro paese. Sia in Pellizza che in Pascoli: traumi e lutti, incapacità di amore adulto e ossessione del ”nido” famigliare minacciato e straziato dalla sventura. In entrambi, un’ossessione della morte che abita la vita e la dissangua, la snerva, la copre di veli che la smorzano e la distanziano nel crepuscolo di un oltre, di un incombente aldilà.
Sto forse semplificando ingiustamente. Ma giustamente, invece, Onofri complica: per raccontarci la storia di Pellizza, ramifica e documenta in dettaglio, costruendo un piccolo avvincente romanzo che si muove acrobaticamente fra biografia e critica d’arte. Vorrei a questo punto azzardare anch’io una domanda probabilmente senza risposta. Che cosa ha attirato Onofri verso un problema pressoché insolubile, se non, perfino, informulabile? Credo che il movente di Onofri sia stato una sopraggiunta noia o sazietà: un impulso vitale e vorace a evadere dalla critica letteraria per inoltrarsi, con tutte le energie critiche e interpretative di cui dispone, in una dimensione di indagine in cui la scrittura saggistica possa uscire dalla prigione delle parole che parlano di altre parole. Qui Onofri parla di quadri, di vita vissuta, di dati di realtà. Può raccontare (ecco il movente) interpretando documenti biografici e immagini pittoriche. Dopo decenni, dopo un intero secolo che ha lavorato a separare le opere d’arte dalla biografia degli artisti, Onofri prende consapevolmente la strada opposta. Senza ingenuità, consapevole del rischio, racconta la storia di un’opera e quella di un autore. Raccontando perfino, in un lampo, un secolo di socialismo.