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 2010  febbraio 13 Sabato calendario


L’AMORE DI WANDA E IL DIARIO DI WOJTYLA

La dottoressa Poltawksa, la psichiatra amica di don Karol Wojtyla, che fu suo padre spirituale, e poi intima frequentatrice di Papa Giovanni Paolo II, di cui fu a lungo corrispondente, a lui legata col marito Andrzej da ventennale amicizia, appare all’improvviso dritta come un fuso nella saletta della Casa generalizia di San Paolo. Ha ottantanove anni e non li dimostra: il passo è svelto, teso, quasi militaresco. Piccola, minuta, un vestito di maglina verde con medaglietta della madonna di Czestochowa appesa al collo, ha un aspetto ordinario. Il viso è aguzzo e scavato, avvolto da capelli bianchi e lisci, e segnato dalle rughe e certe strane crosticine di ferite sulla guancia sinistra. Gli occhi sono scuri, piccoli, allungati, ma lo sguardo è intenso e diffidente, sottolineato da un naso dritto, sottile e appuntito. Le gambe invece sembrano stanche, a giudicare almeno dalle caviglie un po’ ingrossate, ma la signora è un concentrato di energia; sprizza una fede, una forza di convinzione a prova di bomba, e forse anche amore, ma non subito. L’accompagna una delle sue quattro figlie, magra anche lei, ma più alta di lei, capelli neri intorno a un viso dolce e molto arreso, e un simpatico sacerdote polacco, che ogni tanto, quando si tratta del lascito di Wojtyla, le suggerisce la traduzione polacca di ”eredità”, e si proclama ”suo figlio adottivo”, per poi spiegare che no, scherzava, è solo l’editore polacco del ”Diario di un’amicizia”, il libro di ricordi, riflessioni, spunti di meditazione e scritti di Karol Wojtyla che Wanda Poltawska ha deciso di pubblicare, ”spinta solo dall’obbedienza”, dopo esserne stata incoraggiata dallo stesso Papa. ”Il popolo ha il diritto di conoscere i suoi santi”, sentenzia severa l’autrice. Tradotto in italiano da Luca Bulletti e Barbara Kowalcyz Cegna per le Edizioni San Paolo, il ”Diario” ha già venduto in una sola settimana le prime undicimila copie ed è già in ristampa.
’Lei l’ha letto?”, domanda la Poltawska con aria di sfida. ”Non faccio altro da due giorni”. ”Solo due giorni? Ma l’ha letto tutto?”, insiste divertita e si capisce che è una cattolica di frontiera, come può esserlo una polacca dura, senza complessi, felice e fiera della sua selvatichezza. Infatti, viene subito in mente la nostalgia di Karol Wojtyla, sbarcato a Roma ai tempi del Concilio Vaticano II, davanti ai Colli Albani, pendii coperti di vigne e di castagni, carichi di civiltà, dove manca però ”il contatto con la natura”. ”Dei luoghi in cui si sente ancora la natura, perché la civiltà non li ha ancora toccati troppo, sono al nord, sulle Dolomiti”, scriveva infatti l’arcivescovo di Cracovia agli amici Dusia e Andrzej nell’ottobre 1962. E in un’altra lettera del 10 maggio 1979, Giovanni Paolo II, eletto Papa da meno di un anno, si soffermava sulla differenza di tipo botanico, per dire tutto il suo rimpianto dei monti Tatra, dei Gorce, dei Beschidi, dove era solito camminare coi suoi giovani. ”Vivo in una torre e cammino in un giardino, guardo gli alberi e li confronto continuamente con altri alberi, e un’altra vegetazione”, scrive Papa Wojtyla, pensando ai boschi percorsi dal fiume Wislok che scorre come un nastro trasparente, facendo trapelare gli scogli rocciosi del fondo, e i villaggi. ”Manca loro quella rapidità e quel carattere selvaggio. Una cosa è il giardino un’altra la foresta”.
Il fatto è che la natura ha un ruolo chiave non solo nel modo di essere di Wanda Poltawska, schietta e irruente come il Wislok, ma soprattutto in questo ”Diario”, che descrive passo passo le escursioni estive sui monti Beschidi, coi loro boschi sacri, i dirupi dei fiumi, le messe nei boschi, fra le betulle, in mezzo alle foreste di abete, o sotto la tenda nei giorni di pioggia e senza sole, e così facendo ripropone la catechesi di Karol Wojtyla, con le sue veglie, la via crucis, la meditazione, l’adorazione di Cristo, e la sua ispirazione fondata sulla ”teologia della creatura” o sulla ”teologia del corpo”, e quindi sul contatto intenso con la natura, che è la via maestra per attingere dal corpo all’anima e all’elevazione divina. E infatti, quella natura selvaggia e incontaminata, per Wojtyla, era rimasta tale perché era un’area di particolare presenza di Dio, ”perché Dio è ovunque, ma soprattutto è là dove l’uomo lo scopre e dove lui ”ritrova l’uomo’”.
Appena però uno tocca il tasto privato di quella vita nella natura, la dottoressa Poltawska si schermisce. ”Niente di personale”, replica subito con una certa ruvidezza. ”Questo diario è innanzitutto un libro di testimonianza; racconta il rapporto tra un penitente e il suo confessore, perché la gente oggi non sa più come confessarsi. Cristiani e credenti continuano a vivere nel peccato, senza sapere che possono cambiare e come fare per cambiare”. La dottoressa parla un italiano deciso, anche se, come tutti i polacchi, fa economia di articoli e preposizioni. Attentissima però alle parole del suo interlocutore, è una che non fa sconti. ”Non ho raccolto ”tutti’ gli argomenti di riflessione che il Papa mi suggeriva”, precisa subito. ”In cinquant’anni di frequentazione avrei dovuto scrivere migliaia di pagine”, puntualizza. ”E invece ho scelto solo le pagine di testimonianza che pensavo sarebbero state utili ai sacerdoti per capire cosa aspettarsi dai fedeli, come sviluppare i loro esercizi spirituali. E a giudicare dalle molte lettere di lettori penso di aver fatto bene”. Tante persone, dice la Poltawska, le hanno scritto che dopo aver letto questo libro si sono convertite. Molti che si reputavano credenti hanno scoperto di non esserlo abbastanza. E in tanti, leggendolo, hanno capito che la persona umana non è solo un corpo, ma è un corpo dotato di un’anima e in cammino verso il cielo. ”Ricordatevi che la persona umana non è stata creata per questa terra, ma per il cielo, e che la terra rappresenta solo una tappa del cammino verso la santità”, dice oggi la Poltawska, citando il programma lanciato dal suo amico Wojtyla per il nuovo millennio. ”Bisogna solo rileggere quello che ha detto il Santo padre”.
Nel libro dunque ci sono pagine e pagine di riflessioni, e spunti di meditazione a partire dal Vangelo, dalle Sacre Scritture, dal libro di Tobia, o dal libro di Daniele, dal Genesi, ma anche dal semplice messale. Per esempio: ”’Indignus famulus… offero tibi’. Indignus non è un atteggiamento di falsa umiltà, ”io indegno sono un nulla’, ma della sproporzione di ciò che ci è superiore”, scrive la Poltawska. ”Sono così consapevole di tale sproporzione che essa genera non solo il senso di indegnità, ma anche il senso di ”essere elevato’. L’uomo, in tutta la sua indegnità, è a tal punto elevato da Dio, dall’amore di Dio. E la messa dona all’uomo questo posto, abbraccia gli uomini, un sacrificio per tutti, incomprensibile”. E’ la meditazione di un venerdì 11 settembre, il mese che per lei segna il ritorno alla vita e l’inizio dell’amicizia con Wojtyla. ”Questo è un libro per insegnare come pregare, è un libro di Dio”, insiste Wanda cercando di dimenticare se stessa, e appena le rileggi la preghiera di Prehyba, che il suo padre spirituale, don Karol, non potendo partecipare alla gita in montagna, le mandò un 13 febbraio 1963 – ”Sinora sono stata più dentro di me e ho visto me stessa. Adesso permettimi in un certo modo di perdere me stessa, come se smettessi di esistere, come se smettessi di essere quello che sono stata finora” – lei insiste per uscire di scena, per farsi dimenticare: ”Io non avrei mai voluto scrivere un libro. E’ il Santo padre che ha voluto che io lasciassi una testimonianza. Non è una mia idea. Per cinquant’anni non ne ho parlato. Non è la mia biografia, anche se all’inizio cito alcuni dati solo per far sapere che non vengo dalla Romania, non sono nobile e sono una vecchia”. Niente sapremo, dunque, del suo privato, niente del legame sentimentale con quel pastore di anime sportivo e carismatico, che metteva i suoi giovani accoliti in guardia dai sentimenti perché potevano andare contro l’amore, teorizzando il pensiero come la rampa di lancio dell’amore, e quando seppe dei quattro anni vissuti da Dusia nel lager di Ravensbrück, tra lesbiche spietate, e crudeli brutalità, commentò: ”E questo al posto mio”, e il giorno della consacrazione episcopale nella cattedrale di Wawel, la salutò come ”Sorella, sorellina mia”.
E infatti la vita di Wanda, in questo libro, non c’è. Traspare pudicamente all’inizio, quando racconta della sua adolescenza da scout, della resistenza contro i tedeschi invasori, della guerra e della prigionia nel lager di Ravensbrück, dai 20 ai 24 anni. Ma non c’è niente di autobiografico o personale quando Wanda ricorda il suo sgomento davanti alla viltà di una vecchia insegnante, sorpresa a rubare una patata dal rancio del lager, o rivive la sua umiliazione di giovane donna costretta a denudarsi e andare di corpo davanti agli occhisenza pudore di un caporale nazista. Qui c’è solo una minima parte di quanto Wanda ha vissuto nel lager di Ravensbrück e raccontato in un libro tremendo, ”E ho paura dei miei sogni”, uscito nel 1962 e tradotto da Luigi Crisanti per le Edizioni dell’Orso di Alessandria nel 2008. E se una adesso le domanda sino a che punto la sua fede l’ha aiutata a sopravvivere, ripensando all’esame morale di cui parla Varlam Shalamov, e citando il suo connazionale Gustaw Herling, che passò la sua giovinezza prigioniero in campo di lavoro sovietico sul Mar Bianco, e quando ne uscì si sentì dire dal giudice esaminatore: ”Forse sopravviverai, ma non avrai più voglia di fare l’amore”, Wanda Poltawska replica con sicurezza beffarda. ”Io non posso esprimermi come fate voi italiani. L’amore non si fa, l’amore si vive. Voi chiamate amore un rapporto temporaneo tra un uomo e una donna. Ma il concetto di amore nella vita cristiana si sviluppa come anima e corpo. Noi tutti siamo stati creati per amore e senza amore non possiamo vivere. Come obbligo e come scopo, tutti i cristiani imparano ad amarsi l’uno con l’altro. Cristo dice amate pure i vostri nemici. Bisogna fare il possibile per raggiungere questo livello di fede e amare tutti. Personalmente, io ho vissuto gli anni nel campo di concentramento come un periodo di ritiro spirituale. Ho avuto il tempo per riflettere e pensare, per osservare santi, criminali e donne eroiche. Per me è stata un’esperienza straordinaria. Quando ne sono uscita, ero ancora abbastanza giovane per cominciare a vivere, e ho scelto di studiare medicina per aiutare gli altri, ma non ho mai perso la fede, perché la fede per noi polacchi è sempre stato sinonimo di credente e cristiano”.
Quanto all’amore, Wanda Polkawska racconta che durante le vacanze per i monti della Polonia, quando i ragazzi ventenni andavano da don Karol per dirgli: ”Padre noi ci amiamo”, lui che pur essendo un pastore carismatico restava un loro coetaneo li ammoniva severo: ”Non dite così. Dite piuttosto: ”Noi partecipiamo dell’amore divino’, perché se non partecipaste dell’amore divino il vostro non sarebbe amore”. E se uno adesso, pensando ai tanti giovani d’oggi che si rispecchiano nei film di Muccino, e hanno perso la lingua dell’amore, per ché ne hanno disarticolato la grammatica, e non sanno più quale valore attribuire ai sentimenti, domanda alla Poltawska cosa vuol dire ”partecipare all’amore divino”, la dottoressa, che è membro del Pontificio consiglio per le famiglie e della Pontificia accademia per la vita, risponde: ’Per fortuna non tutti hanno smarrito la grammatica dell’amore. Per me è chiaro. Posso capire che lei mi ponga questa domanda, ma per me resta assurda. Già il semplice fatto di vivere significa partecipare dell’amore divino. Tu esisti? E’ la prova che Dio ti ha amato e creato. L’esistenza di una creatura umana rinvia all’esistenza di un Creatore. Noi, tutti noi, siamo figli di Dio, creature divine, figli di un unico padre, radicati in un amore creativo. E i cristiani hanno il privilegio di unirsi a Dio attraverso i sacramenti, battesimo, cresima, comunione, matrimonio, estrema unzione, che sono il segno dell’amore di Dio. Quanto alla grammatica dell’amore, il Santo padre era ottimista, quando pensava che bastasse solo offrire alla gente la possibilità di conoscere l’amore. Per questo chiedeva ai genitori dei giovani credenti di fare testimonianza. La chiesa cattolica, del resto, non ha bisogno di un giornale o dell’opinione pubblica: ha bisogno di testimoni, di gente che dimostri che si può vivere nel modo voluto da Dio, comportandosi in modo da fare piacere a Dio”.
Eppure, nell’Europa atea e nichilista del giorno d’oggi, niente sembra più difficile, persino per genitori cattolici e credenti, che spiegare ai propri figli come comportarsi per piacere a Dio. Per molti obbedire alla volontà di Dio, attenersi ai suoi decreti, non è più la scelta sicura e obbligata che era in passato, ma è diventata una scelta lastricata di dubbi e incertezze. ”Certo, noi non sappiamo qual è la volontà di Dio. Perché abbiamo una volontà libera” risponde Wanda Poltawska con un sorriso enigmatico. ”Dio non ti obbliga ad andare in cielo. Puoi anche andare all’inferno, se preferisci. Infatti sei libero. Il Santo padre diceva sempre: ”Non domandare niente a Dio, perché Dio sa meglio di te di che cosa tu hai bisogno. Ringrazialo solo per tutto quello che ti ha dato, e rivolgi a lui le tue lodi’. Io credo che avesse ragione. Dobbiamo solo aver fiducia in Dio e nel suo amore. Quando il Santo padre arrivò in Polonia per il suo primo pellegrinaggio, disse, Dio è amore, cercando di convincere i polacchi che erano tutti amati da Dio”.
Ma come si fa a credere che Dio ci ami quando ci infligge tante sofferenze? Il dolore nel suo significato salvifico è fuori dalla portata del contemporaneo, edonista e secolarizzato. Come via per meritare le gioie dell’eternità è diventato incomprensibile. ”C’è un bel documento di Sua Santità Giovanni Paolo II sul sacrificio del dolore; bisogna leggerlo e riflettere. D’altra parte, quando un giorno domandai a Sua Santità del dolore di persone innocenti, lui mi rispose: ”Il dolore degli innocenti è il più grande mistero divino. Non si può capire, bisogna solo accettarlo. Lascia che Dio abbia i suoi misteri, i suoi segreti’”.