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 2007  maggio 04 Venerdì calendario


Lo so io cosa mi ha spinto ad andare a Terrazzano di Rho, alle porte di Milano, in un hinterland che per me è uno dei posti più sconosciuti al mondo

Lo so io cosa mi ha spinto ad andare a Terrazzano di Rho, alle porte di Milano, in un hinterland che per me è uno dei posti più sconosciuti al mondo. Non il fastidio, ogni volta che un massacro alla Columbine si ripete, in qualche scuola degli Stati Uniti, e vedi l’aria mesta e compiaciuta di chi ci ritrova il volto folle dell’America e delle sue armi, e il baratro di una modernità da cui noi siamo immuni, salvo contare morti artigianali in punta d’ombrello, ed educati inviti al perdono. No, è stato qualcosa di più: un ricordo d’infanzia. Avevo sette anni, quel giorno di ottobre del 1956, e avevo da poco iniziato la terza classe elementare. Ricordo molte cose di quegli anni, ma sono tutti dettagli riferiti a un mondo che aveva per confini la mia casa, il mio cortile, il piazzale, il lungo viale che portava alla scuola. Quel 10 di ottobre del 1956 il mondo fece irruzione nel mio mondo, che sarebbe tornato a essere di lì a poco un mondo ignaro e felice, senza ricordo dei carri di Budapest e senza ricordo di qualunque altra notizia che non fossero pagelle e partite di calcio, liti e rimproveri, giornate di sole o di pioggia. E quel ricordo si addensò attorno a una fotografia, sforbiciata nei miei ricordi come le vecchie fotografie, dai bordi seghettati ad arte. Nella fotografia una finestra, ripresa dall’esterno, e un uomo in tuta nell’atto di arrampicarvisi, un momento prima di scavalcarla. L’uomo indossa una tuta blu, da operaio. Attorno a quella fotografia, il tempo aveva fatto il vuoto: non ricordavo il nome di quell’uomo, né il nome del paese e ancora meno della regione in cui tutto era avvenuto. Ricordavo i fatti, e non so se li avessi sentiti alla radio, o sbirciando il giornale di mio padre, dove forse la foto era stata pubblicata. Ricordavo una scuola, e una folla di bambini tenuta in sequestro da due pazzi. Ricordavo, o immaginavo di ricordare bambine con i fiocchi bianchi in disordine, e volti angosciati. E maestre – le maestre che io temevo come la mia, arcigna e distante – improvvisamente terrorizzate, e impotenti. E quella finestra era così identica alla mia, al finestrone della mia classe che si apriva sulle mie distrazioni, che si affollava di nuvole, che veniva ricoperto da una pesante tenda di color kaki quando fuori gli uccelli e le voci della strada avvertivano che arrivava l’estate, e la fine della scuola. Ecco, non eravamo più invulnerabili, io e Bastianutti Claudio, io ed Esente Giuliano, io e tutta la classe seconda D, scuola IV Novembre, signora maestra Marianna Marchesini. Solo quell’uomo in tuta blu – quale bambino non è affascinato da una tuta blu con le zip? – poteva salvarci, solo un uomo ragno che sale dalle finestre, che salva bambini, prima di morire. Allora lo sapevo il nome, che suonava perfetto, e poi l’ho dimenticato, e adesso lo so di nuovo: Sante Zennaro. Gli hanno intitolato delle scuole, in Lombardia e in Emilia, scuola elementare S. Zennaro, ma siccome sono passati cinquantun anni e siamo stati, prima di diventare multietnici anche un nord affollato di noi meridionali, passa qualche genitore e dice: ”Scuola San Zennaro”. E adesso sono tornato a fare i conti con quella storia, e mi sono ritrovato davanti, nella piccola scuola, quella fotografia, uguale a come la ricordavo. Certo, il tempo è carogna, per me e per il resto: nella piazza davanti alla scuola adesso c’è una di quelle rotatorie di moda, e il bar che è sempre al suo posto si chiama, all’inglese, bar Simpaty, e nella scuola adesso c’è la sede della circoscrizione, e un cartello avvisa che vi ha sede anche il Consultorio per i Conflitti Familiari. Ma quello che è successo è successo, e non me lo sono sognato io. Quello che è successo se lo sono sognato, come un incubo, in tante notti successive novantasette bambini che adesso hanno più o meno la mia età, meno otto che il destino ha portato via, per malattie o incidenti mortali. Il dieci ottobre di cinquantuno anni fa Dunque: il dieci ottobre di cinquantuno anni fa, in quella piccola scuola ci sono novantasette bambini e tre maestre: classi numerose, non era l’Italia anemica di oggi. Siamo alle porte di Milano, ma nonostante l’Alfa e la Citterio, è un piccolo mondo rurale, fatto di cortili e cascine, dove si affollano, anche, emigranti giunti dal Polesine, dopo l’alluvione di cinque anni prima. E in quella scuoletta – ”scuelute”, così chiamava Pasolini la sua piccola scuola di Casarsa – ignara entrano due uomini. Vestono due abiti blu, eleganti, con la cravatta. Sono i fratelli Santato, una famiglia giunta dal Polesine. Il maggiore dei due, Arturo, è stato rinchiuso nel manicomio giudiziario di Aversa, e ne è stato rilasciato. L’altro fratello, a sua volta psicolabile, è succube del maggiore, e nelle ore che seguiranno sarà poco più che una comparsa, impaurita e minacciosa allo stesso tempo. Arturo consegna una lettera a una maestra, che comprende subito quello che sta per accadere. Tutti i bambini e le altre due maestre vengono fatti salire in un’aula al primo piano. Arturo Santato annuncia ai bambini che si esibirà in qualche gioco di prestigio, e prende a legare le maestre, come se poi dovesse liberarle con una bacchetta magica. E invece passa a legare a uno a uno i bambini, e ad ammassare i banchi, i vecchi banchi di legno di una volta sulla porta dell’aula, e poggia sulla cattedra rotoli di tritolo e una bottiglia di vetriolo, e impugna le armi. Urla, e nel paese si sparge l’allarme, perché un bambino è riuscito a fuggire, e c’è chi incomincia a correre verso la piazza, e una madre sale le scale della scuola, e le sparano, e viene ferita a una gamba. E da lì in poi c’è tutto, tutto quello che succederà poi, nella realtà e nei film. C’è la vita è bella, perché qualche sorella maggiore protegge i più piccoli dicendo loro che è davvero un gioco di prestigio. E c’è Vermicino, perché la Rai è appena nata e accorre e trasmette, e i pullman si fermano sulla vicina autostrada Milano-Torino e i passeggeri scendono, per venire a vedere. C’è un pomeriggio di un giorno da cani, perché la polizia, vestita da polizia di Scelba, si schiera attorno, e ci sono anche i franchi tiratori, ma si vuole trattare a ogni costo, e in realtà non si sa bene cosa fare. Ci sono le richieste, urlate alla finestra dal pazzo che chiede duecento milioni, e la televisione, e gliene portano una di quelle di quel tempo, così pesante che ci vogliono quattro uomini e un tavolino che la regga, per recapitargliela, mentre promette che passerà alla storia. Ci sono molte vite in pericolo, e tante in bozzolo. A scrivere di quella storia saranno Dino Buzzati, e Adele Cambria vincerà un premo giornalistico, e Bernardo Valli sarà un semplice cronista. E poi sulle scale che cercano di fermare il pazzo salirà anche uno sconosciuto investigatore, nel disordine delle trattative e dei piani per por fine al sequestro. A cose compiute si attribuirà forse qualche merito in più, ma c’era, e diventerà famoso: si chiamava Tom Ponzi. C’è il prete, fermato in una delle bellissime fotografie della cronaca, immobile, sul marciapiede vuoto davanti alla scuola, con le braccia aperte come Pio XII davanti alla guerra, che sembra dire: pietà, fermatevi. C’è la catechista che corre in piazza con il crocefisso. E c’è lui, Sante Zennaro. Viene anche lui dal Polesine, e forse conta di fermarli, i due Santato, in dialetto. E si saprà poi che anche la sua famiglia – nove figli – fa i conti con un caso di follia, e dunque si sente doppiamente responsabile, dopo essere accorso in quella sua tuta blu, operaio in attesa di assunzione all’Alfa, una tuta come una promessa. Ha ventitré anni, ed è agile, scavalca la finestra con un balzo, ed entra nell’aula dove Arturo ha già scelto la bambina da accecare, dove la maestra Susini, alta e magra, si è liberata i polsi e afferra quelli del sequestratore, e tutto precipita. Dalla porta fa irruzione la polizia, sparano. Forse è la tuta blu a trarli in inganno. Sante Zennaro resta sul pavimento, in un lago di sangue, e almeno una dozzina di proiettili sono di fuoco amico. Ma i bambini sono salvi, e mentre gli liberano i polsi e le caviglie a uno a uno, la folla cerca di linciare Arturo. Non ci riuscirà, e l’ultimo atto di questa storia saranno i funerali di Sante, celebrati da un arcivescovo che sarà Papa, monsignor Montini. Attorno, almeno due dibattiti molto moderni, se ci si passa la parola antica: quello sul porto d’armi, e quello sulla salute mentale. E tutto l’impianto di quelle sei ore sembra molto moderno, niente a che vedere con Fenaroli o Rina Fort, con il corpo di Torvaianica o la marchesa Casati, niente passione e onore, niente vizio o intrigo: la follia, allo stato puro. Ma non era di moda, allora, parlarne, almeno non in talk show o in pensosi commenti, ed era troppo presto per dire dove siamo finiti. Così, ai novantasette bambini arrivò una divisa scolastica nuova dal presidente Gronchi, e molti giochi, e un mese di vacanza premio in colonie, dove li separarono, e adesso raccontano che non dormivano dalla paura. Perché dovevano fare un libro, cinquant’anni dopo, per ricordare Sante Zennaro, e il suo gesto generoso. Ma si sono accorti che i novantasette hanno continuato a vivere con qualche incubo ricorrente, o rimuovendolo al punto che gli era disagevole ricordare, e la stesura del libro è diventata una tardiva terapia collettiva, e insomma il libro uscirà con un anno di ritardo, non importa. Resta una piccola mostra di giornali dell’epoca, e se capitate a Terrazzano chiedete di vederla, perché sono foto che sembrano quadri, con i volti della follia e del terrore incorniciati nella finestra della scuola. Ho chiesto a uno dei bambini di allora, Mario Moroni, classe seconda elementare, cosa prova, quando succede in un campus americano. ”Rivivo quel giorno”, ha detto. ”Per fortuna qui è finita meglio”. Buon senso, una cosa da dopoguerra. Toni Capuozzo