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 2018  maggio 23 Mercoledì calendario

Roma, 13 febbraio 1985. Cameriere «a chiamata». Salito alle cronache per aver picchiato, violentato e derubato la tassista romana M.M., 43 anni, l’8 maggio 2015 tra le 7 e le 7.30 del mattino. È separato con una figlia di 7 anni.
• Alto meno di un metro e 70, magro, capelli scuri e ricci [De Risi e Errante, Mes 11/5/2015]
• «Da ragazzo studiava all’alberghiero, vicino al San Filippo Neri, lavorava come cameriere la sera, giocava a pallone e la domenica si ritrovava con gli amici per la partita. Un ragazzo come tanti, buono, buono» (Giuliana, la madre) [Mancinelli, Tem 12/5/2015].
• «È stato sempre un gran lavoratore, sgobbava sodo. Io l’ho fatto lavorare con me, un mese. Non so che bisogno avesse di fare quello che ha fatto» (Paolo, il compagno della madre) [Mancinelli, Tem 12/5/2015].
• Al ristorante di via Marcantonio Colonna, a Prati, se lo ricordano bene: «Un tipo sveglio, forse anche troppo. Sul lavoro rapido e preciso, ma avevi sempre la sensazione che ti stesse per fregare. Comunque è venuto qui solo due volte. Voleva che lo pagassimo in anticipo: “Ho le spese per il funerale di mio padre”, ci ha spiegato. Ma i soldi non li ha visti» [Frignani, Cds 12/5/2015].
• La sua pagina social su Facebook era piena di selfie e ritratti con la figlia di sette anni [Frignani, Cds 12/5/2015].
• Abita con i nonni in una villetta Alla Piana del Sole, vicino a Ponte Galeria [Frignani, Cds 12/5/2015].
• Una vita al limite – «una scheggia impazzita, un tipo disturbato e pericoloso proprio perché invisibile, uno che non rimane impresso», così lo descrivono i poliziotti – fra problemi economici, piccoli reati (un furto in autogrill, ha rotto il naso all’ex compagno della madre) e aspirazioni non realizzate. La passione per «Street fighter» – un videogioco picchiaduro —, le arti marziali, la Roma. Una partecipazione fra il pubblico di «Avanti un altro» di Paolo Bonolis (anche questa con foto). E la fatica di trovare un lavoro fisso: Simone lavora a chiamata. Ad aprile anche in un noto ristorante al quartiere Africano: «Per essere preso aveva detto di conoscere un nostro amico avvocato, ma non era vero», aggiungono da Prati [Frignani, Cds 12/5/2015].
• «Simone è il figlio di un padre alcolizzato, un barbone, un violento con il quale ha vissuto da quando me ne sono andata via di casa nel 2005, stanca di essere picchiata e maltrattata ogni giorno. Si è sentito abbandonato due volte. Prima da me, dieci anni fa, poi dalla moglie. Soffriva da morire» (la madre di Simone Borgese) [Mancinelli, Tem 12/5/2015].
• A Capodanno il giovane aveva scritto su Fb: «Per me si chiude un anno difficile». «Mi sono separato qualche mese fa – ha confermato in Questura —, questo fatto mi ha scombussolato, da allora non sono più lo stesso. Penso che così siano cominciati i miei problemi. Non ho un euro» [Frignani, Cds 12/5/2015].
• Per un po’ ha anche dormito in macchina, poi – come la notte prima dello stupro – a casa di amici. Nei due giorni in cui i poliziotti l’hanno pedinato, Borgese ha sempre girato in autobus. Forse anche perché le tre volte in cui ha preso il taxi non l’ha mai pagato e si è beccato una denuncia. Un’abitudine che ha finito per tradirlo: due settimane fa ha fatto la stessa cosa con un tassista al quale ha dovuto lasciare il numero di cellulare come garanzia. L’autista si è ricordato di lui e ha portato la polizia sulle tracce di Borgese. La vittima ha raccontato di essere stata aggredita proprio mentre aspettava il pagamento della corsa [Frignani, Cds 12/5/2015].
• «È stato quando mi ha detto di girare per una strada isolata dove “non poteva vederci nessuno”. Lì ho capito che forse voleva rapinarmi. Aveva iniziato a sudare e a essere molto irrequieto. Teneva lo sguardo basso e si agitava. Mi metteva fretta dicendo di sbrigarmi e di accelerare. Mi ha indicato lui il percorso, la strada da seguire la conosceva molto bene anche con alcune vie laterali che mi ha fatto imboccare come scorciatoie. Poi in via Pescina Gagliarda. Mi ha detto io scendo qua e ha domandato quanto doveva pagare. Eravamo in aperta campagna. Avrebbe dovuto pagare poco più di una ventina di euro. Ha iniziato a gridare, a offendermi, a insultarmi, dicendomi che la cifra era sbagliata e che comunque non aveva i soldi per pagarmi. Ha voluto salire sul sedile davanti per controllare il tassametro. Appena entrato in auto dal lato passeggero mi ha dato subito un pugno sul viso che mi ha anche fatto sbattere la testa sul finestrino. Con una mano continuava a spingermi la testa con violenza e con l’altra mi prendeva a schiaffi e pugni. Ad un certo punto mi ha afferrata per i capelli, avevo iniziato a sanguinare dal naso e quasi non ci vedevo più. È stato allora che le forze mi hanno abbandonata. Ricordo solo l’odore ed il sapore del sangue che perdevo e avevo ovunque mentre abusava di me. Lui non si fermava e continuava a insultarmi. Mi aveva immobilizzata tenendomi per i capelli come se me li volesse strappare, aveva una forza sovrumana e mi guardava fisso con due occhi che sembravamo spiritati. Temevo di morire e di non farcela. Poi ha afferrato i pochi soldi che avevo con me e ha provato a sfilare le chiavi della macchina che però ho trattenuto. Quando poi si è allontanato lo ha fatto con disinvoltura come se conoscesse bene quel posto così isolato. Sono rinvenuta poco dopo e sono riuscita a dare l’allarme via radio» [Angeli e Orlando, Rep 12/5/2015].
• Dopo aver abusato della tassista quarantatreenne, incrociata di mattina presto a una fermata d’autobus sull’Aurelia, Borgese si è chiuso in casa dei nonni per tre giorni. «Non mi sono mosso da lì, sono rimasto sempre con la mia bambina, da venerdì a domenica» [Frignani, Cds 12/5/2015]. È lì che i carabinieri lo hanno arrestato il 10 maggio 2015.
• È stato preso grazie a un identikit e alla testimonianza di un collega della donna: aveva portato Borgese in taxi e, non avendo pagato la corsa, il tassista si era fatto lasciare il numero di telefono. La confessione è arrivata quasi subito in Questura, dopo la quale è stato portato al carcere di Regina Coeli. Il gip Flavia Costantini ha poi convalidato il fermo del ragazzo, emettendo il provvedimento di custodia cautelare in carcere dopo che, nell’interrogatorio di garanzia a Regina Coeli, ha confermato la sua confessione [Fat 14/5/2015].
• «È una cosa di cui mi pentirò per tutta la vita, una cosa del genere non mi era mai successa prima: lo confesso subito e mi tolgo un peso, sono stato io: chi cercate sono io. La violenza è stata un raptus improvviso, neanche io so perché l’ho fatto». È iniziata così la confessione. Senza lesinare dettagli, con voce calma, Borgese è un fiume in piena davanti al pm Eugenio Albamonte e al capo della Mobile Luigi Silipo che lo ascoltano allibiti per la freddezza e la serenità con cui spiega ogni passaggio di quel drammatico venerdì. «L’ho portata con l’inganno in quella strada sterrata, vicino casa di mio nonno, mi sono fatto consegnare i soldi e l’ho costretta a un rapporto orale. Quindi sono sceso e sono andato a dormire da mio nonno. Non so cosa mi sia successo in quel momento — ha detto ancora Borgese al sostituto procuratore — Ero molto nervoso quella mattina, e mi sono sfogato su quella donna. Era così attraente... Ultimamente mi sentivo molto solo la madre di mia figlia, di cui sono ancora innamorato, mi ha lasciato perché dice che la picchiavo tutte le sere perché ero geloso, ma io non l’ho mai toccata, amo mia figlia e mia madre» (così il verbale dell’interrogatorio di Borgese) [Angeli e Orlando, Rep 12/5/2015].
(a cura di Jessica D’Ercole)