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 2017  ottobre 19 Giovedì calendario

Un appuntamento per Roberto Peci

• Roberto Peci, 25 anni, antennista, una moglie incinta di tre mesi, residente a San Benedetto del Tronto (Ascoli Piceno). Fratello del brigatista Patrizio Peci, uno dei capi dell’organizzazione di Torino, che dopo l’arresto ha deciso di pentirsi. Nel pomeriggio di martedì 9 giugno del 1981 è nel negozio di elettrodomestici “D’Anna” dove ha un telefono che usa per prendere gli appuntamenti di lavoro, viene contattato da una persona che dice di essere un ingegnere di Macerata: avendo affittato a San Benedetto del Tronto un villino per l’estate, desidera far mettere l’antenna per il televisore a colori. Appuntamento per domani in via Arrigo Boito 6, traversa del lungomare.

• Il fratello di Roberto Peci è Patrizio, ha 28 anni, uno dei capi brigatisti della colonna di Torino. È in carcere e ha deciso di collaborare con la polizia. [Per saperne di più su Patrizio e Roberto Peci clicca qui

Roberto Peci portato via in una 127 rossa

• A meno di un’ora dall’appuntamento Roberto Peci riceve una telefonata di conferma. Alle 18.15 con la Panda celeste imbocca la stradina indicata. Appena svoltato, alle sue spalle una moto si guasta e blocca l’ingresso a tutte le altre auto. Alla fine di via Boito, nella parte opposta a dove Roberto Peci è entrato, una Saab marrone a motore acceso si mette di traverso. Davanti al cancello del villino al civico 6 ci sono due uomini. Poco distante una 127 rossa. Mentre Peci accosta la macchina, i due uomini a piedi lo fanno fermare, un altro gli punta la pistola alla tempia, lo fanno togliere dal posto di guida. Con la macchina arrivano quasi fino all’autostrada, chiudono Peci nel bagagliaio della 127, parcheggiano la Panda in direzione opposta a dove vogliono andare, la puliscono dentro per togliere le impronte. La 127 prende la statale verso nord, verso Ancona. Destinazione finale: Roma.

• In autostrada, sullo svincolo per Roma, la 127 buca una gomma. I rapitori si fermano per cambiarla. Una pattuglia della polizia stradale si accosta e chiede se serve aiuto, ma quelli rifiutano. Roberto Peci nel bagagliaio ha caldo, chiede che lascino il finestrino aperto per far entrare un po’ d’aria. Gli spiegano che lo terranno per due o tre settimane, giusto il tempo di far «uscir fuori la verità sulla cattura» del fratello. È spaventato, ma piano piano si calma. L’auto si ferma in un autogrill, i sequestratori gli portano un caffè. Arrivano a Roma alle 22. Con gli occhi bendati lo portano in via della Stazione di Tor Sapienza: al civico 38 è l’appartamento in cui lo terranno. Prima di farlo salire in casa aspettano le ore 1.30 nel giardinetto del condominio, per essere essere certi di non incontrare nessuno. Intanto a San Benedetto del Tronto Antonietta Girolami, moglie di Roberto, e tutta la famiglia Peci sono molto preoccupati e avvertono i carabinieri.

• Portato Roberto Peci nella prigione gli permettono di lavarsi, gli danno una maglietta pulita, lo fanno sdraiare su una brandina posta sotto una tenda. Nel frigo non c’è niente e perciò nessuno mangia, però preparano una camomilla per l’ostaggio che è un po’ agitato. Alcuni dei carcerieri partono per Napoli.

Le Br rivendicano il sequestro di Peci

• Alle quattro di mattina i carabinieri ritrovano la Panda di Roberto Peci: è alla periferia di San Benedetto del Tronto, in località Ragnole, sulla via per Ascoli. È al bivio per una strada che s’infila verso i colli, per il santuario di Monte Prandone. Le portiere sono chiuse, un deflettore aperto, il sedile anteriore destro ribaltato, come per far uscire un passeggero seduto dietro. Dentro solo opuscoli di elettrotecnica. Il procuratore della Repubblica di Ascoli Piceno, Mario Mandrelli: «Era sorvegliato nei limiti del possibile, ma ultimamente non c’erano state minacce».  

• Ida Peci: «Non prendevamo nessuna precauzione, nemmeno per guardarci intorno. Patrizio ci aveva sempre detto che le Brigate rosse non erano né mafia né camorra. Le Brigate rosse non toccavano i familiari. Noi eravamo sicurissimi» (a Luigi Maria Perotti).

• Alle 8.30 la redazione centrale della Stampa a Torino riceve la prima telefonata anonima: «Qui Brigate rosse, colonna romana. Abbiamo rapito a San Benedetto del Tronto Roberto Peci, fratello dell’infame pidocchio Patrizio». Nel pomeriggio, alle 17, la chiamata al Giorno di Milano: «Qui Brigate rosse, colonna romana. Rivendichiamo il rapimento del fratello di Peci. È rinchiuso nelle carceri del popolo e sarà sottoposto al processo del proletariato». Dopo cinque minuti altra telefonata: «Ripeto il messaggio, Roberto Peci farà la fine di Martin Schleyer». Martin Schleyer, il presidente degli industriali tedeschi sequestrato e ucciso nel 1977 dall’organizzazione di estrema sinistra Rote Armee Fraktion (Raf).  

• Nel frattempo, oltre a Roberto Peci, le Br tengono prigionieri: Ciro Cirillo, democristiano, assessore ai lavori pubblici in Campania, rapito il 27 aprile; Giuseppe Taliercio, direttore dello stabilimento petrolchimico di Porto Marghera, rapito il 20 maggio; Renzo Sandrucci, ingegnere, dirigente dell’Alfa Romeo di Arese, rapito il 3 giugno.

Roberto Peci è un «infame traditore»

• Al tribunale delle Vallette a Torino, nel maxi processo alle Brigate rosse, gli imputati in gabbia firmano una dichiarazione lunga 12 pagine su Roberto Peci, definito «infame che ha cominciato a fare la spia prima ancora del fratello». Legge il comunicato Maria Rosaria Roppoli, ex fidanzata di Patrizio Peci, che racconta di essere stata avvicinata «da canali particolari», lasciando intendere che si trattasse di Roberto: «Mi hanno fatto offerte di impunità con lo scopo di attendere nascosta la liberazione di Peci, promessa in cambio del suo tradimento».

• La tesi delle Brigate rosse è che Patrizio Peci sia stato arrestato due volte: la prima a dicembre del 1979, in seguito alla quale avrebbe deciso di collaborare spinto dal fratello Roberto. Dopo questa prima cattura sarebbe stato liberato dai carabinieri affinché operasse come talpa all’interno dell’organizzazione. Le forze dell’ordine in cambio gli avrebbero assicurato una rapida assoluzione, una somma di denaro e la possibilità di espatriare.

Roberto Peci ha venduto Patrizio?

• Si trova a Napoli il comunicato numero 1, firmato dal Fronte delle carceri. Annunciano la cattura di Peci, «infame pidocchio al servizio della controrivoluzione», anticipano che lo sottoporranno a processo proletario. A decidere della sorte dell’ostaggio, scrivono, saranno i brigatisti «sotto processo a Torino, i compagni detenuti, i proletari e i disoccupati organizzati, i comitati di fabbrica di Napoli, Roma, Torino, Porto Maghera, Arese e Pomigliano d’Arco». Le Br scrivono che quando furono trovate le armi a casa Peci, nel 1977, Roberto fu sottoposto a lunghi interrogatori durante i quali comunicò i nomi e le descrizioni di vari «compagni», infine, insieme alla famiglia, ha «venduto il fratello per salvarlo, sicuri di poter contare sulla ricompensa successiva dei carabinieri e sulla debolezza congenita dell’infame Patrizio».

Una foto di Roberto Peci

• A Napoli, alle 23, i brigatisti fanno trovare in un cestino dell’immondizia nella centrale piazza Vittoria il comunicato numero 2. Allegano una polaroid a colori di Roberto Peci in prigionia: ha la barba incolta e una camicia scozzese, alle sue spalle il drappo rosso con stella a cinque punte. Il foglio annuncia l’inizio del processo al «traditore Roberto Peci».

Quattro anni a Patrizio Peci

• Alle 17, dopo 51 ore di camera di consiglio la Corte d’assise di Torino emette le sentenze contro i 73 appartenenti alla colonna torinese delle Br nell’aula A delle Vallette. Presiede la corte il giudice Guido Barbaro: 62 condanne per complessivi 424 anni di carcere, 11 assoluzioni. Patrizio Peci, cui sono applicati i benefici della legge Cossiga a favore dei pentiti, è condannato a 4 anni di reclusione (l’accusa ne aveva chiesti 3). Le pene più severe inflitte a tre donne: 17 anni e 6 mesi a Nadia Ponti, 16 anni e 4 mesi ad Angela Vai, 15 anni e 6 mesi a Silvana Innocenzi. Il processo valuta soltanto le responsabilità nei reati associativi (partecipazione e costituzione di banda armata).

Attentato all’avvocato di Patrizio Peci

• Alle 17.40 a Roma attentato contro l’avvocato penalista Antonio De Vita, 40 anni, difensore d’ufficio di Patrizio Peci, in viale Mazzini 146, nell’edificio dove il professionista ha il suo studio. Lo attendono nell’androne un uomo e una donna. Mentre De Vita entra in ascensore sente sparare, si volta di scatto, viene preso di striscio al collo e a una spalla. Si getta a terra ed estrae una pistola dal borsello, fa fuoco: colpisce la donna. I terroristi fuggono. L’avvocato, su consiglio di un carabiniere, girava armato soltanto da pochi giorni. L’auto viene ritrovata dopo pochi minuti a via Lepanto, non lontano da viale Mazzini. A Roma in mattinata, poco prima delle 13.30, quattro terroristi hanno ammazzato il vice questore Sebastiano Vinci, 44 anni, dirigente del Commissariato Primavalle, che due anni fa ha condotto importanti indagini sul terrorismo. Gli assassini lo hanno aspettato all’incrocio tra via della Pineta Sacchetti e via San Cleto: era sulla Fiat Ritmo di sevizio guidata dall’autista Pacifico Voto, 32 anni. Accanto a lui sul sedile posteriore il cane Ciccio, che spesso porta con sé. Fermi al semaforo, vengono avvicinati da due giovani bruni in jeans che nascondono le pistole sotto a dei giornali. I terroristi sparano e colpiscono a morte Vinci con sei proiettili: alle spalle, al torace, all’addome. Una pallottola raggiunge anche l’autista, che si salva al Policlinico. Le Br fuggono su un motorino e su una 128 blu. Una telefonata alla redazione di Macerata del Messaggero avverte: «La spia Roberto Peci è stata giustiziata». È falso, perché intanto nella «prigione del popolo» di via Stazione di Tor Sapienza i brigatisti hanno allestito uno studio di regia e montaggio: una telecamera, un apparecchio timer-turner e un videoregistratore, tutto di marca Telefunken. Sullo sceanario di una bandiera rossa con stella a cinque punte, davanti alla telecamera, Roberto Peci deve rispondere all’interrogatorio dei brigatisti.

Roberto Peci: «Ho sbagliato»

• Comunicato numero 3: i verbali della prima dichiarazione confessoria del sequestrato. Racconta d’aver tradito Patrizio, arrestato una prima volta nel 1979. In quell’occasione il brigatista aveva deciso di collaborare con Dalla Chiesa. Da allora Patrizio era sempre pedinato dai carabinieri che, tra le altre cose, gli correggono anche le interviste. Insieme al verbale dell’interrogatorio si trova anche una lettera di Roberto a Patrizio Peci: «Ho sbagliato, non è Dalla Chiesa che vincerà, ma il movimento rivoluzionario».

Roberto Peci ammette il tradimento

• Comunicato numero 4: i verbali della seconda dichiarazione confessoria di Roberto Peci. Il sequestrato ammette di aver tradito le Br nel 1977, dopo l’arresto per un deposito di armi. Ha barattato la scarcerazione in cambio dei nomi di 8 compagni. Secondo tradimento: nel 1979, dopo il fermo per l’assalto alla Confapi di Ancona, parla di nuovo e fa arrestare il fratello Patrizio. La sentenza per Peci sarà emessa da «tutto il movimento rivoluzionario e il proletariato metropolitano». I brigatisti chiedono che i verbali vengano pubblicati dai giornali. Si decide che nessuna richiesta dei brigatisti sarà assecondata. Giornali, radio e tv tacciono.

«Pubblicate l’interrogatorio di Peci»

• Antonietta, moglie di Roberto Peci, scrive una lettera per il marito tramite l’Ansa: «Io e la tua famiglia ti siamo vicini e stiamo facendo l’impossibile per far pubblicare, come tu chiedi, su tutti i giornali le tue dichiarazioni in modo che se ne possa discutere nel movimento. (…) Desidero almeno che nostro figlio, al di fuori di tutto ciò, abbia un padre e una madre come tutti gli altri e non cominci ancor prima di nascere a pagare le colpe che non ha. Ti voglio bene, Antonietta». In serata a Roma i verbali dell’interrogatorio di Roberto Peci vengono spediti al direttore dell’Avanti!, Ugo Intini, e al direttore di Radio Radicale, Lino Jannuzzi: 24 cartelle dattiloscritte. Le Br chiedono che le dichiarazioni siano «integralmente rese note sugli organi di stampa». Intanto fanno trovare il cadavere di Giuseppe Taliercio, direttore dello stabilimento petrolchimico di Porto Marghera. Taliercio, 53 anni, 5 figli, è magro e irriconoscibile. Nella notte una telefonata avverte: «Alla fine di via Beccaria, vicino alla Montedison, troverete il porco Taliercio. È nel baule di una 128 chiara». Ucciso con 14 colpi di pistola, di cui 13 al petto, tutti sparati da pochi metri dopo essere stato tramortito con un colpo alla nuca. Pistola calibro 7,65 con caricatore bifilare.

Roberto Peci condannato a morte

• Comunicato numero 5, in un cestino dei rifiuti a Roma. Lo trova, dopo una telefonata, un giornalista della Repubblica. È il messaggio di condanna a morte di Roberto Peci: «Il processo al traditore Roberto Peci è concluso, la condanna a morte è la giusta sentenza che emettono le forze rivoluzionarie che lo hanno processato. Da sempre la sorte che spetta ai traditori della rivoluzione proletaria è l’annientamento». In allegato tre lettere del sequestrato per madre, moglie e fratello. A quest’ultimo scrive: «Non ti interessa proprio la mia sorte? Oso ancora sperare che confermerai la mia storia, altrimenti prenderai le tue responsabilità, e io le mie». Alla madre: «Confermate la mia versione, perché non vi siete ancora espressi sui verbali. Vi dico che non è giusto che a distanza di una settimana ancora non abbiate riconosciuto tali verbali come verità: se continuate a negare ancora, a me non servirà di certo». Alla moglie: «Pensa al bambino che deve nascere, riguardati, per me non ti devi assolutamente preoccupare, non te lo dico per farti star bene, ma non sono assolutamente trattato male, lo puoi vedere anche dalle foto». Infatti allegano una polaroid. Ieri a Napoli i brigatisti hanno annunciato la morte di un altro ostaggio, l’assessore napoletano Ciro Cirillo.

• «Il 10 giugno di due anni fa ci siamo sposati, il 10 giugno di quest’anno Roberto è stato rapito. E il 10 luglio è arrivata la condanna a morte. Adesso quanto tempo ci lasceranno prima di torturarci di nuovo, dicendo che se non facciamo questo e quello eseguiranno la condanna?». [Antonietta, moglie di Roberto Peci, a Ezio Mauro, Sta. 12/7/1981]

L’Avanti! vuole aiutare la famiglia Peci

• Craxi chiama la famiglia Peci e assicura che l’Avanti! è disposto a pubblicare la lettera aperta della famiglia a Roberto Peci. Scrivono la moglie Antonietta e la sorella Ida: «Caro Roberto, il nostro silenzio non era dovuto al fatto che prendevamo la posizione di Patrizio, ma ci sembrava la cosa più opportuna perché chi tace per certi versi acconsente. Confermiamo ciò che tu dici e nello stesso tempo ci appelliamo all’umanità più volte espressa dal movimento rivoluzionario».

Un videotape con l’interrogatorio di Peci

• Un giornalista del quotidiano Vita a Roma trova 6 lettere scritte da Roberto Peci. Sono indirizzate a Craxi, all’esponente di Democrazia Proletaria Massimo Gorla, al deputato radicale Marco Boato, al segretario della Uil Giorgio Benvenuto, all’avvocato Eduardo Di Giovanni e al direttore della Repubblica, Eugenio Scalfari. In allegato la videocassetta con le riprese dell’interrogatorio, in cui Roberto Peci ammette il doppio arresto del fratello. I brigatisti vogliono che il video venga trasmesso. Si mobilita il comitato dei lavoratori del Petrolchimico di Porto Marghera che chiede la liberazione dell’ostaggio. Scrivono una lettera aperta alle Br i deputati radicali Pinto e Boato: «Non attribuite la vostra responsabilità ad altri, non nascondetevi ipocritamente dietro istanze a cui voi attribuite una responsabilità che non hanno, su cui cercate di scaricare una decisione che solo a voi spetta di prendere». A Napoli un documento firmato militanti comunisti napoletani chiede l’immediata esecuzione della condanna a morte di Peci.

Clemenza per Roberto Peci?

• Alle 17.45 un donna telefona a Radio Popolare e annuncia la liberazione dell’ingegner Sandrucci a Milano, in via Martiri Oscuri. Vanno, ma non si trova nulla: era un depistaggio. Davvero Sandrucci è libero, ma è stato lasciato tra Sesto San Giovanni e Milano, in via Adriano 81, davanti al vecchio ingresso della Magneti Marelli. Intontito col cloroformio ma in buone condizioni, è sul sedile posteriore di una Alfa Romeo Giulia bianca (risultata rubata con targa falsa). Rasato, le mani legate, indossa una tuta da operaio con lo stemma dell’Alfa Romeo, gli occhi sono coperti da cerotti, ha dei batuffoli di cotone nelle orecchie e gli occhiali da sole. Nell’auto un’agenda, un ombrello una carta geografica, un nastro con canzoni, una bomboletta spray. A Roma si trova un volantino firmato Brigata XXVIII marzo: «Noi riteniamo che nei confronti di Roberto Peci, che ha riconosciuto i propri misfatti e ha fatto autocritica di fronte a tutto il proletariato, si possa applicare la tradizionale clemenza rivoluzionaria».

• «Siamo qui che aspettiamo, sospesi tra la condanna a morte delle Br e quell’accenno di clemenza. Noi, tutto quello che potevamo fare lo abbiamo fatto. Adesso non abbiamo più forze né possibilità, siamo svuotati di tutto, facciamo fatica anche a sperare». [Ida Peci a Ezio Mauro, La Stampa 24/7/1981]

Roberto Peci forse può essere salvato

• In via dei Prefetti, a Roma, si trova un nuovo volantino dei brigatisti firmato dal Fronte delle carceri, lo stesso che organizzò il sequestro di Peci. Si chiede al movimento rivoluzionario e al proletariato metropolitano di «esprimersi sull’opportunità di sospendere la sentenza» e di «applicare quell’umanità che da sempre caratterizza la giustizia proletaria». Le confessioni «di Roberto Peci sui due arresti del pidocchio Patrizio e sugli assassinii su commissione di via Fracchia hanno causato lacerazioni profonde nelle diverse fazioni della borghesia imperialista». Si giudicano raggiunti gli obiettivi della «campagna Peci». Quindi la sentenza, «se i rivoluzionari sono d’accordo», può essere sospesa. Ugo Intini chiama la famiglia Peci e legge il volantino al telefono. Ida Peci: «Altro che “proletari” e “proletariato”, qui a fine mese quando arriverà la bolletta del telefono non so nemmeno se lo stipendio di mio padre basterà a pagarla, con tutte le chiamate che abbiamo fatto da una parte all’altra d’Italia per cercare di salvare Roberto». [a Ezio Mauro, La Stampa 25/7/1981]

• All’alba, a Napoli, dopo 89 giorni di sequestro, le Br liberano Ciro Cirillo. È avvolto in un telone blu a strisce bianche, in via Statera, a pochi metri da Poggioreale, tra case diroccate.

Niente da fare: Peci va giustiziato

• A Napoli e Roma viene ritrovato un nuovo documento dal Fronte delle carceri: «Morte per il traditore Roberto Peci», scrivono. «Tutta la campagna Peci non è il punto di arrivo della offensiva proletaria, ma il punto di partenza dell’attacco che le forze rivoluzionarie scateneranno d’ora in poi nei confronti del nemico»; aggiungono che procederanno in tempi stretti «all’esecuzione della sentenza di condanna»; allegano una foto dell’ostaggio ammanettato e due sue lettere a Craxi e al presidente della Rai, Zavoli. Peci prega che la cassetta con l’interrogatorio cui è stato sottoposto venga trasmessa e scrive: «Concludo appellandomi a lei: sono sicuro che non mi deluderà e terrà conto dell’estrema urgenza comportata dalla mia situazione». Antonietta Peci: «Mi pare che sia una richiesta assurda, ma per la vita di Roberto farò tutto ciò che è in mio potere perché quella trasmissione ci sia. Ma i brigatisti che tengono prigioniero mio marito devono capire che anche noi siamo soli, non abbiamo nessun aiuto. Quel che potevamo fare, lo abbiamo fatto». [a Ezio Mauro, La Stampa 26/7/1981] Anche secondo l’Avanti!, che ha pubblicato i verbali dell’interrogatorio, la richiesta dei brigatisti è impossibile: «È noto che la magistratura ha provveduto a incriminare Radio Radicale per aver diffuso una videocassetta su Ciro Cirillo proveniente dalle Br e che la registrazione riguardante Roberto Peci è stata sequestrata dalla polizia. Ciò significa che la condizione è inattuabile». In serata i Peci ricevono una telefonata (voce maschile, linguaggio da persona colta): «Parlo a nome del comitato proletario di Roma. La situazione è grave, dovete far pubblicare i verbali e diffondere il videotape. Il problema non è umanitario, ma politico».

• Dopo il rilascio di Cirillo arrestati a Napoli 20 presunti terroristi, la magistratura ha emesso 56 ordini di cattura che coinvolgono soprattutto i postini delle Br. I giornali scrivono che per la liberazione di Cirillo è stato pagato un riscatto di un miliardo e 450 milioni di lire in banconote da 5mila e 10mila. Tra gli arrestati l’appuntato della guardia di finanza Giovanni Campanella, lo studente universitario Umberto Maddalena, figlio di un alto magistrato, e Gilda Pianale, sorella di Maria Pia capo storico dei Nuclei Armati proletari.

A nessuno interessa la sorte di Peci?

• Antonietta e Ida Peci convocano i giornalisti in casa per una conferenza stampa: «Mio marito non ha santi protettori, soltanto per questo deve pagare? Radio Radicale sta trasmettendo i verbali dell’interrogatorio, poi lunedì li trasmetterà Radio Popolare. I radicali si stanno muovendo per contattare i comitati di lotta nelle carceri. Chiediamo alla stampa di pubblicare ancora questi verbali, di prendere chiaramente posizione sui due arresti di Patrizio, sull’operato di Dalla Chiesa. Boato, Pinto e De Cataldo sono disponibili a fare da tramite. Prego Craxi che ci risponda; e Zavoli, se non vuole trasmettere la cassetta registrata potrebbe parlarne. Questa vicende pone a tutti un caso di coscienza, per gli altri è stato fatto molto. Per D’Urso la stampa e la magistratura si sono strappati i capelli. Si diano da fare anche adesso. Guardiamo Cirillo, anche se non mi interessa sapere se è stato pagato un riscatto, però la Democrazia cristiana si è mossa. E si è mossa l’Alfa Romeo per Sandrucci. Per noi non c’è nessuno. Pochi ci hanno dato una mano».

I parenti di Peci incontrano Craxi

• Tutti sulla linea della fermezza: Spadolini, Pertini, la Dc, i repubblicani, i socialdemocratici, i liberali. Il Pci critica l’atteggiamento del Psi. La Rai conferma che non trasmetterà la cassetta, Zavoli è «turbato» per i pressanti appelli mossi da ragioni umanitarie, ma «né materialmente, né legalmente, né istituzionalmente la Rai potrebbe prendere iniziative volte a superare oggettivi vincoli». Antonietta e Ida Peci partono all’alba da San Benedetto del Tronto per incontrare Craxi a Roma. Parlano per un’ora, poi il Psi dirama un comunicato di 27 righe: i familiari di Peci «sollecitano il massimo di solidarietà possibile e iniziative che, nell’ambito della legalità, possano favorirne la salvezza», si esprime l’augurio che «gli organi di informazione vorranno dare ampiamente conto di tutte le decisioni che sono già state prese e che dovranno essere prese» con la speranza che «ogni notizia sul caso sia diffusa nel modo più esauriente». Il radicale Boato nel carcere di Fossombrone incontra una dozzina di brigatisti del Fronte delle carceri: «Finora ritengo di poterne trarre i segnali positivi. Hanno accettato di parlare con me, non hanno fatto dichiarazioni di chiusura totale, hanno usato l’espressione “canali della comunicazione sociale” come aveva fatto il comitato unitario del carcere di Palmi dove si trova Renato Curcio in rapporto al caso D’Urso finito felicemente».

Spadolini non parlerà con i Peci

Antonietta e Ida Peci sono ancora a Roma, nella speranza di incontrare Spadolini. Questi, tramite il capo di gabinetto Manzella, però fa sapere che non le riceverà. Ida Peci: «Il governo persegue la linea della fermezza e non intende cedere al ricatto delle Br. Quando abbiamo fatto presente che l’onorevole Craxi ci ha ricevuto ci è stato risposto che Spadolini non è un segretario di partito ma il presidente del Consiglio». Due telefonate false annunciano la morte di Roberto Peci.

Le Br annunciano l’esecuzione di Peci

• Antonietta e Ida Peci a Roma, nella redazione di Mondoperaio, parlano ai giornalisti: «Siamo venute a Roma da San Benedetto, dove ci trovavamo abbandonate da qualsiasi assistenza delle pubbliche autorità, perché fra tutti i sequestrati Roberto è la persona più debole». I deputati radicali Boato e Pinto riportano quanto saputo dai brigatisti detenuti a Rebibbia: «Non ci è stato possibile prendere contatto con loro anche a causa del particolare regime di massima sicurezza». Indirettamente, è emerso che la posizione dei carcerati a proposito del sequestro Peci è la seguente: «Non gli interessa niente della mediazione dei radicali». Mentre le due donne stanno ritornando a San Benedetto del Tronto, a Roma e Napoli viene trovato il comunicato numero 7: «Eseguiamo la sentenza di condanna a morte emessa nei confronti di Roberto Peci perché è un traditore e i traditori vanno annientati. Oggi Roberto Peci paga tutte le sue colpe e rende conto al proletariato dell’assassinio di Antonio, di Cecilia, di Pasquale e di Roberto, comunisti caduti in via Fracchia». Nel documento si annunciano azioni nei confronti di «giornalisti Fiat, craxiani e berlingueriani»; la busta contiene anche una foto dell’ostaggio. In serata le redazioni ricevono uno scritto di Patrizio Peci dal carcere, che smentisce la teoria del doppio arresto, rifiuta l’etichetta di infiltrato dei carabinieri, rivendica la spontaneità della sua scelta di pentimento e dice al fratello di non temere la verità: «Pare ormai certo che non ti serviranno per la tua salvezza le enormi responsabilità che non ti competono e che hai voluto assumerti». All’Ansa di Firenze giunge una lettera firmata dai terroristi rinchiusi nel supercarcere di Palmi (dov’è Renato Curcio): «Il più alto atto di umanità verso i traditori in genere significa annientamento».

Antonietta Girolami e Ida Peci parlano alla stampa

L’ultima speranza di salvare Peci

• La famiglia Peci si appella al brigatista Rocco Micaletto, arrestato a febbraio del 1980 insieme a Patrizio Peci. Chiedono che dica la verità su quel giorno, sulle circostanze in cui furono presi. Per smuoverlo gli ricordano che a poche ore dall’arresto era stato proprio Roberto Peci a procurargli degli abiti: saputo dal fratello che Micaletto era in cella senza possibilità di cambiarsi, gli aveva spedito un pacco di vestiti. Micaletto, per ringraziarlo, gli aveva pure mandato una cartolina.

Febbraio 1980: Arresto di Patrizio Peci (a sinistra) e di Rocco Micaletto (a destra)

Una lettera per Roberto Peci

• Ida Peci scrive una drammatica lettera per smentire le affermazioni del fratello Roberto: «Interrogato dalle Brigate rosse, ha dichiarato che io, assieme a lui, ho venduto Patrizio ai carabinieri e l’ho convinto a disertare. Per quanto mi riguarda queste affermazioni non sono vere. Caro Roberto, quanto tu hai dichiarato può essere comprensibile nelle tue condizioni: forse l’hai fatto per salvarti la vita oppure perché ti hanno costretto. Tu sostieni che Patrizio durante la sua clandestinità mi ha telefonato più volte a casa. Ma tu sai bene che non è vero, che non può essere vero. In quel periodo io ancora non avevo il telefono. Nei “verbali” racconti di un appuntamento di Patrizio alla stazione di Torino, dici che io e te avevamo fissato l’incontro davanti al parcheggio dei taxi, ma sai che anche questo non è vero. Sai che con Patrizio non abbiamo mai avuto rapporti durante la sua clandestinità. Solo una volta Patrizio ha telefonato a casa dei nostri genitori, nella primavera del ’79 ed io quel giorno non ero presente. Per quanto riguarda la nostra andata alla caserma dei carabinieri di San Benedetto dici che noi due abbiamo incontrato il maresciallo Ceneri prima dell’arresto di Patrizio per trattare la sua resa. Invece sai bene che dal maresciallo Ceneri io e te siamo andati per la prima volta la mattina di giovedì 21 febbraio due giorni dopo l’arresto di Patrizio, quando nostro padre aveva sentito la notizia alla radio. Dal maresciallo eravamo andati per avere conferma dell’arresto. Caro Robero tu sai bene che questa è la verità: io lo giuro sul bene che ti voglio. Quindi questa condanna oltre che ingiusta ci fa capire che le Brigate rosse ti vogliono e ci vogliono colpire in quanto familiari di Patrizio Peci. Non per altri motivi e giustificazioni».

Undici spari: Roberto Peci è morto

Torricola, via di Casal Rotondo, poco distante dalla via Appia Nuova. C’è un casolare abbandonato e senza tetto, le pareti sudicie. Tutto intorno solo prati secchi e mucchi d’immondizia. Ci vanno le prostitute coi clienti e i drogati per bucarsi, talvolta le coppiette. È qui che le Brigate rosse uccidono Roberto Peci (Domenica del Corriere)• Alle 4 e 35 nel covo di via della Stazione di Tor Sapienza, i carcerieri svegliano Roberto Peci: ha la barba lunga, la camicia a scacchi, gli zoccoli e i pantaloni corti di jeans del giorno del sequestro. Lo avvolgono in coperte e lo imbavagliano, gli mettono tamponi di cotone sugli occhi tenuti da nastro adesivo, altri tamponi nelle orecchie. Gli dicono che lo trasferiscono in un’altra casa, lui chiede di portare con sé una foto della moglie ritagliata da un giornale. Salgono tutti sulla 127 rossa. Arrivano a Torricola, in via di Casal Rotondo, poco distante dalla via Appia Nuova. C’è un casolare abbandonato e senza tetto, le pareti sudicie. Tutto intorno solo prati secchi e mucchi d’immondizia. Ci vanno le prostitute coi clienti e i drogati per bucarsi, talvolta le coppiette. Trascinano l’ostaggio lì dentro: ha le mani bloccate da una catena chiusa a lucchetto. Lo mettono davanti al muro, accanto a un cartello con la scritta «Morte ai traditori».

Roberto Peci ha le mani bloccate da una catena chiusa a lucchetto. Lo mettono davanti al muro, accanto a un cartello con la scritta «Morte ai traditori». Gli scattano una foto così, mentre uno di loro incappucciato gli punta una pistola dotata di silenziatore. Sono in due a sparare: 11 proiettili a bruciapelo (una calibro 34 e la Beretta 7,65) lo colpiscono al petto, alla tempia, alla bocca, agli zigomi

Gli scattano una foto così, mentre uno di loro incappucciato gli punta una pistola dotata di silenziatore. Sono in due a sparare: 11 proiettili a bruciapelo (una calibro 34 e la Beretta 7,65) lo colpiscono al petto, alla tempia, alla bocca, agli zigomi. Circa un’ora dopo due telefonate dal Fronte delle carceri alle redazioni romane di Paese Sera e del Messaggero annunciano la morte di Roberto Peci e il luogo per il ritrovamento del corpo.

Il drappo rosso che avvolge il corpo di Roberto Peci

Roberto Peci è mezzo avvolto da un drappo rosso coperto di slogan, accanto a lui copie del comunicato numero 7 e di una «risoluzione strategica numero 16». In tasca ha il ritaglio del giornale con la foto della moglie. Il volto completamente sfigurato, le mani incrociate sul petto ancora legate dalla catena. Nel vederlo, il procuratore della Repubblica di Roma, Macchia, ha un malore.

Macchia, il procuratore della Repubblica di Roma, ha un malore nel vedere il corpo sfigurato di Roberto Peci (Domenica del Corriere)

• «Non sono ancora le 7 e Antonio Peci, padre di Roberto, si prepara ad andare al lavoro. Ha bevuto il caffè che si è preparato da solo perché la moglie, Amelia, non riesce più ad alzarsi dal letto. Sente squillare il telefono. “Pronto?”, “È l’Ansa: hanno trovato Roberto…”, “Come?”, “Purtoppo morto…”, “Dove?”, “A Roma”, “Grazie”. Riattacca. Mormora: “Bastardi, me l’hanno assassinato”. Piange». [Il Resto del Carlino 4/8/1981]

  Fonti: Guidelli 2005; Patrizio Peci 2008; Luigi Maria Perotti 2008; Marco Marozzi, Rep. 12-13-14/6/1981; Giovanni Cerruti, Rep. 13/6/1981; Luca Villoresi, Rep. 20/6/1981; Ezio Mauro, Sta. luglio-agosto 1981; Sta. 20/6/1981; Giuseppe Zaccaria, Sta. luglio-agosto 1981; Remo Lugli, Sta. 29/7/1981; Antonio Ferrari, Cds 7/7/1981; Paolo Graldi, CdS luglio-agosto 1981; Vittorio Monti, Cds luglio-agosto 1981; Cds 4-5/8/1981.