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 2017  ottobre 23 Lunedì calendario

Menelik e il Trattato di Uccialli

• Rottura delle trattative con Menelik. Salimbeni ha tentato di fargli accettare la versione italiana dell’articolo 17 del trattato di Uccialli (vedi 7 ottobre 1889), sentendosi rispondere molto duramente: Menelik pensa di essere stato truffato dagli italiani. Il ritorno in Etiopia del conte Antonelli (dicembre 1890-febbraio 1891) non ha risolto il contenzioso «reso difficile dalla tenacia e dalla tortuosità del sovrano etiopico». Con la rottura di oggi, sfuma la possibilità di un protettorato italiano in Etiopia.

Filionardi occupa El Ataléh in Somalia

• Vincenzo Filonardi, console di Zanzibàr, occupa il villaggio di El Ataléh e gli dà nome di Itala. Vi insedia un capitano arabo e una piccola guarnigione. È una reazione all’attacco avvenuto l’anno scorso.

Protocollo italo-somalo/1

• Primo protocollo d’intesa per la Somalia. (vedi 15 aprile 1891)

Protocollo italo-somalo/2

• Secondo protocollo d’intesa per la Somalia. L’Italia ha ora a disposizione le cinque stazioni di Kismaio, Brava, Merka, Mogadiscio e Uarsei e territori limitrofi. È cominciata la penetrazione nel paese.

Terzo rinnovo per la Triplice alleanza

• Si rinnova per la terza volta la Triplice alleanza (vedi 20 maggio 1882 e 20 febbraio 1887). Sono accolti i patti collaterali sottoscritti il 20 febbraio 1887. E inoltre: le tre potenze mirano al mantenimento dello statu quo in Oriente, si impegnano a scambiarsi tutte le informazioni possibili relative a quel teatro e convengono che, in caso di occupazioni forzate nei Balcani, sulle coste ottomane o nelle isole del Mar Egeo, s’accorderanno preventivamente. È inteso fin da ora che queste occupazioni saranno fondate sul compenso reciproco, per qualunque vantaggio territoriale o d’altra natura che fosse ottenuto rispetto allo statu quo attuale. La Germania è impegnata «ad appoggiare l’Italia in qualunque azione, sotto forma di occupazione o di altra assicurazione di garanzia» nel caso per l’Italia diventasse impossibile mantenere lo statu quo in Tripolitania e Cirenaica. In nessun caso queste intese riguardano l’Inghilterra e la sua posizione in Egitto. L’articolo 10 precisa ancora: «Se accadesse che la Francia tentasse di estendere la sua occupazione o il suo protettorato o la sua sovranità, sotto una forma qualunque, sui territori nord-africani, e che in conseguenza di questo fatto l’Italia credesse di dovere, per salvaguardare la sua posizione nel Mediterraneo, intraprendere essa medesima un’azione sui detti territori nord-africani, oppure ricorrere, sul territorio francese in Europa, a misure estreme, lo stato di guerra che ne seguirebbe fra l’Italia e la Francia costituirebbe ipso facto, a domanda dell’Italia e a comune carico della Germania e dell’Italia, il casus foederis previsto dagli articoli 2 e 5 del presente trattato come se una simile eventualità vi fosse espressamente considerata». E l’articolo 11: «Se le sorti di ogni guerra intrapresa in comune contro la Francia dalle due Potenze conducessero l’Italia a ricercare delle garanzie territoriali nei riguardi della Francia, così per la sicurezza delle frontiere del Regno (d’Italia) e della sua posizione marittima come per la stabilità della pace, la Germania non vi porrà alcun ostacolo, e, occorrendo, in una misura compatibile con le circostanze, si adopererà a facilitare i mezzi per raggiungere un tale scopo».

Il contratto d’amicizia con Mangascià

• «Per creare imbarazzi a Menelik e interporre tra lui e la colonia uno stato indipendente sotto lo scettro di ras Mangascià, si tiene un solenne convegno tra il generale Gandolfi e ras Mangascià, presenti molti capi, tra cui ras Alula. Le due parti stipulano un patto d’amicizia e di pace e prendono accordi per un’azione comune contro i dervisci. Mangascià riconosce all’Italia il confine Mareb-Belesa-Muna». [cronologia.leonardo.it]

Ras Mangascià del Tigré

L’affitto somalo

• Convenzione con Zanzibar. L’Italia prende in affitto l’Uaracék, Mogadìscio, Mérca, Bràva e territori circostanti per 25 anni al prezzo di 120.000 rupie. L’affitto delle quattro stazioni costiere passa in subconcessione alla Società Filonardi. Dai punti della costa, fiorente nel commercio degli schiavi, partono, come già succede in Eritrea, spedizioni scientifiche e geografiche che vanno a esplorare l’interno, seguendo i letti dei fiumi.

Falliscono gli accordi con Menelik

• Menelik denuncia alle potenze europee il trattato di Uccialli (vedi 2 maggio 1889). In questi anni «il governo italiano ha cercato da un lato di ristabilire buoni rapporti con Menelik per mezzo del Traversi e dall’altro di attirare nella propria orbita ras Mangascià (signore del Tigri, vedi 23 febbraio 1890 e 6 dicembre 1891), a sua volta oscillante tra il desiderio di farsi amici gli italiani per scuotere il predominio scioano e il timore che questi lo abbandonassero per accordarsi con Menelik». I tentativi di accordo con Menelik oggi sono falliti miseramente. [Candeloro6]
 
• «L’Etiopia comincia ad acquistare armi da fuoco e munizioni, sfruttando anche il prestito di 4 milioni di lire ricevuto dall’Italia dopo la firma del trattato di Uccialli (vedi 7 ottobre 1889). I principali fornitori di armi per l’esercito del negus sono la Russia (l’unico governo europeo a parteggiare esplicitamente per l’Etiopia) e la Francia (ancora in pessimi rapporti con l’Italia per via della questione dello “schiaffo di Tunisi”), ma anche l’Italia stessa, che ha venduto al negus diverse migliaia di moderni fucili Vetterli-Vitali modello 91 e quattro milioni di cartucce, di vitale importanza per l’esercito etiope che non disponeva di fabbriche di polvere da sparo». [wikipedia]

Ras Mangascià del Tigré

Duilio, governatore della Somalia

• Da oggi Vincenzo Filonardi non è più governatore della Somalia. Sarà sostituito da Emilio Duilio.

Gli accordi commerciali del Benadir

• Il governo concede a Vincenzo Filonardi l’esercizio provvisorio dei porti e mercati interni del Benadir (Somalia meridionale). Nello stesso tempo gli annuncia che decadrà dalla carica di governatore.

• I commerci in Benadir si praticano con le rupie indiane. Quest’anno è stata anche stampata una banconota da 5 rupie color oliva, con una stella a cinque punte nel mezzo. Dritto in italiano, rovescio in arabo.


Il doppio gioco di ras Mangascià

• Ras Mangascià si è nuovamente sottomesso a Menelik, ma, in segreto, continua a intendersela con gli italiani.

Il ras Mangascià vuole armi e munizioni

• Il generale Baratieri, governatore dell’Eritrea, è in questi giorni a Roma, con le richieste di ras Mangascià. Il ras vuole soprattutto armi e munizioni.

La banca germanica/1

• Il corrispondente da Genova della Frankfurter Allgemeine scrive al suo giornale che «una nuova banca con capitale e direzione tedeschi farebbe in Italia buoni affari» (vedi 1 novembre 1893). [Moneta, credito e banche in Europa a cura di Giuseppe Felloni, Università degli studi di Genova 1999-2000]

La banca germanica/2

• La Nuova Antologia riferisce alcune voci secondo cui «l’alta banca germanica vagheggia contrarre con l’Italia una nuova e vasta operazione di credito; e, volendo abusare delle sue difficoltà, concorre adesso ad abbassarne il credito per costringerla a patti onerosi o, in termini poveri, per serrarle il laccio alla gola» (vedi 14 ottobre 1893). [Moneta, credito e banche in Europa a cura di Giuseppe Felloni, Università degli studi di Genova 1999-2000]

Trattative del Tigré

• Lettera amichevole di Umberto II a ras Mangascià. Si riaprono le trattative col signore del Tigré (Abissinia).

La battaglia di Agordat

• Il colonnello Giuseppe Arimondi sorprende ad Agordat, in Abissinia, una colonna di 10 mila dervisci, in marcia da Kassala verso Massaua lungo la via di Keren. I dervisci, affamati e bloccati a nord dagli anglo-egiziani, cercavano di raggiungere il mare. Arimondi, con duemila uomini, quasi tutti ascari e irregolari, li batte e li costringe a ritirarsi a Kassala (Sudan). Sul terreno gli africani lasciano un migliaio di morti. [Candeloro6]

• La battaglia è durata tre ore. «In tre ore gli italiani hanno sparato 80.000 colpi di fucile e 210 dalle batterie del forte. I dervisci lasciano sul campo l’emiro Ahmed Alí, un migliaio di caduti, un migliaio tra feriti, dispersi e prigionieri, 73 bandiere, 700 fucili, una mitraglia, numerose cotte di maglia, la tenda rossa catturata a suo tempo al negus Giovanni, una tromba di ottone fabbricata a Milano e due cammelli carichi di catene (prevedevano di sconfiggere e catturare il presidio del forte). Alcuni prigionieri dervisci confessano che lo schieramento in linea assunto dagli italiani li ha sorpresi, essendo abituati ad affrontare il quadrato inglese e a concentrare l’attacco in un unico punto. Gli italiani hanno 3 ufficiali caduti e due feriti, un soldato italiano caduto e un ferito, 104 indigeni caduti e 121 feriti. Arimondi riceve la promozione a generale, Galliano a maggiore ed una medaglia d’oro, inoltre sono date altre 12 nomine a cavalierati, 39 medaglie d’argento e 42 di bronzo. Lo scontro è chiamato “Secondo combattimento di Agordat” ed il nome “Agordat” è dato ad un incrociatore-torpediniere». [www.soldatinionline.it]

Le truppe vittoriose di Agordat

Il dazio sul cotone

• Entra in vigore un dazio sull’importazione del cotone greggio, varato dal ministro Boselli per inevitabili esigenze di bilancio. «È bene però ricordare che Boselli è – in Parlamento e nei governi – uno dei più convinti e autorevoli portavoce degli interessi degli armatori e dei siderurgici (anche perché è deputato a Savona, dove la Terni possiede dal 1991 uno stabilimento siderurgico). I cotonieri hanno mandato a Roma Silvio Benigno Crespi per protestare, ma inutilmente. Questo accresce potentemente il loro risentimento anticrispino. D’altro canto, l’opposizione dei cotonieri non è fatta di pasta così dura. Alcuni imprenditori milanesi hanno ipotizzato la costituzione di una compagnia commerciale del Benadir per la coltivazione del cotone in Somalia. Iniziativa sostenuta dallo stesso Silvio Crespi, insieme a Ernesto De Angeli, Giorgio Mylius, Giovanni Battista Pirelli, Edoardo Amman e dal sindaco di Milano, Giuseppe Vigoni. L’idea è di ottenere un concreto appoggio proprio dal governo Crispi». (Vedi anche 25 giugno 1896 e 1 maggio 1898). [Alberto Mario Banti, Storia della borghesia italiana: l’età liberale Donzelli 1996]

Boselli: «L’Italia non è tanto povera»

• Intervista del ministro Boselli al giornale La Borsa, relativamente alle mire del capitale tedesco sulla finanza italiana: «L’Italia non è tanto povera; il capitale straniero vi venga pure e lavori; ma non si pensi di volere in pegno le dogane, ovvero i monopoli del tabacco e del petrolio. Queste son cose buone per l’Egitto, l’Italia pareggerà da sé il proprio bilancio» (vedi il 1° novembre 1893). [Moneta, credito e banche in Europa a cura di Giuseppe Felloni, Università degli studi di Genova 1999-2000]

La Società Imperiale d’Etiopia

• «Costituita una società col nome di “Società Imperiale d’Etiopia” con il compito di costruire la ferrovia da Gibuti ad Harrar, da Harrar a Entotto e da Entotto alla regione del Caffa e quindi al Nilo bianco. La concessione, con una durata di 99 anni, contempla anche il trasporto gratuito delle truppe e del materiale bellico in caso di guerra. Il ministero delle Colonie francese autorizzò una nuova società, la “Compagnie Imperiale du Chemin de Fer Ethiopien”, a costruire la ferrovia sul territorio francese della colonia di Gibuti. In coincidenza con l’inizio dei lavori sorse la città di Gibuti (…) La ferrovia era al centro delle controversie delle nazioni europee, dato che era vista come un tentativo di penetrazione politica in Etiopia. La controversia fu risolta con un accordo tripartito che accordava alla Francia il diritto di proseguire fino ad Addis Abeba, alla Gran Bretagna di costruire il tratto da Addis Abeba al Nilo Bianco, ed all’Italia di costruire una ferrovia che collegasse l’Eritrea alla Somalia attraversando il territorio etiopico». [wikipedia]

Addis Abeba, una capitale per Menelik

• Ras Mangascià arriva ad Addis Abeba (Etiopia), nuova capitale di Menelik, e gli si sottomette.

Da Agordat a Kassala

• In Abissinia, il generale Baratieri esce da Agordat (Eritrea) alla volta di Kassala (Sudan), dove intende sgominare i dervisci. Il fiume Atbara è in piena, e i dervisci non potranno ricevere rinforzi da Kartum. Baratieri ha con sé: 56 ufficiali, 31 italiani di truppa, 16 jubasci, 2.510 ascari, 146 cavalli, 248 muli e 18 cammelli. Marcia velocemente e senza che i dervisci si accorgano di niente.

Baratieri a Dunquat

• Baratieri è a Dunquat. (In Abissinia, il generale Baratieri è partito da Agordat il 12 luglio per Kassala, dove intende sgominare i dervisci).

Baratieri a Arasciait

• Baratieri è a Arasciait (In Abissinia, Il generale Baratieri è partito da Agordat il 12 luglio per Kassala, dove intende sgominare i dervisci).

Baratieri a Uacca

• Baratieri è a Uacca. (In Abissinia, Il generale Baratieri è partito da Agordat il 12 luglio per Kassala, dove intende sgominare i dervisci).

Baratieri a Sabderat

• Baratieri è a Sabderat. I dervisci a Kassala hanno duemila uomini, 600 cavalli e 400 fucili. (In Abissinia, Il generale Baratieri è partito da Agordat il 12 luglio per Kassala, dove intende sgominare i dervisci).

La battaglia di Kassala

• Sudan. Alle sei del mattino famiglie dervisce che hanno avvistato gli italiani fuggono dalla città. Alle otto del mattino Kassala è occupata. 2.600 morti. Bottino italiano: 600 fucili, 700 lance, 100 sciabole, 50 pistole, 52 bandiere, 10 negarit (grossi tamburi da guerra), 5 tamburi, 10 maglie di ferro, 12 cavalli, 35 asini, 12 cammelli, 2 cannoni da montagna e numerosi armenti. I vincitori ricevono 7 nomine a cavalierati, una medaglia d’oro (Carchidio), 13 d’argento, 39 di bronzo, 29 encomi ed il capitano Tommaso Salsa è promosso maggiore. [www.soldatinionline.it]


Le truppe di Baratieri ad Agordat

• Rientro delle truppe italiane ad Agordat, in Abissinia. A Kassala (Sudan) viene lasciato il maggiore Turitto con il Io battaglione, una compagnia del IVo, le bande e una sezione di artiglieria da montagna. Si inizia la costruzione del Forte Baratieri. [www.soldatinionline.it]

• «L’impresa è molto esaltata dalla stampa governativa, ma porta ad un’eccessiva estensione dell’occupazione italiana rispetto alle forze disponibili in Eritrea. La via d’accesso a Kassala, infatti, continua ad essere minacciata dalle incursioni dei dervisci, mentre si fa poco sicuro il confine verso il Tigré».

Baratieri e il suo stato maggiore

La rivolta di Batha Agos

• Batha Agos, capo dell’Okulé Kusai (al confine col Tigré, Etiopia), che è stato finora con gli italiani, dà retta a ras Mangascià e si ribella. Gli italiani intervengono, domano la rivolta, e lo uccidono.

L’uccisione del ribelle Batha Agos

Il ritiro di ras Mangascià

• In Abissinia, ras Mangascià, che è entrato in territorio italiano, è battuto da Baratieri a Coatit e costretto a ritirarsi. Baratieri gli chiede di sciogliere l’esercito e Mangascià, che pure sarebbe disponibile a trattare, a questo si rifiuta.

Accordo italo-inglese

• Italia e Inghilterra firmano un accordo in base al quale ciascuno riconosce le proprie zone di competenza in Africa.

L’invasione del Tigré

• Baratieri ha cominciato l’invasione del Tigré in Abissinia.

Il Tesoro preoccupato per la spesa

• Crispi a Barateri: «Ogni ulteriore espansione in Africa trova opposizione nell’Alta Italia, anche tra gli amici del Ministero. Il mio collega del Tesoro se ne preoccupa per la incertezza della spesa a cui andremo incontro. L’impresa potrebbe essere tollerata solamente se la Colonia concorresse anch’essa con tributi locali. Ad ogni modo S.E. Sonnino non permette che il bilancio dell’Eritrea ecceda i nove milioni. Non vorremmo che la questione suscitasse imbarazzi nella nuova Camera, la cui opera instauratrice non dovrebbe essere turbata. Rimane inteso che Adigrat debba essere il limite delle nostre occupazioni».

Baratieri e l’occupazione in Abissinia

• Baratieri ha finora occupato Aksum, Adigrat, Makallé.

Il Trattato italo-tunisino

• La Francia denuncia in anticipo il trattato italo-tunisino del 1868 (vedi 8 settembre 1868) che garantiva agli italiani residenti in Tunisia e al commercio italiano in quel paese importanti privilegi.

Il Tigré all’Eritrea

• Il generale Baratieri, ritornato da un viaggio trionfale in Italia, proclama dal castello di Makallé l’annessione del Tigré alla Colonia Eritrea e fa atto di sovranità in Adua.

Abissinia. Arimondi ad Amba Alagi

• Il generale Giuseppe Arimondi occupa la montagna dell’Amba Alagi.

Sonnino non vuole altre spese

• Il generale Baratieri ha quasi completamente occupato il Tigré. Un suo presidio sta anche sul colle dell’Amba Alagi. «Per tenere stabilmente questa linea avanzata sarebbero stati necessari rinforzi di uomini e mezzi, che Crispi in quel momento non poteva concedere per l’opposizione di Sonnino e per timore di complicazioni in vista delle elezioni». [Candeloro6]

La questione internazionale

• Un telegramma avverte Baratieri che Menelik si è mosso in forze da Addis Abeba e si sta dirigendo verso il Tigré (Eritrea).

• «…egli ha deciso di intervenire direttamente per non lasciare solo Mangascià e gli altri capi tigrini a combattere gli italiani ed eventualmente a mettersi d’accordo con questi. Alla decisione di Menelik ha contribuito il fatto che egli, attraverso Gibuti, può avere rifornimenti di armi e munizioni dalla Francia e da altri paesi. Lo spingono a combattere contro gli italiani anche suggestioni della Francia e della Russia, ora alleate e desiderose di indebolire la Triplice (Germania, Austria-Ungheria, Italia). Una missione russa, guidata da Nicolaj Leontev, è venuta ad Addis Abeba nella primavera del ’95. Di essa facevano parte anche alcuni preti, interessati a un avvicinamento tra la Chiesa ortodossa russa e la Chiesa etiopica. C’è poi il progetto francese della ferrovia Gibuti-Addis Abeba (vedi 9 marzo 1894). Da parte francese si spinge Menelik a fare la guerra contro gli italiani anche nella speranza di una conquista dell’Harrar nel caso, giudicato non improbabile, di una sconfitta del negus». La Francia è in questo momento alleata con la Russia. [Candeloro6]

• Baratieri ordina ad Arimondi di spostare uomini dal Tigré all’Amba Alagi.

Arimondi si dimette

• In Abissinia, Arimondi si dimette da vicecomandante e chiede di essere rimpatriato. «Egli giudica troppo timida ed esitante la condotta delle operazioni, vorrebbe che la conquista del Tigré fosse accompagnata da un inseguimento di Mangascià nel cuore dell’Abissinia». [Candeloro6]

Il problema di Baratieri

• Crispi ha respinto le dimissioni di Arimondi, «che avrebbero fatto in Italia cattiva impressione, dato il prestigio di cui godeva il vincitore di Agordat. Rimangono quindi in Africa un comandante e un vicecomandante che non vanno d’accordo e diffidano uno dell’altro». [Candeloro6]

• «Baratieri diffida dei suoi sottoposti, che lo ricambiano con un’aperta ostilità. Le condizioni fisiche e psichiche del governatore sono pessime, ma i suoi collaboratori, anziché alleviarle, ne approfittano per emergere come gli unici possibili eroi della prossima battaglia. Albertone considera Baratieri un pusillanime, Dabormida anche. Arimondi lo disprezza apertamente e nutre rancore verso Albertone, al quale Baratieri ha consegnato la creatura di Arimondi, la brigata indigena. A tutti fa difetto la disciplina, tranne a Dabormida che ne ha una concezione ottusa: accetta gli ordini senza discutere, ma neppure permette vengano discussi i propri. Ellena è appena arrivato dall’Italia, con notizie poco incoraggianti per Baratieri sugli umori degli alti comandi. È impegnato a fare politica e a lamentarsi perché a lui, artigliere, è stato dato il comando di una brigata di fanteria». [Nicola Zotti, www.warfare.it]



III Battaglione Indigeni all’Amba Alagi

• Arimondi invia all’Amba Alagi (Abissinia) una compagnia del III Battaglione Indigeni, comandata dal capitano Persico.

IV Battaglione arriva all’Amba Alagi

• Arrivano all’Amba Alagi (Abissinia): il IV Battaglione indigeni (4 compagnie), una serie di bande irregolari eritree al comando di ras Sebath e Scech Thala, e una batteria di artiglieria con quattro cannoni. Comanda il maggiore Pietro Toselli. Gli uomini a disposizione sono a questo punto 2.350 tra italiani ed indigeni. [wikipedia]

La ricognizione del maggiore Toselli

• Dall’Amba Alagi il maggiore Toselli si spinge in ricognizione con un piccolo distaccamento verso il villaggio di Belagò, a nord di Mai Cèu.

L’esercito etiope conta 30 mila uomini

• Il maggiore Toselli, in ricognizione dall’Amba Alagi, avvista a sera i fuochi di un grosso accampamento. Si tratta dell’avanguardia del principale esercito etiope, forte di 30.000 uomini posti al comando del cugino del negus, ras Mekonnen Welde Mikaél. Toselli ripiega sul villaggio di Atzalà, più vicino all’Amba Alagi.

Gli italiani si preparano a combattere

• Il maggiore Toselli, in ricognizione dall’Amba Alagi (Abissinia), avverte con un messo il generale Arimondi che un esercito di 30 mila etiopi è accampato intorno al villaggio di Belagò. Arimondi informa il comandante in capo delle truppe italiane in Eritrea, generale Baratieri, che concentra quindi le truppe a Makallé.

Abissinia: scontri ad Atzalà

• Primo scontro ad Atzalà tra l’avanguardia dell’esercito etiope e il maggiore Pietro Toselli, che ha con sé 2.350 uomini, in gran parte ascari. Gli etiopi sono 30 mila e li comanda ras Mekonnen. Gli italiani ripiegano sul colle dell’Amba Alagi. Toselli manda un messo a chiedere rinforzi al generale Arimondi.

• «Le truppe italiane nella colonia ammontano a circa 36.000 uomini tra reparti nazionali e battaglioni di truppe locali (gli ascari), disperse però in numerose guarnigioni; nel Tigré il grosso delle truppe è dislocato ad Adigrat e Makallé». [wikipedia]

Arrivano i rinforzi

• Abissinia. Il maggior Toselli chiede istruzioni ad Arimondi, che gli ordina di mantenere la posizione: promette di arrivare con rinforzi all’Amba Alagi non più tardi del 6 dicembre.

• Lettera dalla colonia Eritrea del capitano Luigi Canovetti alla madre : «I nostri nemici sono armati di fucili francesi e sono provvisti di cartucce della medesima origine: è penoso, è grave. La nazione francese ne risponderà davanti a Dio e agli uomini». [cronologia.leonardo.it]

Toselli resiste in posizione

• Il generale Baratieri ordina ad Arimondi di non muoversi da Makallé («Non conviene allontanarsi da Makallé perché non essendo ancora avvenuto il concentramento, si avrebbe una divisione di forze e gravi difficoltà per l’approvvigionamento. Il Maggiore Toselli tenga contatto fin che può, poi ripieghi con la maggiore lentezza possibile»). Arimondi manda a Toselli questo nuovo ordine, ma – come ammetterà poi – in ritardo perché non aveva a disposizione un messo o «forse il messo fu catturato dal nemico». [Candeloro6] Non avendo ricevuto il nuovo ordine, Toselli non ripiega, mantiene la posizione e resta sull’Amba Alagi, come da istruzioni del 4 dicembre, nonostante la superiorità schiacciante del nemico.

La strage dell’Amba Alagi

• Battaglia dell’Amba Alagi. Comincia alle 6.30 del mattino con un attacco frontale degli etiopi, termina verso le due del pomeriggio con l’annientamento degli italiani, troppo pochi per resistere. «Quando anche la resistenza delle bande dell’ala destra cedette, la ritirata si trasformò in una fuga disordinata, e i reparti italiani furono annientati. Il maggiore Toselli, che procedeva in coda alla colonna in ritirata insieme ai capitani Canovetti, Persico e Angherà, venne ucciso dagli etiopi con i suoi ufficiali nei pressi della chiesa di Endà Medàni Alèm (o di Bet Mariàm). Il contingente di Toselli venne quasi completamente annientato, con la perdita di 19 ufficiali e 20 graduati e soldati italiani, e di circa 2.000 tra ascari ed irregolari. I pochi superstiti, guidati ora dai tenenti Pagella e Bodrero, raggiunsero alle 16.30 il villaggio di Adrerà, dove trovarono una colonna di 1.500 ascari italiani guidati dal generale Arimondi, partita la sera del 6 dicembre da Makallé per appoggiare il previsto ripiegamento di Toselli; raccolti i superstiti, la colonna, sotto attacco da parte degli etiopi, ripiegò in direzione di Makallé, ove giunse all’alba del giorno dopo». [wikipedia]

• «Giunti presso la chiesa di Bet Mariam il maggiore ordinò al sottoscritto di portarsi alla testa della colonna a cercare il generale Arimondi, pregarlo di prendere posizione a nord della stretta, riunire gli ascari ed impedire una ulteriore avanzata. Il maggiore Toselli era ancora vivo, ma stremato di forze fu udito ripetere da me: “Non ne posso più, ora mi volto e lascio che facciano”. E così fece» (testimonianza del tenente aiutante maggiore Bodrero Alessandro, sopravvissuto all’Amba Alagi). [www.terzaclasse.it]

• Per onorare i caduti di questa sanguinosa battaglia, gli ascari del IV Battaglione (Toselli) portano la fascia nera in segno di lutto.

• «Prese parte ai combattimenti dell’Agordat e di Kassala e alla battaglia dell’Amba Alagi, nella quale in modo particolare rifulse tutto il suo valore e il suo indomito coraggio. Al comando di una sezione di Artiglieria da montagna, destinata ad agire col Battaglione “Nero” dell’eroico e leggendario Maggiore Toselli, il Tenente Manfredini dopo aver sostenuto coi suoi pezzi il glorioso Battaglione Ascari mitragliando fino all’ultimo colpo le orde scioane che, dieci volte superiori alla forza, avevano circondato i nostri, visto cadere quasi tutti i suoi cannonieri, ordinò la distruzione dei pezzi buttandoli nel sottostante precipizio di 400 metri. Impugnando quindi il fucile, seguito da pochi superstiti, il Tenente Manfredini si gettò per primo contro la valanga degli scioani e cadde da eroe crivellato di colpi, alla luce radiosa della Bandiera Tricolore. Si era così avverato quanto disse agli amici prima di partire da Cremona per la colonia: “O vado avanti, o ci lascio la pelle”. Cremona che diede i natali a questo meraviglioso suo figlio volle che la sublime figura dell’eroico Ufficiale fosse eternata e tramandata ai posteri; chiese ed ottenne che questa caserma d’artiglieria portasse il nome di “Manfredini”. A noi artiglieri la consegna di tener sempre viva la luce di passione, di fede e di gloria che s’irradia da questo valorosissimo soldato. (Il comando del 3° artiglieria p.c. a perenne ricordo febbraio 1931- ix) .

• «Amba Alagi è il nome di un’alta montagna (amba) dell’Etiopia (3.438 metri). Si trova nella regione del Tigré, nell’Etiopia settentrionale, e più precisamente nell’area del Debubawi (sud). Dall’Amba Alagi si domina la strada che collega Mek’ele e Maychew». [wikipedia]


Il maggior Galliano resta a Makallé

• Abissinia. Arimondi ripiega a Edagà Amus, presso Adigrat, e lascia a Makallé il III battaglione Indigeni, una compagnia dell’VIII battaglione, una batteria da montagna, due plotoni del genio, alcuni carabinieri (20 ufficiali, 13 sottufficiali, 176 soldati italiani e 1.150 ascari) al comando del maggiore Giuseppe Galliano. Queste forze presidiano il forte Enda Jesus (non ancora terminato) e un piccolo ridotto, poco distante, su un’altura a nord-est. [www.cronologia.leonardo.it]

Per i ministri l’Amba Alagi non ha importanza

• Il ministro della Guerra, Stanislao Mocenni, riferendo alla Camera della strage dell’Amba Alagi, in Abissinia, sostiene che «il fatto non è grave perché nessuna parte del territorio da noi occupato è stata perduta e perché Makallé, Adigrat e Adua sono fortemente murate e difese». Il ministro degli Esteri Blanc: «Il fatto non ha nessuna importanza politica.

Imbriani: «L’impresa che non giova all’Italia»

• Alla Camera, forti attacchi al governo per la sconfitta dell’Amba Alagi (Abissinia). Imbriani (in sintesi): «La responsabilità di quanto avviene in Africa è del presidente del Consiglio, bisogna venir via da laggiù non trattandosi d’impresa che giova all’Italia». Cavallotti: «Oh, lo so che è bello bagnare del proprio sangue i campi materni della patria, sulle vie sacre del destino» eccetera, concludendo: «Il governo non può rappresentare e non rappresenta che un pericolo di nuovi disastri». Bovio: «Essendo terminato il periodo del dilettantismo africano, il Governo deve o abbandonare l’Africa o seguire una propria e grande politica coloniale. L’espansione dell’Eritrea è poca cosa. L’espansione deve essere nel mondo come nuovo pensiero, nuova civiltà e nuova missione». In generale, socialisti e radicali confermano la loro linea di netta ostilitàall’impresa africana. Crispi: «…il fatto dell’Amba Alagi è uno degli episodi inevitabili in tutte le guerre coloniali…. Il Governo non può essere accusato d’imprevidenza perché ha dato più di quanto il Baratieri ha chiesto…. Io mi prostro, e tutti ci prostriamo, dinanzi ai caduti dell’Amba Alagi…. Tutti ammiriamo il valore italiano e la splendida figura di quel Toselli che, disperando di poter vincere, volle morire... Non c’è nessuno né a Destra né a Sinistra, che non abbia questo sentimento: ed avendolo, è per vendicare i morti, e ristabilire quel prestigio che l’Italia deve sempre tenere alto, che noi prenderemo quei provvedimenti che crediamo necessari allo scopo; e la Camera farà giustizia.

Venti milioni alle spese d’Africa

• Il ministro del Tesoro, di concerto coi ministri della Guerra e della Marina, presentano un disegno di legge che assegna 20 milioni alle spese d’Africa. Parlano contro Imbriani, di Rudinì, Cavallotti, Bovio, Martini, Buttini. A favore Torrigiani, Di Nicolò, Afan de Rivera, Rubini, Canzi, Prinetti, Berlo, Barzilai, Franchetti, F. Spirito, Peroni, Vendemmi, Fortis, Valle e Chimirri. Crispi accetta e fa votare l’ordine del giorno Torrigiani, che passa. Approvato poi anche il disegno di legge (237 a 36).

Makonnen a Galliano: «Non farti fare la guerra»

• Ras Makonnen assedia Makallé (Abissinia) e ha scritto al maggiore Giuseppe Galliano, che conosce da tempo: «Come stai? Io sto bene grazie a Dio, i tuoi soldati stanno bene? A nome del mio Imperatore ti prego di lasciar libero questo terreno altrimenti mi costringi a fare la guerra. Sono molto dolente di dover spargere sangue cristiano. Ti prego perciò d’andartene coi tuoi soldati. Tuo amico Makonnen». Galliano ha mandato un tenente medico italiano nell’accampamento nemico per curare alcuni soldati abissini feriti all’Amba Alagi. Lettera di Galliano a Makonnen: «Noi che apparteniamo a nazioni civili dove regna lo spirito umanitario inviamo soccorsi al nemico per la cura dei feriti. Con questo sentimento nobile voglio ricordarti che il medico è l’emblema della pace e che non è un elemento combattente; questo per tua norma». Il tenente medico è tornato poi sano e salvo nel campo italiano. [www.dgine.it (alla voce convegni e conferenze)]

Ras Makonnen

Ras Makonnen attacca

• Attacco di Makonnen al presidio italiano di Edagà Amus (Abissinia). È respinto.

Approvato il D.d.l sull’Africa

• Il Senato approva il disegno di legge sull’Africa (87 a 5).

Ras Makonnen attacca chi va a far provviste

• In Abissinia, la centuria Giusti, uscita da Makallé per far provviste, è attaccata da Makonnen, con gravi perdite.

L’assedio di Makallé

• Menelik, giunto con un esercito di 100.000 uomini, attacca Makallé (Abissinia). È respinto. Comincia l’assedio.

L’assedio di Makallé/2

• Gli abissini occupano le sorgenti d’acqua.

L’assedio di Makallé/3

• Continuano, senza successo, gli attacchi di Menelik a Makallé.

L’assedio di Makallé/4

• Nella notte, a Makallé, gli italiani riconquistano le sorgenti d’acqua.

L’assedio di Makallé/5

• A Makallé, gli italiani sono costretti ad abbandonare di nuovo le sorgenti d’acqua. È in corso un attacco generale di Menelik, respinto però da Galliano con gravi perdite per il nemico.

L’assedio di Makallé/6

• A Makallé continuano, ma inutilmente, gli attacchi di Menelik.

L’assedio di Makallé/7

• A Makallé continuano, ma inutilmente, gli attacchi di Menelik. Galliano è promosso tenente colonnello per meriti di guerra.

L’assedio di Makallé/8

• Makonnen tenta un nuovo assalto, ma inutilmente. Il generale Baratieri, consapevole che gli italiani sono ormai senza acqua, ha offerto il forte Enda Jesus a Menelik chiedendo in cambio che i nostri soldati passano uscire indenni dall’assedio e riparare ad Adigrat.

Finisce l’assedio di Makallé

• Galliano e i suoi lasciano con l’onore delle armi Makallé e il forte Enda Jesus. L’assedio è costato 30 morti e 70 feriti.

L’assedio di Makallé/9

• Alla fine di un consiglio di guerra, Menelik accetta l’offerta di Baratieri (vedi 18 gennaio 1896).

Gli etiopi cercano le truppe di Galliano

• I centomila etiopi che sono al comando di Menelik marciano da Dolo ad Aibà, avendo in testa, come avanguardia, gli italiani di Galliano.

Rinforzi a Massaua

• Da Natale a oggi sono sbarcati a Massaua (Eritrea) undici battaglioni di fanteria, due di bersaglieri, uno di alpini e cinque batterie da montagna oltre numerosi quadrupedi. [cronologia.leonardo.it]

Menelik prende in ostaggio Galliano

• Menelik, lasciando che gli italiani rientrino nella loro zona, prende in ostaggio Galliano, otto ufficiali e un sottufficiale e dirige l’esercito verso Entisciò, minacciando l’aggiramento di Edaga Amus e l’invasione della colonia attraverso il Mareb o il Belesa indifesi.

Gli italiani si spostano verso Adua

• Per prevenire l’aggiramento (vedi 30 gennaio 1896), gli italiani spostano il loro fronte verso Adua, «con Adigrat punto d’appoggio per la manovra».

La tattica difensiva

• In Abissinia, la manovra italiana per prevenire l’aggiramento è compiuta. Le truppe italiane si schierano fra Mai Gebetà ed Entisciò.

4 febbraio 1896 Menelik restituisce gli ostaggi

• Abissinia. Menelik restituisce gli ostaggi (vedi 30 gennaio 1896). Per quattro giorni li ha esibiti a Hausien come trofei.

Gli italiani si spostano verso Adua

• Gli italiani sul fronte di Adua hanno occupato le alture di Tucuz. Albertone a destra, Dabormida al centro, Arimondi a sinistra. Un’avanguardia a Tzala, lasciata libera dagli etiopi che si sono ritirati verso la conca di Gandaptà.

• Incontro tra Menelik e il sottocapo di Stato Maggiore, maggiore Tommaso Salsa. Menelik chiede: ritorno degli italiani ai confini stabiliti con il trattato di Uccialli e stipula di un nuovo trattato. Salsa, «in base alle istruzioni ricevute da Roma», chiede la la riconferma dell’articolo 17 del trattato di Uccialli, il riconoscimento dei territori occupati fino alla linea Adua-Adigrat e l’occupazione temporanea di Makallè e l’Amba Alagi.

Nuovi sbarchi in Eritrea

• Rottura delle trattative tra Salsa e Menelik.

• Dal 20 gennaio a oggi sono sbarcati a Massaua sette battaglioni di fanteria, uno di bersaglieri, una batteria da montagna, due batterie a tiro rapido, una di mortai someggiabili di 9 cm. e due compagnie treno. [cronologia.leonardo.it]

• Saracco, minacciando le dimissioni, ottiene da Crispi di riunire il Parlamento entro 15 giorni per discutere della situazione in Africa. «Il presidente del consiglio cercava anche questa volta di procrastinare la riapertura della sessione». [Candeloro6]

Gli abissini ci attaccano

• Menelik avanza verso gli italiani, poi retrocede, poi si mette in marcia verso Adua. Ha con sé un esercito di centomila uomini. Passano dalla sua parte, lasciando gli italiani, ras Sebath e il degiac Agos Tafarl.

• Nella notte è attaccato dagli abissini e costretto a ritirarsi un distaccamento di 200 italiani e 150 indigeni mandati a occupare Mai Mergas e il colle di Seetà.

Menelik fa a pezzi gli italiani

• Gli etiopi fanno a pezzi i due distaccamenti mandati a rioccupare le posizioni non conquistate ieri. Tenente Cisterni, con 70 uomini, e tenente De Conciliis con 35.

Crispi e Sonnino la pensano diversamente

• Sbarca a Massaua (Eritrea) il colonnello Pittaluga «con un battaglione di fanteria, una batteria da montagna, una compagnia del genio, una di sussistenza ed un’ambulanza della Croce Rossa, all’inizio destinati ad Assab da dove avrebbero dovuto raggiungere l’Aussa e difendere quel sultanato dall’invasione scioana». [cronologia.leonardo.it]

• «Si manifesta nel governo un contrasto tra Crispi da una parte, Saracco e Sonnino dall’altra. Saracco e Sonnino sostengono che la guerra deve essere condotta con un dispendio limitato e un’impostazione difensiva. Crispi invece vuole chiudere la partita con un successo militare che rialzi il prestigio del suo governo». [Candeloro6]

Gli etiopi distruggono i nostri distaccamenti

• All’alba gli etiopi distruggono il distaccamento di 100 ascari, comandato dal tenente Cimino, e quello del tenente Negretti, con 70 italiani, mandati dal capitano Moccagatta a occupare il colle di Alequà.

Gli italiani si riprendono Seetà

• Gli italiani sono riusciti a rioccupare Seetà (Abissinia) col VII battaglione Indigeni comandato dal maggiore Valle e ad occupare Alequà con due compagnie agli ordini del capitano Oddone. Gli etiopi si sono ritirati a Debra Matzò dove hanno fatto insorgere la popolazione. A Mai Maret è arrivato il colonnello Stevano con unbattaglione di cacciatori, due di bersaglieri e una batteria. Il colonnello Di Boceard con tre battaglioni è stato trasferito da Adi Ugri a Adi Caié.

Baratieri è fuori gioco

• Il re firma il decreto con cui il generale Baratieri è sostituito dal generale Baldissera. Baratieri non ne è informato e non si vuole che ne sappia niente: il generale Lamberti, vicegovernatore dell’Eritrea, ha l’ordine di intercettare qualsiasi telegramma che informi Baratieri della destituzione. Il consiglio dei ministri stabilisce di inviare in Eritrea altri 5 battaglioni di fanteria, 4 di alpini, 2 di bersaglieri, 4 batterie e 1 compagnia del genio, agli ordini del generale Heusch.

• Baratieri decide di ripiegare con tutte le forze su Adi Caié (Abissinia).

• Gli etiopi si sono attestati nella conca di Adua, lasciando un corpo nel vallone di Mariam Sciavitù, occupando il passo Gasciorché sulla via del Mareb e inviando una colonna in esplorazione verso Gundet.

L’avamposto di Gulusit

• I dervisci attaccano con 4.000 fanti, mille cavalli e alcune centinaia di lance l’avamposto di Gulusit, piantagioni che si trovano due chilometri a nord di Kassala (Sudan). Qui, a difesa, non ci sono che cento ascari, costretti a ripiegare. Idem a Fita, località poco distante: i 35 uomini che la presidiano sono costretti a scappare. I dervisci occupano le piantagioni e costruiscono una trincea.

Baldissera si imbarca per l’Eritrea

• Il generale Antonio Baldissera, nuovo governatore dell’Eritrea, si imbarca in incognito su un piroscafo inglese che salpa da Brindisi.

La strategia di Baratieri

• Baratieri, in base agli ultimi movimenti degli etiopi, fa avanzare «la massima parte del corpo di operazione, per una dimostrazione offensiva verso Gundapta al di qua e al di là dello sperone di Adi-Cras e sullo sperone stesso. La colonna di destra (brigata Dabormida) muove dal colle di Zalà e per la conca di Guldam viene ad occidente del monte di Adi-Cras, presso il villaggio di Adi-Cras, dove si congiunge con la colonna di sinistra formata dalla brigata Indigeni; mentre la colonna centrale (generale Arimondi) presso il monte di Adi Cras costituisce la riserva. Le nostre truppe stanno in posizione fino a notte inoltrata; poi si ritirano nei loro accampamenti avendo visto molto lontano stormi di nemici». [Oreste Baratieri, Memorie d’Africa, Melita Editori 1988]

Crispi: «Codesta è una tisi militare non una guerra»

• In Eritrea, il colonnello Stevani, alla testa di due battaglioni bersaglieri, di due compagnie del XVIII battaglione d’Africa, del VII Indigeni e di una batteria, muove da Mai Maret verso Debra Matzò e sgomina il campo di ras Sebath. Baratieri comunica la vittoria a Crispi e lo avverte che ras Alula, ras Mangascià e ras Oliò si sono ritirati dal Mareb. Gli propone anche un ritiro in Eritrea per mettersi in difesa.

• Telegramma di Crispi in risposta a Baratieri: «Codesta è una tisi militare non una guerra; piccole scaramucce nelle quali ci troviamo sempre inferiori di numero dinanzi il nemico; sciupio di eroismo senza successo. Non ho consigli a dare perché non sono sul luogo, ma constato che la campagna è senza un preconcetto e vorrei fosse stabilito. Siamo pronti a qualunque sacrificio per salvare l’onore dell’esercito ed il prestigio della monarchia».

Menelik in difficoltà

• Menelik è da due giorni riunito in consiglio di guerra. «Comincia a trovarsi in difficoltà: il suo grande esercito difetta di viveri, un attacco contro gli italiani, ingrossati dai recenti rinforzi, appare pericoloso e ancor più pericolosa per il prestigio del negus sarebbe una ritirata. Si decide di tentare una grande manovra aggirante per penetrare nel cuore dell’Eritrea e prendere così alle spalle l’esercito italiano». [Candeloro6]

• Ha problemi di vettovagliamento anche Baratieri, ancora ignaro della destituzione. Riunisce quindi sotto la sua tenda i generali di brigata Arimondi, Dabormida, Albertone, Ellena e il capo di Stato Maggiore colonnello Valenzano e dopo avere esposto «le condizioni inquietanti del vettovagliamento» e avere accennato «ad una possibile ritirata», dice: «Non vi chiamo ad un consiglio di guerra perché la responsabilità della decisione sarà sempre mia: vi chiamo ad aprirmi l’animo vostro, come nelle ordinarie occasioni di manovre; e vi chiamo a darmi le consuete informazioni circa le condizioni delle truppe». I quattro generali contraddicono il governatore e si pronunciano per l’attacco. Baratieri: «“Il consiglio è animoso, il nemico è valoroso e disprezza la morte; com’è il morale dei nostri soldati?”. “Eccellente!”». Congedo: «Attendo ulteriori informazioni da informatori che devono arrivare dal campo nemico: dopo averle ricevute, prenderò una decisione». [Oreste Baratieri, Memorie d’Africa, Melita Editori 1988]

Baratieri avanza

• In Abissinia, Baratieri è avanzato per occupare i monti Semaiata-Raiò-Escisciò. A sera, dopo un ordine del giorno del loro comandante, le brigate Dabormida, Arimondi, Albertone partono dal campo di Sauria; la brigata Ellena si muove alle ore 23. La brigata Albertone, forte di 4.067 uomini e 14 pezzi, essendo composta di soldati indigeni, marcia più rapidamente delle altre e alle ore 3.30 giunge tra il Raiò e il Semaiata, su un colle che lo schizzo del comando indicava col nome di Chidane Meret. Qui si ferma per circa un’ora; poi, avendo il generale Albertone appreso dalle guide che il vero colle di Chidane Meret non è quello su cui si trovano, ma sorge sei o sette chilometri più avanti, verso Abba Garima, riprende la marcia e verso le ore 5.30 giunge al colle di Enda Chidane Meret, che invece non è quello indicato dall’ordine d’operazione». [cronologia.leonardo.it]

La battaglia di Adua

La battaglia di Adua

• «La battaglia consistette in una serie di urti successivi e non coordinati e si risolse in un disastro. La sera i resti si ritirarono verso il Mareb, mentre gli abissini si fermarono sulle posizioni raggiunte. Da parte italiana, su circa 16 mila uomini che avevano partecipato alla battaglia caddero più di 4.000 ufficiali e soldati bianchi (tra cui i generali Arimondi e Dabormida e il tenente colonnello Galliano) e circa 2.600 ascari. Circa 1.500 furono i feriti e 1.800 i prigionieri catturati dagli abissini. Questi ultimi, su circa 70.000 combattenti, ebbero probabilmente 9.000 morti ed altrettanti feriti». [Leggi tutta la cronologia della battaglia di Adua]

• A notte, un telegramma del generale Lamberti comunica al governo la notizia della disfatta.

La disfatta di Adua

• Crispi è a Napoli con il ministro Mocenni per informare il re della disfatta di Adua.

Baratieri va all’Asmara

• Il generale Baratieri parte da Adi Caiò per Saganeìti, diretto all’Asmara (Eritrea).

• Il generale Baldissera sbarca a Massaua e si accinge a governare l’Eritrea.

“Viva Menelik”

• In tutta Italia sono in corso da giorni manifestazioni di protesta contro la politica di Crispi, suscitate dai fatti di Adua. Alcuni gridano “Viva Menelik”, a Milano e a Pavia si divelgono i binari per impedire la partenza delle truppe. Alle due del pomeriggio si apre la Camera. Crispi, che ha poco meno di ottant’anni, prende la parola: «Ho l’onore di annunciare alla Camera che il Ministero ha presentato a Sua Maestà le proprie dimissioni. Sua Maestà il Re le ha accettate». Scrosciano gli applausi e le grida di giubilo dai banchi della Destra. Da quelli di sinistra si inveisce contro il primo ministro dimissionario. 

• Il generale Baratieri, giunto all’Asmara, apprende di essere stato sostituito. Lo si informa che è già a Massaua il generale Baldissera.

Crispi, che ha poco meno di ottant’anni, prende la parola: «Ho l’onore di annunciare alla Camera che il Ministero ha presentato a Sua Maestà le proprie dimissioni. Sua Maestà il Re le ha accettate».

Menelik vuole invadere l’Eritrea

• Il generale Baldissera giunge all’Asmara e assume i poteri. La situazione è molto complicata: l’Agamé è in piena rivolta, ras Sebath sta assediando il forte di Adigrat, i dervisci muovono all’attacco di Kassala, il negus Menelik sembra intenzionato a marciare su Gura per invadere la colonia. Baldissera chiede al governo che gli siano mandati sei battaglioni e sei batterie di montagna. Ha infatti a sua disposizione 13.000 italiani, 4.000 indigeni e 14 cannoni, e i battaglioni della divisione Heusch (vedi 21 febbraio 1896) non sono ancora arrivati. Spedisce il maggiore Salsa al campo di Menelik per trattare la pace, scambiare i prigionieri, seppellire i morti.

L’assalto di Sabderat

• Dal 26 febbraio sono sbarcati a Massaua (Eritrea), però ormai inutilmente, nove battaglioni di fanteria, due di bersaglieri, due batterie da montagna, una compagnia del genio, tre ospedali da campo, un’ambulanza della Croce Rossa e una sezione di sanità. [cronologia.leonardo.it]

• In Eritrea, Baldissera sgombera l’Acchelé-Guzai e si attesta sulla linea Asmara-Ghinda-Baresa. Lascia presidi a Saganeiti, Chenafenà, Adi Ugri e Adi Qua-là. Sposta 4 dei 5 battaglioni di Adi Caié a Sabarguma e il quinto a Decameré. Dei 12 battaglioni di stanza all’Asmara, 6 vanno a Schichet e 6 a Auxià. La divisione Heusch, finalmente arrivata, viene piazzata tra Ghina e Baresa. Massaua, Asmara e i forti Archicò e Saati sono muniti a difesa.

• I dervisci assaltano Sabderat, sulla strada che porta ad Agordat. Stanno vincendo, ma 20 ascari guidati da due telegrafisti del genio, che hanno sentito gli spari dalla stazione del monte Aurà, li bloccano. Si dànno tuttavia a saccheggiare le case, finché uno dei loro capi non è ucciso. E allora fuggono. Bilancio: 41 caduti dervisci, 3 caduti e 10 feriti italiani.

Agli Esteri il duca Onorato Caetani di Sermoneta

• Costituito il nuovo gabinetto. Alla presidenza del Consiglio il marchese Antonio di Rudinì, che tiene per sé gli Interni. Agli Esteri il duca Onorato Caetani di Sermoneta.

I dervisci voglio assediare Kassala

• I dervisci si fortificano a Tocfur, da dove intendono muovere su Kassala (Sudan) e assediarla.

La colonia agricola

• Ferdinando Martini scrive a Luchino Dal Verme che in Eritrea non vi è più nemmeno speranza di colonizzazione agricola, avendo fallito anche Leopoldo Franchetti, quindi tanto vale restare a Massaua «senza pace e aspettando gli eventi, da compiersi magari in mezzo secolo, piuttosto che sottoscrivere una pace mediocremente onorevole e ritornare al Mareb. E che fare al Mareb? Di colonia agricola neanche a parlare». [R. Truffi, Lettere inedite di Ferdinando Martini, in “Gli Annali dell’Africa italiana”, I (1938), vol. II, pp. 619-630]

Kassala assediata

• Una carovana di rifornimenti (500 cammelli scortati da 450 indigeni e da un plotone di cavalleria agli ordini del capitano Speck) porta soccorso a Kassala (Sudan) assediata dai dervisci. Dentro ci sono quelli del II battaglione Indigeni, più una sezione d’artiglieria da montagna e distaccamenti di artiglieri, genio e sussistenza, 20 ufficiali, 82 soldati italiani e 1225 ascari, al comando del maggiore Hidalgo. 
 

• «Il forte di Kassala ha pianta pentagonale, è munito di 2 capponiere, 2 piazzole con 6 pezzi ognuna, ed un tamburo all’ingresso. Il muro perimetrale è in mattoni, ha uno sviluppo di 500 metri, è alto 2,60 metri e spesso 1,10. La costruzione è circondata da zeriba (rami spinosi), da un reticolato largo 8 metri e un fosso largo 5 e profondo 3. L’artiglieria ammonta a 4 pezzi da 9 cm, 2 da 7 cm e 4 mitraglieri a 2 canne. Il terreno intorno è sgombro, tranne a sud ove c’è della vegetazione, e a sud-ovest dove dove ci sono edifici e ruderi. Gli assedianti ammontano a 4.000 fanti, 1.000 cavalieri ed alcune centinaia di lance, guidati da Amir Ahmed Fadil. Il presidio è di 20 ufficiali, 82 soldati italiani e 1.225 ascari». [www.soldatinionline.it]

La cavalleria degli Ascari del VI battaglione

Rudinì presidente del Consiglio

• Il nuovo presidente del Consiglio, marchese Antonio di Rudinì, presenta il governo alla Camera, parla dell’Africa, promette che non sarà più perseguita una politica di espansione e che anche se gli venisse offerto il Tigré lo rifiuterebbe, niente protettorato d’Abissinia e anzi il generale Baldissera è stato incaricato di dare inizio a trattative di pace. Chiede poi l’autorizzazione a contrarre un prestito di 140 milioni emettendo titoli al 4,50% netto.  

• I dervisci occupano Mokram e la Cadmia. Un gruppo si apposta presso il lato sud della gola di Sebderat.

I dervisci respinti

• I dervisci attaccano nuovamente Sebderat (vedi 8 marzo 1896), ma sono respinti. Gli ascari, guidati dal telegrafista Ificrate Figna, impediscono loro anche di abbeverarsi ai pozzi.

Menelik si ritira

• In Etiopia, Menelik prende a ritirarsi verso lo Scioa, lasciando nel Tigré solo ras Mangascià, ras Alula, ras Sebath e AoTos Tafari. Ha subito troppe perdite a Adua, non può avanzare su Asmara, sa che gli italiani si stanno rafforzando, ha problemi di viveri. Si avvicina la stagione delle piogge e ci sono epidemie fra i soldati.  

• Fucilate frequenti dei dervisci contro la guarnigione di Kassala.

Truppe in depressione per i fatti di Adua

• Il maggiore Stevani è in marcia verso Kassala (Sudan), con 2.500 uomini. Avanzano solo di notte per via del caldo. Sofferenza per la scarsità d’acqua. Depressione generale per via di Adua.

I dervisci attaccano ancora

• Inutile cannoneggiamento dei dervisci dal monte Mokram. Bombardano con due vecchi cannoni da montagna presi agli egiziani.

I dervisci avanzano

• I dervisci scavano intorno a Kassala fossi, pongono siepi, tirano su muri a secco. Si stanno avvicinando da tutte le direzioni.

Stevani a Sabderat

• Stevani arriva con i suoi a Sabderat (Eritrea). Altri attacchi dei dervisci sono respinti.

Stevani entra a Kassala

• Alle due del mattino il colonnello Stevani entra a Kassala con il III, il VII e l’VIII battaglione, con la sezione d’artiglieria e con la III compagnia Bramanti del II.

Gli italiani sconfitti

• I dervisci respingono un attacco italiano al campo Tucruf (Sudan). Perdite rilevanti tra i nostri: 4 ufficiali (Umberto Partini, Augusto Benetti, Giuseppe Stella, Gaetano Di Salvio) e 157 ascari, 351 feriti. Gli effettivi si sono ridotti di un quinto.

Via da Kassala

• Il generale Baldissera ordina di sgombrare Kassala (Sudan).

I dervisci si spaventano e fuggono

• I dervisci, sbigottiti del fuoco italiano, si persuadono che è alle viste un secondo attacco. La notte fuggono quindi, abbandonando il campo di Tucruf.

Baldissera ci ripensa e resta a Kassala

• La fuga dei dervisci persuade Baldissera a restare a Kassala. Il colonnello Stevani ha nel frattempo distrutto i campi di Tucruf e di Gulusit. La Prima divisione sta marciando su Mai-Serau, la II su Adi Caié.

Gli italiani verso Adigrat

• Abissinia. Gli italiani avanzano verso Adigrat.  

Gli italiani si accampano

• Gli italiani si accampano nella piana di Gullabà (Abissinia).

Il ritiro da Adigrat e l’Agamé

• Gli italiani si accampano nella conca di Adigrat (Abissinia). Dal governo arriva però l’ordine di sgombrare Adigrat e l’Agamé, e di ritirarsi.

Stevani incendia quattro villaggi

• Il colonnello Stevani attacca ras Sebath a Devra Matzò, facendolo sloggiare. Ha con sé tre battaglioni indigeni, uno di bersaglieri e una batteria. Gli ammazza qualche soldato, gli prende il bestiame, gli incendia quattro villaggi.

• Ras Mangascià restituisce i prigionieri italiani (6 ufficiali e 90 soldati). Gli italiani abbandonano il presidio di Adigrat (Abissinia).

Il forte di Adigrat.

• Ras Mangascià distrugge il forte di Adigrat (Abissinia).

Gli italiani ripiegano

• Gli italiani, in ripiegamento, sono attestati al confine, tra Barachit e Senafé.

Nerazzini deve trattare la pace

• Cesare Nerazzini parte da Napoli alla volta dell’Abissinia, dove, per incarico del governo, dovrà trattare col negus la pace.

Processo Baratieri

• Il generale Baratieri, messo sotto processo per i fatti di Adua (vedi 1 marzo 1896), è assolto. La sentenza deplora tuttavia «che la somma delle cose, in una lotta così disuguale ed in circostanze così difficili, fosse affidata ad un generale che si dimostrò molto al di sotto delle esigenze della situazione».

Nerazzini a Zeila

• Cesare Nerazzini, che deve trattare la pace col negus, è giunto a Zeila (Somalia).

Compagnia commerciale del Benadir

• Si costituisce la Compagnia commerciale del Benadir, per la coltivazione del cotone in Somalia, dopo che il nuovo governo ebbe fatto formale promessa di prestare il Benadir alla società per un certo numero di anni.

La lettera di Leone XIII

• Monsignor Cirillo Macario consegna al negus una lettera di papa Leone XIII, riguardante le sofferenze dei 1.500 prigionieri italiani che si trovano al seguito del negus. Menelik risponde che le sofferenze di quegli infelici saranno alleviate, ma non li libera, poiché costituiscono un importante elemento di trattativa.

Nerazzini può parlare col negus

• Cesare Nerazzini, l’uomo che deve trattare la pace col negus e che è fermo a Zeila dal 23 giugno, ha il permesso di recarsi nello Scioa.

Convenzioni italo-francesi

• L’ambasciatore italiano a Parigi, Giuseppe Tornielli, e il ministro degli Esteri francese, Gabriele Hanotaux, firmano tre convenzioni riguardanti la Tunisia in cui si stabilisce che commercio e navigazione tra Italia e Tunisia non siano soggetti a restrizioni di alcun tipo, che gli italiani residenti mantengano la propria nazionalità trasmettendola ai figli, che le scuole siano autonome e le associazioni culturali libere di svolgere la loro attività.

Nerazzini ad Addis Abeba

• Cesare Nerazzini, che deve trattare la pace col negus, è giunto ad Addis Abeba.

Pace tra l’Italia e il negus

• Il trattato prevede: annullamento del trattato di Uccialli (vedi 2 maggio 1889), l’Impero Abissino è indipendente, confine con la colonia Eritrea da stabilire e comunque per un anno sarà quello di Mareb-Belesà-Muna, testi del trattato in italiano e in aramaico assolutamente coincidenti. In una convenzione aggiuntiva è regolata la liberazione dei prigionieri italiani.

I somali attaccano

• L’Agenzia Stefani comunica «che a Lafolè, a 20 chilometri da Mogadiscio, una spedizione composta dei comandanti Maffei della Staffetta e Mongiardino del Volturno, del geometra Quirighetti, degli ufficiali di marina Smuraglia, Bataldi, De Cristoforo, Sanfelice, Guzzolini, Baroni e Gasparini, del macchinista Olivieri, del fuochista Rolfo, del domestico Caramella, del timoniere Vianello e dei marinai Gregante e Bonasera, guidata dall’illustre esploratore Antonio Cecchi e scortata da 70 ascari, è stata nelle prime ore del mattino attaccata da un’orda di somali. Dopo accanita resistenza, 14 dei 17 italiani sono stati uccisi; si sono salvati solamente Vianello, Bonasera e Gregante. Degli ascari 18 sono caduti e 17 rimasti feriti».

Il trattato di commercio con la Francia

• Alla Camera, discutendosi il trattato di commercio con la Francia (vedi 26 novembre 1896), l’onorevole Salandra lo definisce «effimera stipulazione internazionale» aggiungendo che quello era «un giorno di lutto per l’Italia».

I confini eritrei e abissini

• Tra il negus e il maggiore Nerazzini non si trova un accordo per delimitare i confini tra Eritrea e Abissinia. Ai sudditi dei due stati è tuttavia concesso di varcare liberamente la frontiera e di commerciare.

Martini: «Io a liquidare la Colonia non ci vado»

• Per il tramite di Luchino Dal Verme e di Cesare Nerazzini, si sta tentando di convincere Ferdinando Martini, della sinistra zanardelliana, fiorentino, già direttore del Fanfulla della Domenica, fondatore della Domenica letteraria e deputato, ad accettare il governatorato dell’Eritrea. Martini ha già detto di no qualche mese fa, ma adesso sembra pronto ad accettare: «Resta bensì che il Re dia il suo assenso; e resta anche che ci si possa intendere sul da fare in Africa: perché a Roma que’ signori mutano di pensiero ogni giorno». Ma c’è di più: Martini afferma con decisione: «Io a liquidare la Colonia non ci vado. Sono stato fin da principio contrario alla spedizione: contrario alle espansioni: parteggiai per la pace perché stimai che un’altra e non improbabile sconfitta avrebbe messo a repentaglio le sorti della monarchia: ma mi dimostrai fin dal maggio contrario alle fughe precipitose, le quali io non voglio né dirigere né aiutare. Col Rudinì ho parlato lungamente e dal più al meno mi pare d’essere inteso con lui; ma lui riescirà a intendersi cogli altri? (...) Non mi nascondo le difficoltà dell’impresa, né la responsabilità che mi peserebbe sugli omeri: ma mi pare di poterne uscire a bene». [F. Martini, Lettere (1860-1928), Milano 1934]

Cessa il governatorato militare dell’Eritrea

• Viene nominato governatore civile Ferdinando Martini: «Le relazioni con l’Etiopia, dopo la pace di Addis Abeba (vedi 26 ottobre 1896) sono divenute via via sempre più regolari e pacifiche. La pace con l’Etiopia, l’eliminazione dello Stato mahdista da parte degli inglesi e la tranquillità all’interno della colonia hanno permesso di ridurre al minimo le spese per la difesa dell’Eritrea, nella quale è stato possibile sostituire il personale militare con quello civile». [Candeloro7]

Gli etiopi catturano Citerni e Vannutelli

• Il maggiore Nerazzini comunica che i militari Vittorio Bòttego, Carlo Citerni, Lamberto Vannutelli e il medico dottor Maurizio Sacchi, di ritorno da una spedizione nei bacini del Danna e dell’Omo, sono stati assaliti da bande di etiopi. Il dottor Sacchi è stato ucciso presso il lago Margherita, il capitano Bòttego alla frontiera, dove sono stati catturati anche il sottotenente di fanteria Citerni e il sottotenente di vascello Vannutelli.

Kassala è abbandonata

• In seguito a un accordo con gli inglesi, Kassala (Sudan) è abbandonata. La convenzione firmata da Carlo Samminiatelli e da Carlo Parsons Pascià ne prevede la cessione al Kedivé d’Egitto. Di Rudinì ha spiegato che è troppo lontana da Massaua, e in definitiva costa troppo.

I cotonieri lombardi hanno il governo del Benadir

• Entra in funzione la Compagnia commerciale del Benadir (vedi 25 giugno 1896). «Lo Stato italiano delega ai cotonieri lombardi il governo assoluto del Benadir (Somalia meridionale), impegnandosi a versare per le “spese” della società ben 400 mila franchi oro all’anno”. Più che un’opposizione anticoloniale animata da impegnativi convincimenti etico-politici, quella degli imprenditori milanesi sembra un’opposizione ispirata piuttosto da un freddo e spregiudicato calcolo delle convenienze». [Alberto Mario Banti, Storia della borghesia italiana, Donzelli 1996]

Franco Tosi morto ammazzato

• In Legnano, presso la stazione ferroviaria, è assassinato con un colpo di rivoltella l’industriale Franco Tosi (vedi 29 novembre 1898).

L’omicidio di Tosi

• «Un operaio licenziato dal suo stabilimento, ed emotivamente instabile, ha ucciso, lo scorso 25 novembre, l’industriale Franco Tosi con un colpo di rivoltella. È stato celebrato un funerale pubblico e la giunta comunale di Legnano, di cui Franco Tosi era assessore, ha fatto affiggere questo manifesto: “Cittadini! Un immenso lutto ha colpito il nostro comune; un esecrando delitto gli ha rapito nel comm. Ing. Franco Tosi il suo più illustre cittadino che coll’ingegno e coll’operosità onorava Legnano e l’Italia, e seppe dare all’industria meccanica incremento, perfezione e fama”. Secondo la Cronaca del Corriere della Sera “dai balconi e dalle finestre, molti dei quali coperti da gramaglie, erano esposte bandiere tricolori, raccolte all’asta, abbrunate”. Luigi Canzi, ingegnere, amico di Tosi, ha scritto oggi una lettera al Sole per rievocare lo scomparso, nella quale dice: “Tante rare qualità devono essere ricordate; anche come esempio moralizzatore, occorre che un monumento sorga ad attestare che la riconoscenza pubblica non vien meno a chi, coll’ingegno, illustra la patria e dà lavoro alle popolazioni”. In tutti questi casi le sintesi biografiche si trasformano in altrettanti exempla dei valori condivisi e ricordati al pubblico come orizzonte normativo da seguire. E vi è, certo, un evidente intento pedagogico, ma prima ancora, prerequisito necessario all’azione pedagogica, vi è un’esibita condivisione dei valori etico-politici comunitari, primo fra i quali quello del patriottismo». [Alberto Mario Banti, Storia della borghesia italiana: l’età liberale, Donzelli 1996]

Il Sahara va alla Francia

• L’accordo tra Francia e Inghilterra pone fine alla rivalità dei due paesi in Africa: «Il Sudan egiziano è assegnato all’Inghilterra nella forma del condominio anglo-egiziano, mentre il Sahara centrale è assegnato alla Francia, che può così stabilire una continuità territoriale tra i possedimenti dell’Africa equatoriale e quelli dell’Africa occidentale e settentrionale». [Candeloro7]

Il costo del Benadir

• Articolo di Augusto Torresini sulla Nuova Antologia relativo al Benadir (Somalia meridionale). Egli rileva che da giugno a ottobre la costa non può essere navigabile per via del monsone di sud-ovest; il commercio promette bene, ma richiede forti capitali; infine «il Benadir in sé stesso (cioè Mogadiscio, Morka e Brava) non giustifica un’impresa, né agricola, né commerciale (…) per colonizzare il Benadir è necessario aprire strade, stabilire stazioni, regolare i fiumi e soprattutto star beneattenti di non lasciarsi sopravanzare dagli Inglesi».

L’Italia deve pagare 5 milioni a Menelik

• Il capitano Ciccodicola, residente diplomatico nello Scioa, firma ad Addis Abeba una convenzione che fissa definitivamente i confini tra Eritrea e Abissinia lungo la linea Tomat-Todluc-Mareb-Belesa-Muna. L’Italia è anche tenuta a versare 5 milioni a Menelik.

La lettera di Barrère a Visconti Venosta

• Lettera dell’ambasciatore Camille Barrère al ministro degli Esteri italiano, Emilio Visconti Venosta: «gli accordi del 21 marzo 1899 (vedi) non riguardano la Tripolitania».

La risposta di Visconti Venosta a Barrère

• Lettera di Visconti Venosta a Barrère, in risposta della sua del 14 dicembre 1900 (vedi): un’eventuale azione della Francia in Marocco allo scopo di tutelare i diritti «qui résultent pour elle du voisinage de son territoire avec cet Empire» non danneggeranno gli interessi dell’Italia, ma qualora la Francia modifichi la situazione politica e territoriale del Marocco, l’Italia si sentirà libera di estendere la sua influenza in Tripolitania-Cirenaica.