Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2017  dicembre 13 Mercoledì calendario

• Mariano del Friuli (Gorizia) 28 febbraio 1942. Ex calciatore. «Ho sempre desiderato essere portiere, forse perché in campo il portiere è un uomo solo e a me piacciono gli sport individuali».
• Con la Nazionale (112 presenze, di più solo Paolo Maldini e Fabio Cannavaro) vinse gli Europei del 1968 e i Mondiali dell’82 (unico italiano ad aver vinto entrambi i titoli). Con la Juventus sei scudetti (1973, 1975, 1977, 1978, 1981, 1982), due coppe Italia (1979, 1983) e una coppa Uefa (1977) perdendo due finali di coppa dei Campioni (1973 con l’Ajax, 1983 con l’Amburgo). Giocò anche con Udinese, Mantova, Napoli. Secondo nella classifica del Pallone d’oro 1973, 6° nell’81, 8° nell’82, 11° nell’80, 26° nel 1976. Da allenatore guidò la Nazionale olimpica raggiungendo imbattuto la qualificazione per Seul 1988, con la Juventus vinse nel 1990 coppa Uefa e coppa Italia, con la Nazionale maggiore conquistò il secondo posto agli Europei del 2000 (sconfitta 2-1 con la Francia al golden gol), è stato anche sulle panchine di Lazio e Fiorentina.
• «Secondogenito di due agricoltori. A 14 anni, quando viene tesserato dalla Marianese, non arriva a 160 centimetri. Per farlo crescere, sua nonna gli fa bere otto uova al giorno. L’esito è portentoso. Nel 1961, quando lo ingaggia l’Udinese e smette di fare il meccanico, è alto 182 centimetri. A lanciarlo in serie A provvede l’allenatore Bonizzoni, ma l’esordio è scoraggiante. Dino incassa cinque gol a Firenze e in prima squadra ci torna soltanto tre volte. Nel 1963 viene ceduto al Mantova, dove resta per quattro anni, sperando invano di essere selezionato per il Mondiale del ’66. Il c.t. azzurro è Edmondo Fabbri, che proviene proprio dal Mantova e che però in Inghilterra porta Albertosi, Anzolin e Pizzaballa. “Probabilmente mi lasciò a casa per evitare accuse di favoritismo”, si consola Dino, che nell’estate del ’67 potrebbe passare al Milan, spaventato però dalla richiesta di 185 milioni. Chi invece non si spaventa è Gioacchino Lauro, figlio del mitico comandante, che porta Zoff a Napoli in cambio di 130 milioni più il portiere Bandoni. “In cinque anni Napoli mi ha arricchito della sua allegria”, confesserà Dino, che il 20 aprile ’68 debutta in Nazionale proprio davanti al pubblico partenopeo e che due mesi più tardi a Roma diventa campione d’Europa prima di sposare Annamaria, una bella ragazza mantovana che gli darà un figlio. In maglia azzurra è ormai divampata la rivalità tra Zoff e Albertosi, che torna titolare al Mondiale del ’70. “Ci restai molto male ma rispettai la scelta di Valcareggi, che aveva puntato sul blocco del Cagliari, fresco di scudetto”. Due anni più tardi Allodi porta Zoff alla Juve, che lo paga 330 milioni più Carmignani e Ferradini. Comincia la lunga avventura bianconera di SuperDino. Undici stagioni senza mai saltare una partita, 330 presenze consecutive, che probabilmente costano qualche crisi di frustrazione ai portieri di riserva. Miscela di serietà, bravura e scontrosità, diventa inamovibile anche in Nazionale, dove non incassa gol per 1.143 minuti, un record che alla vigilia del Mondiale 1974 gli vale la copertina sul prestigioso Newsweek sotto un titolo significativo: “The world’s best”, il migliore del mondo. “Al Mondiale del ’78 in Argentina avevamo la squadra più forte, ma io non fui sempre all’altezza dei miei compagni. Qualche gol ce l’ho sulla coscienza”. A beffare Dino sono due olandesi in semifinale e due brasiliani nella finale per il terzo posto. Si riscatta quattro anni dopo in Spagna, già quarantenne, capitano e portavoce (proprio lui che parla poco e a labbra socchiuse) della squadra in silenzio stampa che conquista il titolo iridato. Coccolato dal presidente Pertini e immortalato da Guttuso su un celebre francobollo, compie il suo capolavoro bloccando al 90° una violenta conclusione del brasiliano Oscar. “Non è stata la mia parata più bella, ma sicuramente la più importante”. “Non posso parare anche l’età”, spiega commosso il 2 giugno ’83, annunciando il proprio ritiro. Alle spalle si lascia una sfilata di primati. Accetta di allenare i portieri della Juve, ma dopo due anni si dimette. “È un ruolo senza futuro che mi va stretto”, chiarisce, assumendo la guida della Nazionale olimpica, che si qualifica imbattuta per i Giochi ’88 di Seul, dove però in panchina si siede Rocca perché Zoff ha scelto di tornare alla Juve, chiamato da Boniperti per sostituire Marchesi. Un quarto e un terzo posto in campionato e la conquista di Coppa Italia e Coppa Uefa non bastano a Dino per meritarsi la considerazione di Montezemolo, che sogna una squadra-spettacolo e strappa Maifredi al Bologna. “Non mi sono mai aspettato niente da nessuno”, commenta gelido Zoff prima di trasferirsi alla Lazio. Quattro stagioni sulla panchina biancoceleste, ingaggiato da Calleri e confermato da Cragnotti, preludono a un nuovo ruolo per Dino, quello di presidente, abbandonato per pochi mesi nel ’97 per rimpiazzare in panchina Zeman e trascinare la Lazio dal dodicesimo al quarto posto. Due anni più tardi arriva l’offerta per guidare la Nazionale dopo la mancata conferma di Cesare Maldini. Potrebbe essere il coronamento di una carriera straordinaria, che festeggia conquistando la qualificazione per l’Europeo. In Olanda l’Italia si spinge sino alla finale con la Francia, arriva a un passo dal titolo ma si fa raggiungere sul pareggio al 90° per poi regalare la vittoria ai francesi, lanciati da un golden-gol di Trezeguet. Una sconfitta onorevole e rocambolesca che non sembra compromettere le quotazioni di SuperDino, sul quale s’abbattono però poche ore dopo le sorprendenti e feroci critiche di Silvio Berlusconi, che al raduno del Milan dice tra l’altro: “Sono veramente dispiaciuto e anche indignato. Si può lasciare uno come Zidane libero di diventare l’iniziatore di tutte le azioni francesi? Anche un dilettante l’avrebbe visto, figurarsi un professionista. Lo spettacolo è stato indegno. Evidentemente l’acutezza e l’intelligenza uno ce l’ha o non ce l’ha”. All’allora leader dell’opposizione, contro il quale si schierano sommessamente pure alcuni suoi compagni di partito, Zoff replica convocando il 4 luglio 2000 una conferenza stampa di appena sette minuti per annunciare le proprie dimissioni» (Mario Gherarducci).
• Ha detto nel 2008: «Hanno scritto che mi ero dimesso dalla Nazionale per la critica tecnica, la storia di Zidane. Figuriamoci! Berlusconi disse una cosa molto pesante sulla persona, che ero indegno di guidare la Nazionale... Indegno io che ho più croci sul petto dei generali russi!». E poi: «Credo di essere uno dei pochi in Italia con cui Berlusconi non ha fatto pace, lui che nel tempo è diventato così ecumenico».
• «Essendo uomo di sostanza più che di apparenza, badava al sodo. Non volava come Albertosi. Non si gettava tra i piedi dell’attaccante come Ghezzi. Non era istintivo come Castellini. Sembrava che fosse il pallone, deferente, a finire dalle sue parti. Per non farlo sporcare: cadere e tuffarsi, in fin dei conti, gli piaceva poco e poi lo facevano tutti. Zoff stava fermo. I suoi non erano balzi, ma passi impercettibili che lo portavano comunque a incontrarsi con il pallone. Grande portiere da amatori più che da platea» (Roberto Renga).
• La moglie Annamaria di cognome fa Passerini. Il figlio, nato nel 1967, si chiama Marco.