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 2017  ottobre 17 Martedì calendario

Caltagirone, 1 novembre 1988. Arrestata martedì 9 dicembre 2014, è accusata di aver ucciso il figlio Loris, 8 anni, strangolato, senza complici, con una fascetta da elettricista, e dell’occultamento del cadavere, trovato sabato 29 novembre in un fosso tra sassi e cespugli, con un grosso ematoma in testa, i pantaloni senza cinta e slacciati, privo di slip, in un canalone in zona Mulino Vecchio a Santa Croce Camerina, minuscolo paese della provincia di Ragusa.
• Sposata con Davide Stival, 29 anni, camionista, sempre in giro per lavoro. Due figli: Loris Andrea, 8 anni e Diego, 4.
• Infanzia in Liguria, a Rocchetta di Cairo Montenotte, Savona, dove la sua famiglia era approdata dalla Sicilia per cercare un po’ di fortuna: «Quando don Giampaolo Pizzorno suonava alla porta della casa, dice che la prima che correva ad aprire era lei. Veronica era biondina, con qualche capello randagio che le brillava come i filamenti delle lampadine, appena si strofinava le sopracciglia con il polso, «e aveva sempre i vestitini puliti», perché, ricorda la sua maestra dell’asilo, Luisella Buffaldi, «lei ci teneva». Don Pizzorno le accarezzava la testa e veniva avanti, nella casa un po’ fatiscente di via Chiappa, con le mura scrostate dall’umidità, le stanze rese più piccole dai giochi sparsi sul pavimento, quegli odori di bollito e patate lesse che giungevano dalla cucina assieme ai vapori. Passava quasi tutti i giorni per portare gli aiuti della Caritas e prima di bussare alla porta si fermava a comprare qualcosa anche per i piccoli. Prendeva del latte, e dei biscotti da mangiare. Solo che mamma Carmela non era la santerella che sembrava e mentre il prete le portava gli aiuti, lei si comprava una casa lì vicino» [Sapegno, Sta, 10/12/2014].
• «La bambina fa tutte le scuole, va alle elementari statali di Rocchetta e poi alle medie Aemilia Scauri di Dego, e tutti la descrivono come una tranquilla, «anche se un po’ vivace», perché pare aggredisse le compagne. Fa il catechismo, «la prima comunione e la cresima, e tutte le domeniche a Messa si confessava». Gioca per strada, come tutti i bambini del paese, accompagna il fratello all’oratorio, guardando i ragazzi della sua età bighellonare avanti e indietro per le viuzze come un pesce nell’acquario, senza poter fare altro che restare fuori» [Sapegno, Sta, 10/12/2014].
• Quando la famiglia torna in Sicilia Veronica ha 12 anni. A quattordici anni durante una furiosa lite la madre Carmela, cinque figli da tre uomini diversi, le grida: «Tu sei nata per sfortuna!». E le racconta che quello che conosce – un camionista, sempre fuori casa per lavoro - non è suo padre: il papà biologico è un uomo con cui lei ha avuto una relazione occasionale. Lo va a cercare e quando lo incontra è un trauma. Tenta il suicidio subito dopo, bevendo della candeggina. Nonostante la confessione della madre di Veronica, la famiglia rimane unita e si trasferisce a Santa Croce Camerina, in una casa non lontana dalla zona del Mulino Vecchio. Una casa dove Veronica, a 15 anni, tenta di nuovo il suicidio, cercando di impiccarsi nella serra. Poi va via di casa e non vuole più rivedere la madre. Anche i suoi figli, Loris e Davide, non glieli ha mai fatti conoscere.
• « C’è una specie di refrain continuo che lega la vita di Veronica a quella di suo figlio Loris. Tanti fatti che hanno segnato l’esistenza di lei sono uguali o molto simili a episodi che lei stessa racconta sulle ultime ore di vita di Loris. “Nel 2003 Veronica tentò il suicidio bevendo candeggina solo perché aveva litigato con i suoi compagni di scuola” spiega sua madre Carmela agli inquirenti. Sarà un caso ma la mattina in cui Loris sparì, Veronica raccontò che aveva fatto i capricci poiché “non voleva andare a scuola perché lo prendevano in giro”. “Nel 2004 – è sempre Carmela che parla – io ero al telefono con un amico e lei ascoltò la conversazione. Andò da mio marito che dormiva per dirgli che io avevo l’amante ma lui non si interessò della cosa e le disse di lasciarlo in pace, addirittura le diede uno schiaffo. Lei uscì e poco dopo vidi arrivare una pattuglia dei carabinieri...”. Avevano soccorso Veronica che aveva provato a impiccarsi con un manicotto di plastica in una serra vicino casa, “in preda alla disperazione per paura che sua madre potesse abbandonare la famiglia”, si legge nel fermo. Anche qui: agli investigatori non sfugge il collegamento fra il suo tentativo di suicidio con un cappio di plastica e l’omicidio di Loris, con una fascetta plastificata. Dopo l’episodio del 2004 Veronica fu ricoverata in psichiatria, nell’ospedale di Ragusa, ma chiamò sua madre: “Ti prego vieni a prendermi, c’è un infermiere che mi ha violentato mentre ero sotto gli effetti di psicofarmaci”. Versione poi non confermata dai fatti. Un altro presunto stupro risale invece al 2002. Carmela racconta: “Frequentava un ragazzo che, mi disse, aveva provato a violentarla ma lei era riuscita a scappare”. Il ragazzo fu denunciato, nessuna condanna per le accuse sessuali. Ancora una volta un collegamento: la pista degli abusi sessuali è stata la prima battuta dagli investigatori per il delitto di Loris che è stato trovato senza gli slip addosso e con i pantaloni un po’ abbassati. “Non mi stupirei – dice un investigatore – se scoprissimo che la mancanza degli slip non è stata una dimenticanza ma un depistaggio, una bugia, come lo erano quelle sugli stupri di tanti anni fa”. [...] La deposizione della madre di Veronica rivela una ragazzina che «soffriva di manie di persecuzione», come dice lei. Come quella volta che si inventò un rapimento. «Era il 2003. Eravamo io, mio figlio Paolo e lei. Io e Paolo siamo scesi dall’auto lasciandola sola e quando siamo tornati ci ha raccontato che un uomo era salito e aveva cercato di mettere in moto e partire assieme a lei» [Fasano, Cds, 11/12/2014].
• Alla domanda «come sono i rapporti fra sua sorella Veronica e sua madre?», la sorella Antonella risponde «pessimi (...) Lei dice che nostra madre l’ha abbandonata ma non è così, è stata le ad abbandonarla». Quella fra le due sorelle è una storia di inimicizia e indifferenza alimentata spesso da piccole cose. «Dal 2004 non ho più rapporti con lei» spiega Antonella «nonostante lei mi avesse chiesto più volte l’amicizia su facebook». Rivela di quanto Veronica se la fosse presa per non aver fatto da madrina al battesimo di sua figlia, racconta i dettagli delle offese subite e svela che «quando era più piccola e abitavamo ancora in provincia di Savona voleva buttarsi dalla finestra dell’asilo».
• L’amore adolescenziale con Davide Stival, «una storia poi diventata la sua nuova prigione, anche questa, come quella di mamma Carmela, culminata con una gravidanza indesiderata a soli 16 anni, quella di Loris appunto, e un matrimonio "obbligato", con un’altra vita solitaria, con un marito sempre fuori casa per il lavoro, e lei diventata adulta prima del tempo ad occuparsi a tempo pieno di quei due bambini. Adesso sono in molti a dire che il suo rapporto con Loris non era idilliaco, che spesso riversava con violenza su di lui tutte le sue frustrazioni» [Ziniti, Rep, 10/12/2014].
• Quando Veronica è stata portata nel carcere di Ragusa, gli altri detenuti le hanno gridato: «Assassina, devi morire».
• A inchiodare Veronica, i filmati delle varie telecamere di sorveglianza controllati dai poliziotti a Santa Croce Camerina. La Panarello diceva di averlo portato con l’auto a pochi metri dalla scuola, invece dai filmati si vede che Loris non è mai salito in auto, ma è tornato verso casa. Un altro filmato mostra l’auto di Veronica Panarello transitare alle 9 di mattina in un tratto di strada distante 50 metri dal viottolo che conduce al Mulino Vecchio, dov’è stato trovato il bambino morto. Nessuna telecamera vede la Polo prendere quella strada. Ma c’è un’ultima immagine, registrata dal sistema di un’azienda privata che si trova proprio sulla strada del Mulino Vecchio: l’orario è compatibile e vi si vede «un’autovettura di colore scuro che, senza minimamente rallentare la marcia, prosegue in direzione della strada» che porta al posto dove, sette ore e mezza dopo, il cacciatore Orazio Fidone (indagato pure lui per l’omicidio, ma la Procura dice che si tratta di un «atto dovuto» per poter effettuare esami irripetibili sulle sue due auto e sui suoi abiti) trova il corpo di Loris.
• Prima di essere arrestata, per tutta la mattina la Panarello aveva risposto con una sfilza di no alle ricostruzioni del procuratore di Ragusa Carmelo Petralia e del pm Marco Rota: «No, non sono stata io. Sono innocente. Dovete trovare l’assassino di mio figlio. Io l’ho portato a scuola. L’ho lasciato lì davanti. Non è vero che Loris non c’è andato. Non potete avere nessuna immagine di qualunque telecamera che riprende me e Loris dopo le 8.30...». Quando le hanno mostrato la registrazione della telecamera di un emporio privato posto non lontano dall’abitazione di via Garibaldi, opachi frames di video dai quali si distinguerebbe la sagoma di un bimbo che rientra a casa, mentre mamma Veronica parte con la sua Polo nera verso scuola con l’altro figliolo per poi tornare nell’arco di dieci minuti, lei, puntando un dito sulla foto: «Questo è Loris? Da dove lo vedete? Non si capisce niente in questa immagine». La seconda registrazione è quella di un’impresa agricola, proprio all’imbocco della strada del Mulino Vecchio, a cinquecento metri dal canalone in cui fu gettato il corpicino martoriato di Loris. Altri «fermo immagine» del video indicherebbero poco dopo le 9.25 il passaggio di un’auto «compatibile» con la Polo. E lei: «Mi state facendo vedere solo ombre. Quest’altra cosa scura è una macchia, non la mia macchina...». Poi ha detto: «I miei due figli sono entrati in macchina, li ho accompagnati a scuola e poi sono tornata a casa...». Posizioni che hanno portato il procuratore Petralia a dettare l’ordine di arresto liquidandole così: «Confliggono palesemente, oltre ogni ragionevole dubbio, con le risultanze delle registrazioni degli impianti di video sorveglianza installati lungo l’effettivo percorso seguito». Ed ancora: «Si è resa responsabile dell’omicidio con modalità di elevata efferatezza e sorprendente cinismo».
• Non ci sarebbero solo le telecamere ad incastrare Veronica che giura di non conoscere la zona del canalone del Mulino Vecchio dove è stato gettato il cadavere di Loris. Una sua sorella, intercettata dagli inquirenti proprio in questi giorni , parlando con la madre, rivela che da piccoli abitavano in zona: «Il luogo lei lo conosceva. No che dice di non sapere dove era il Mulino...». E la madre: «Sì certo. Ci veniva sempre lei da bambina a prendere l’acqua con me».
• Il papà di Loris, Davide Stival, 29 anni, camionista per il Gruppo Ibleo Trasporti, lasciando la Procura di Ragusa dove aveva visto i frame dell’auto di sua moglie che la mattina del 29 novembre era dove non doveva essere: «Allora è stata proprio lei... Tenetemela lontano».
• Il 2 febbraio 2015 a Catania viene depositata l’ordinanza del Tribunale del riesame che rifiutò la scarcerazione di Veronica Panarello, accusata di essere l’assassina del figlio Lorys. Secondo i giudici la donna è stata «una lucidissima assassina» con «elevatissima capacità criminale», pronta a «simulare un omicidio a sfondo sessuale», capace di «una strategia manipolatoria e di un’agghiacciante indifferenza», pronta ad uccidere ancora: «Esiste il rischio di recidiva, ha dimostrato un’odiosissima crudeltà e assenza di pietà». La donna ha avuto la forza di strangolare il figlio e liberarsi del corpo gettandolo in un canalone «in preda a uno stato passionale momentaneo di rabbia incontenibile». Rabbia dovuta al «fallimento del piano mattutino che evidentemente quel giorno non prevedeva l’ingombrante presenza del suo primogenito».
• Nel novembre 2015 la Panarello, nella sua deposizione alla Procura di Ragusa, dice che Loris è morto mentre giocava con delle fascette da elettricista: «Era in piedi, con il busto reclinato in avanti e la mani poggiate sul petto, ho pensato che avesse difficoltà a respirare per avere ingerito qualcosa che gli era andato di traverso tenta di soccorrerlo «battendogli gli schiena» e anche «cercando di mettergli una mano in bocca», ma «era serrata» e non riusciva ad aprirla. Quando il bambino, «violaceo in viso», «si accascia in posizione supina», Veronica Panarello, dice, ha «potuto notare che il collo era cinto da una fascetta, le stesse che aveva ai polsi» e che si era messo per giocare «la sera prima». Tenta quindi disperatamente di togliere la fascetta, di strapparla «anche con le unghie», senza riuscirci. Per questo la taglia con «la forbice arancione». «Ho poggiato la mia guancia sulla sua bocca - aggiunge la donna - per potere udire il suo respiro, ma non sentivo nulla». Il primo istinto, sostiene davanti ai Pm, è stato quello di chiamare aiuto con il cellulare, ma, «mi sono bloccata - spiega - e ho pensato che non avrei saputo come giustificare quanto accaduto». Quindi la decisione di portare via il corpicino di Loris caricandolo sulla sua auto. «Mi sono diretta verso Punta Secca - sostiene - non sapendo ancora dove andare, combattuta tra chiedere soccorso e il dubbio su come avrei potuto giustificare l’accaduto». Poi l’arrivo a Mulino Vecchio dove lascia il cadavere del figlio per tornare a casa, recuperare indumenti e zaino del figlio, buttati via mentre va al corso di cucina, dove tutto diventa «un brutto sogno che avevo fatto»: «Ho incominciato a rimuovere il ricordo di ciò che avevo fatto, rappresentandomi in realtà che avevo lasciato Loris a scuola».
• Nel gennaio 2016 la Panarello dice a una psicologa del carcere di Catania: «Loris lo ha ucciso mio suocero, Andrea Stival. Ho ricordato tutto quando sono andato a trovarlo al cimitero, ma non l’ho detto prima perché avevo paura che uccidesse anche il bimbo più piccolo». Motivo: «Io e Andrea eravamo amanti, Loris ci aveva scoperti e voleva dirlo a suo padre». Fornisce poi una prima ricostruzione: ha accompagnato il figlio più piccolo a scuola e quando è tornata a casa ha scoperto che Stival ha ucciso il bambino strangolando con un cavo Usb. Ma nessuna telecamere riprende l’uomo entrare in casa quel giorno. Un mese dopo, ai periti e ai consulenti che la sentono per valutare il suo grado di intendere e volere, come disposto dal Gup di Ragusa, la Panarello fornisce un’altra ricostruzione: avrebbe incontrato Andrea Stival per caso, tornando da scuola, e lui sarebbe salito in auto con lei, sdraiandosi sul sedile posteriore per non farsi notare. Sarebbero saliti a casa dove c’era Loris che, sostiene Veronica, minacciava di rivelare al padre la relazione tra sua nonno e sua madre. Per quello lui lo avrebbe ucciso, usando un cavo elettrico, e avrebbe costretto lei a mettergli delle fascette nella mani per farlo stare fermo. E insieme, poi, si sarebbero liberati del corpo gettandolo nel canalone. Non avrebbe parlato per paura di ritorsioni sul figlio più piccolo.
• Nel settembre 2016 la Panarello ribadisce in aula le accuse al suocero (che ha un alibi di ferro): «Loris ha visto quello che non doveva vedere... voleva raccontare tutto a mio marito, negli ultimi giorni era nervosissimo. Me lo ha ripetuto anche quel sabato mattina quando faceva i capricci per andare a scuola. Per questo l’ho fatto rimanere a casa. Ma non l’ho ucciso io, è stato Andrea» «Andrea mi ha ordinato di legare i polsi di Loris, io sono andata a prendere una fascetta elettrica e l’ho fatto. Poi ho ricevuto la telefonata di mio marito e sono andata di là. Quando sono tornata Andrea gli aveva gia streto un cavo Usb al collo e Loris era paonazzo e non respirava piu. E io l’ho solo aiutato a portarlo via». Andrea Stival, in aula, ascolta le accuse in silenzio. Suo figlio Davide (ormai ex marito di Veronica) è invece rimasto a casa per evitare l’imbarazzo di sedere accanto al padre mentre Veronica parla di quella presunta relazione che sarebbe il movente dell’omicidio di suo figlio.
• Lunedì 17 ottobre 2016 il gup di Ragusa Andrea Reale condanna la Panarello a 30 anni di carcere, come chiesto dai pm. Lei, vestita di nero, ascolta la sentenza in lacrime, senza dire una parola. Per la Panarello si profilano anche nuovi guai. Il giudice infatti, non credendo alla sua ultima versione che ha tirato in ballo il suocero Andrea Stival, ha disposto anche la trasmissione degli atti alla Procura per procedere nei confronti di Veronica per il reato di calunnia nei confronti del nonno di Loris, che uscendo dall’aula ha detto: «Abbiamo avuto giustizia per mio nipote e questa è l’unica cosa che mi interessa, per il resto ho sempre avuto fiducia nei giudici». Il legale di Veronica, Francesco Villardita, annuncia che la battaglia della mamma di Santa Croce Camerina continuera: «Le sentenze che non si condividono si appellano. E siccome noi ovviamente non la condividiamo e la signora Panarello continua a proclamarsi innocente, noi la appelleremo».
(a cura di Roberta Mercuri)