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 2018  settembre 21 Venerdì calendario

• Barberino del Mugello (Firenze) 13 marzo 1931. Scultore.
• «La sua cultura innesta remote suggestioni arcaicoegizie o etrusche a un sentimento vivissimo della modernità, sposa e incastona tra loro i materiali più vari, anche i più preziosi, che sprigionano energia e animazione. Né c’è più bisogno di dimostrare il talento di Vangi, giacché parlano i riconoscimenti che ha ricevuto: il massimo in Italia, ovvero il Premio Feltrinelli dell’Accademia Nazionale dei Lincei, e il massimo mondiale, cioè il Premio Imperiale di Tokyo. L’artista ha atteso, negli ultimi anni, a importanti commissioni in palazzi, chiese, e anche nel nuovo ingresso dei Musei Vaticani; alle sue opere è dedicato un grande parco di sculture all’aperto in Giappone, alle falde del Fujiyama» (Maurizio Calvesi).
• «In Giappone vengo accolto come un capo di Stato. Mi ha trasmesso soprattutto il rispetto per la natura. Noi italiani la violentiamo mentre loro sono più umili. Dimostrano un’incredibile sensibilità. Non piantano neanche un chiodo nel legno e legano le travi con le liane. È una grande lezion<e. I giardini zen, con la loro aura di mistero, mi hanno affascinato. La sofferenza dell’uomo mi colpisce sempre ma quella che noi diamo alla natura mi addolora. Ho cinque nipotini e mi domando: che Terra, che mondo gli lasciamo? Tutto questo mi angoscia. C’è un aspetto sacro nella natura che dovrebbe indurci a rispettarla. Con le mie opere spero di suscitare questo sentimento. Sono affascinato dalla struttura del corpo umano. Mi interessano le mani, la testa, il busto, ogni aspetto della nostra fisicità. La tradizione è importantissima. Veniamo tutti da lì. Da ragazzo mi piacevano gli egiziani. Poi mi sono appassionato alle grandi lezioni della scultura greca, del Rinascimento, del Barocco... Ma la lotta dell’artista è quella della ricerca. Se un artista non ricerca, è tempo forse che faccia qualche bella passeggiata» (a Massimo Di Forti).
• «A me, la prima parola che viene in mente davanti alle opere di Vangi è “toscanità”» (Sebastiano Vassalli).
• Una sua scultura è comparsa nel 2003 al posto del busto di Einaudi a Palazzo Madama: un cilindro di legno rosa salmone alto più di due metri alla cui sommità prende corpo la testa e il volto di una donna, per giunta turrita, che raffigura l’Italia (Calderoli: «Un monumento al Viagra, un super-preservativo»). «Ora, è pur vero che l’arrivo del supposto Priapo a Palazzo Madama rientra in un programma di abbellimento degli interni, animato per conto della presidenza da Ottaviano Del Turco. Ma una volta bollato in chiave di simbologia fallica, il maxi cilindro turrito rischia di oscurare ogni altra novità, dando vita a una grottesca disputa tra l’artistico e il sessuale, con le dovute implicazioni politiche all’interno delle istituzioni. Che da sempre ospitano raffigurazioni in qualche modo collegate al sesso» (Filippo Ceccarelli). La scultura fu infine sfrattata nel 2006, dopo tre anni di proteste bipartisan. Criticati duramente anche gli interventi dell’artista per l’altare del Duomo di Pisa nel 2001, voluti dall’arcivescovo e contestati dall’allora sottosegretario ai Beni culturali Vittorio Sgarbi e dal sovrintendente della Toscana Antonio Paolucci.