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 2017  dicembre 12 Martedì calendario

• Sondrio 18 agosto 1947. Commercialista. Politico. Senatore (eletto nel 2013). Ministro dell’Economia e delle Finanze nel Berlusconi II (2001-2004), III (2005-2006) e IV ( 2008-2011). «Il pil misura tutto tranne ciò per cui vale la pena vivere».
Vita Figlio di un farmacista. Due fratelli, Angiola (pittrice) e Pier Luigi (farmacista) che non perdono occasione per attaccarlo (Pier Luigi, fascista dichiarato, disse che pur di non aver niente a che fare con lui sarebbe stato disposto a cambiare cognome).
• Laurea in Giurisprudenza. Professore universitario dal 1974, è attualmente professore ordinario (in congedo) nella Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Pavia. È stato Visiting professor, Institute comparative law, Oxford. È condirettore della Rivista di diritto finanziario e scienza delle finanze. È socio, per la classe di Scienze morali, dell’Istituto Lombardo Accademia di Scienze e Lettere. È presidente di Aspen Institute Italia. Pubblica i suoi articoli sul Corriere della Sera e sui principali quotidiani europei.
• Studiò al collegio Ghislieri di Pavia: «Offriva fantastiche condizioni di vita e di studio, garantite anche a chi non aveva i mezzi economici, ma a una sola condizione: che si superassero tutti gli esami entro l’autunno e con la media del 27. Naturalmente, se non prendevi 30 ti suicidavi».
• Intervistato da Klaus Davi alla vigilia delle elezioni 2008, ha confidato di essere stato vittima dei bulli: «Ho fatto le notti chiuso in un armadio, con un anziano che studiava (di solito in collegio si studiava di notte fino all’alba) e ogni mezz’ora una sveglia mi obbligava a simulare il bollettino dei naviganti, scandendo il segnale orario. Se non lo facevo erano botte».
• Ebbe per maestro Gian Antonio Micheli, erede di Piero Calamandrei sulla cattedra di Firenze, «un borghese cosmopolita, certo non di destra». Divenne socialista «nel 1972, durante il servizio di leva, da soldato semplice al Car di Orvieto. Una cartolina ricevuta all’improvviso, venendo da Sondrio, non ero raccomandato. Per rinviare il servizio militare allora c’era un solo modo: iscriversi a una scuola di specializzazione. Cambiarono la legge, diciamo senza avvertirci, e mi ritrovai in grigioverde. A Orvieto il mondo dei contadini soldati che venivano dalle regioni più povere del Sud. Pur arrivando dalla Valtellina (e lei sa che in montagna la vita è dura) il mio incontro con quella realtà è stato una svolta. Così sono uscito dal dorato mondo liberale e sono diventato “socialista”» (da un’intervista di Mario Sechi).
• Prime esperienze al ministero delle Finanze con Franco Reviglio, governi Cossiga I e II e governo Forlani (1979-1981). Con lui c’erano Alberto Meomartini e Domenico Siniscalco, con i quali condivideva un seminterrato in via Piacenza a Roma, insieme al primo restò anche con Formica (ministro delle Finanze nei due governi Spadolini, 1981-1982) per poi seguire Reviglio quando questi divenne presidente dell’Eni (1983-1989).
• Candidato per il Psi (area De Michelis) alle politiche del 1987, non fu eletto. Fece poi parte di Alleanza democratica e del Patto Segni, nella cui lista fu eletto deputato nel 1994. Passò quindi, attraverso la Federazione Liberaldemocratica, a Forza Italia, con cui è stato eletto alla Camera nel 1996, 2001, 2006, nel 2008 eletto col Pdl. Ministro delle Finanze nel Berlusconi I (1994-1995), dell’Economia nel Berlusconi II (2001-2004), III (2005-2006).
• Forti legami con Bossi, durante i due governi Berlusconi della XIV legislatura (2001-2006). Molti commentatori lo considerarono un ministro in quota Lega. Il versante liberista della sua azione di governo, quello che lo spingeva a tagliare la spesa pubblica, gli inimicò l’Udc e soprattutto An: presentatosi in casa di Berlusconi la sera di venerdì 2 luglio 2004 con un documento di 23 cartelle che prevedeva tagli alla spesa pubblica per cinque miliardi e mezzo, si sentì dire da Fini che i conti erano truccati e che Berlusconi non aveva scelta: o dal governo se ne andava Tremonti oppure se ne andava lui. Tremonti lasciò e fu sostituito da Siniscalco, che nel frattempo era diventato il suo direttore generale. Nel 2005, quando Siniscalco diede a sua volta le dimissioni, Tremonti fu richiamato: era già stato reintegrato nel governo, vicepresidente del Consiglio nel Berlusconi III, il ministero dell’Economia gli venne restituito con gli auspici dello stesso Fini. Fu allora che silurò Antonio Fazio, governatore della Banca d’Italia che non intendeva dimettersi, prima umiliandolo alla riunione del Fondo monetario internazionale del 23 settembre 2005, in cui non lo delegò a parlare (secondo tradizione) preferendogli il direttore generale del Tesoro, Vittorio Grilli; poi preparando la legge che limitava nel tempo il mandato e dove sarebbe stato scritto, se Fazio avesse resistito ancora, il nome del suo successore. A quel punto il governatore si dimise.
• Tremonti aveva messo sotto accusa il governatore quasi subito, imputandogli, in una famosa riunione del Comitato interministeriale per il credito e il risparmio del luglio 2003, di non aver prevenuto i crac Cirio e Parmalat nonostante le avvisaglie fossero chiare e lui stesso gli avesse scritto due lettere, il 3 e il 24 aprile 2003, in cui, nella forma della richiesta di chiarimenti, lo si metteva sul chi vive. Fazio aveva risposto a quelle lettere solo il 24 maggio e senza dar spiegazioni. Tremonti, quando aveva un giornalista davanti a sé nel suo ufficio, richiamava l’attenzione sul fatto che usava come portapenne un barattolo di pelati Cirio, per impedirsi di dimenticare. E attaccò frontalmente Fazio all’assemblea generale dell’Abi (Associazione bancaria italiana), minacciando di togliere alla Banca d’Italia la gestione della tesoreria e di varare una legge che limitasse i poteri del governatore. Venuto a difendersi in Parlamento sul caso Parmalat, Fazio rispose a tono: «Il ministro Tremonti, che di mestiere fa il commercialista, s’intende certo più di me di paradisi fiscali».
• Nel contrasto tra Fazio e Tremonti ci fu anche un aspetto pratico: per migliorare i conti dello Stato, Tremonti voleva mettere sul mercato una parte delle riserve d’oro conservate in Banca d’Italia (un valore di 27 miliardi di euro) e Fazio s’era sempre opposto.
• Azione di governo articolata, impossibile da inquadrare negli schemi “liberale” o “statalista”, Tremonti pretende per sé la qualifica di “colbertista”, dal ministro di Luigi XIV (Colbert) che impostò una forte politica di intervento pubblico sull’economia. Da questo punto di vista, il tratto più significativo dell’esperienza 2001-2006 fu forse la nuova definizione della Cassa depositi e prestiti, di proprietà del Tesoro, nella quale fece entrare le Fondazioni bancarie (cedendo loro il 30 per cento) e dove collocò, oltre alle nuove società Infrastrutture e Patrimonio spa (vedi più avanti), anche il 30 per cento di Terna (energia elettrica) e il pacchetto pubblico di Eni ed Enel. Questa operazione gli consentì di metter fuori dal perimetro dei conti dello Stato la Cassa (in quanto banca che, investendo i denari raccolti nei 14 mila sportelli postali, opera come un qualunque altro istituto privato) e di fornire all’esecutivo un modo per intervenire nell’economia del Paese che Bruxelles non riuscì a considerare aiuto pubblico. Fu grazie a questo strumento preparato da Tremonti che Prodi poté poi accarezzare l’idea di portare nella Cassa il 30 per cento della rete telefonica e forse anche la rete autostradale e quella del gas (quello che Rutelli chiamò «un Iretto»).
• Sul fronte liberista, tra il 2001 e il 2006 Tremonti semplificò le procedure fiscali, varò aiuti per le imprese disposte a investire (Tremonti bis), abolì la tassa di successione, incoraggiò il ritorno dei capitali esportati all’estero nel mezzo secolo precedente con una lieve imposizione fiscale dagli effetti tombali: nel 2004 si poté valutare che avevano approfittato della legge 22 mila grandi ricchi, intendendo per tali i possessori di almeno un milione di dollari (che in Italia, secondo Merryl Linch, erano 188 mila).
• Sostiene da anni che l’espansione cinese in Europa va contrastata e che la produzione dell’Eurozona va protetta. Espose il suo pensiero su questi problemi in Rischi fatali (Mondadori 2005).
• Vendette sul mercato il residuo 3,5 per cento di Telecom e nel 2003 privatizzò l’Ente tabacchi italiano cedendolo, al termine di un’asta esemplare, alla British american tobacco (Bat) per 2,325 miliardi di dollari, la più grande privatizzazione in Europa di quell’anno e la seconda nel mondo (con quella sola operazione incassò i proventi previsti per tutte le privatizzazioni fino al 2004).
• Nel 2001 ha accusato il governo di centrosinistra di aver lasciato a quello di centrodestra un buco di 25 mila miliardi di lire, suscitando una polemica nella quale nessuno alla fine è riuscito a capire chi avesse ragione (hanno risposto a Tremonti con uno studio congiunto Visco e Giuliano Amato): «La vera storia del “buco”, nel bilancio ereditato dal governo Berlusconi nel 2001, è che dopo anni di ricerche e furibonde polemiche, quel “buco” non è ancora chiaro se ci sia stato» (Mario Sensini).
• Ha proposto la realizzazione di un euro di carta che sostituisca quello di metallo e che dia una diversa percezione del valore dell’euro (oltre a costar meno nella fabbricazione). Ha chiesto che la Ue emetta titoli per finanziare le grandi opere pubbliche e una sua proposta di adoperare la Banca centrale europea per finanziare i grandi lavori infrastrutturali e stimolare l’economia è stata accolta dalla Ue che nel settembre 2008 ha organizzato un gruppo di studio per valutarne la fattibilità.
• Fece preparare a Domenico Siniscalco una valutazione del patrimonio italiano per mostrare agli stranieri che mai e poi mai l’Italia potrebbe essere considerata insolvibile. Questo studio certificò che nel 2003 l’attivo patrimoniale italiano era di 1.771 miliardi di euro (con la collaborazione di Kpmg e Sviluppo Italia: sulle implicazioni di queste valutazioni vedi anche Giuseppe Guarino).
• Nel 2008, tornato a via Venti Settembre, propose una “Robin Hood tax” ai danni dei petrolieri, gonfi di profitti col prezzo del greggio a livelli record, e ha varato a tempo di record la Finanziaria: «È la prima volta che si fa a inizio agosto. È la prima volta che si fa per tre anni, come è riuscito in Francia anche a Sarkozy. È la prima volta che s’è evitato l’assalto alla diligenza». Franco Reviglio: «Approvare in meno di cento giorni una legge che evita di aumentare le tasse e attua i tagli necessari alla spesa pubblica con un orizzonte finalmente di lungo termine, rappresenta quella rivoluzione di metodo, tempi e contenuti indicata a più riprese da tanti, anche dal centrosinistra riformista».
• Poi fu la volta dei cosiddetti Tremonti bond, contributi in denaro anticrisi utilizzabili dalle banche al fine di garantire credito alle piccole e medie imprese.
• Nel 2008 ha pubblicato il libro La paura e la speranza (Mondadori), in cui analizzando il disastro finanziario provocato dai subprime e dagli eccessi in genere della finanza, e il crescere tumultuoso e rapinoso di nuove realtà economiche non sottoposte alle regole che governano i mercati occidentali, proclama la necessità di una rivalutazione dell’intervento pubblico e di una accorta politica dei dazi. Molti (stupiti) consensi da sinistra. Luca Ricolfi: «Prova a dirci che la fiducia nelle virtù del mercato non fa i conti con l’immensa inerzia che le riforme devono vincere, e che senza un deciso ribaltamento della cultura dei diritti non andremo da nessuna parte. Perché i grandi cambiamenti non si fanno dall’alto, come credono i tecnocrati illuminati, ma richiedono il sostegno e l’adesione dei popoli».
• Nel 2009 emanò un disegno di legge per creare la Banca del Sud, con l’intento di risollevare le sorti del Meridione. Prevenendo le critiche di chi lo accusava di rivolere una nuova Cassa del Mezzogiorno, Tremonti spiegò che le banche meridionali allora presenti facevano raccolta al sud senza creare impieghi, mentre «tutti i grandi paesi europei hanno banche regionali proprie» e che questa nuova banca sarebbe nata dal territorio «per poi confluire in una struttura unica, un modello disegnato dallo Stato ma realizzato dai privati».
• Dopo esser stato vicepresidente di Fi dal 2004 al 2009, nell’ottobre del 2012 ha fondato il movimento 3L (Lista, Lavoro e Libertà), stipulando in seguito un accordo elettorale con la Lega Nord per le Politiche e le Regionali del 2013. Una volta eletto senatore, ha aderito al gruppo parlamentare Grandi autonomie e Libertà.
• Il 21 marzo 2012 è stato indagato dalla Procura di Roma insieme al suo ex consigliere politico Marco Milanese (vedi scheda). L’accusa riguardava un appartamento in via Campo Marzio a Roma dove Tremonti avrebbe alloggiato da luglio 2010 a luglio 2011, il cui canone di affitto di 8.500 euro sarebbe stato pagato da Milanese, e i lavori di ristrutturazione da 250 mila euro da un imprenditore amico dello stesso, in cambio di nomine in aziende partecipate dallo Stato su cui decideva tutto il suo consigliere. Tremonti, saputa la notizia, abbandonò l’appartamento asserendo di aver accettato l’offerta della casa perché si sentiva spiato dalla Guardia di Finanza durante il suo soggiorno nella caserma romana. Il 28 marzo 2013 Milanese è stato condannato a 8 mesi di carcere. Per Tremonti il processo si è concluso con il patteggiamento della pena a quattro mesi di reclusione, convertiti in una pena pecuniaria di 30 mila euro e una multa di 10 mila euro.
• L’ultimo libro, Bugie e verità. La ragione dei popoli (Mondadori 2014), è un “j’accuse” circostanziato degli errori commessi dall’Italia al momento di entrare nell’euro: «Quell’operazione, condotta da Prodi e Ciampi, fu venduta come un merito dell’illuminata classe dirigente tricolore. In realtà, svela Tremonti, furono le industrie tedesche a premere sull’acceleratore: temevano la concorrenza della manifattura italiana, seconda in Europa e quinta nel mondo, resa più pericolosa dalle svalutazioni competitive della lira rispetto al marco. “Nel corso di una riunione ‘ad hoc’ sul lago Lemano”, scrive Tremonti, “gli industriali teutonici convinsero i loro banchieri a favorire a ogni costo l’ingresso dell’Italia, intrappolata e spiazzata dalla nuova moneta che si sarebbe dimostrata troppo forte per un’economia debole. (…) Delle particolari straordinarie operazioni finanziarie, e della connessa debolezza della posizione del governo italiano, gli altri governi europei erano perfettamente al corrente” al punto da imporci un cambio lira/euro molto penalizzante. “L’Italia non aveva tutti i numeri per entrare nell’euro fin da principio, ci è entrata alterando il suo bilancio”, accusa l’ex ministro» (Stefano Filippi) [Grn 26/3/2014].
• Vedovo. È stato sposato con Fausta Beltrametti. Due figli, Luisa e Giovanni.
Critica «Un cinicone straintelligente» (Renato Brunetta).
• «Dove troveremo un altro ministro dell’Economia che si adatta a dormire in caserma, a pedalare in Austria, a fare trekking in Valcamonica con Eridano Bossi e Roberto Libertà Bossi, pur di accudirne il padre? Che pranza a mezzanotte nella cucina allestita al ministero, per poi riprendere a lavorare davanti al caminetto e a un cognac? Che cita gli scritti di un giurista ignoto ai più, sino a farne una star dell’opposizione? Che rompe la liturgia di Cernobbio facendosi beffe dei soloni del lago? Che saluta polemicamente a pugno chiuso l’ex direttore dell’ufficio studi di Confindustria? Che parla confidenzialmente di Colbert ministro del re Sole come fosse un compagno di scuola? Qualcuno ha collocato il genio di Giulio Tremonti ai confini della pazzia. Nessuno ha mai potuto in buonafede negarlo» (Aldo Cazzullo).
• «Un politico ruvido, aspro, con una idiosincrasia per la mediazione» (Marco Ferrante).
• «In centinaia, forse migliaia di ore di presenza televisiva, non lo si è mai udito dire bene di qualcuno che non sia lui. Tremonti è perfino più tremontiano di quanto D’Alema – paradigma del politico intelligente ma egocentrico – sia dalemiano. Da ogni sua frase si intende che il magistero è suo, e gli altri stanno sotto. Non parla, corregge gli altri» (Michele Serra).
• «L’Italia è un paese bagnato da tre mari e prosciugato da Tremonti» (Rutelli nella trasmissione Che tempo che fa del 21 gennaio 2006, Tremonti replicò la sera successiva nello stesso programma che i mari erano quattro – Ligure, Tirreno, Adriatico e Ionio – e la barzelletta non funzionava).
• Giuliano Ferrara lo ha accusato a più riprese di aver tramato nell’ombra contro Berlusconi, accreditandosi presso le cancellerie europee allo scopo di prenderne il posto.
• Nel 2010 il Collettivo noiseFromAmeriKa, un gruppo di economisti italiani formato da Alberto Bisin, Michele Boldrin, Sandro Brusco, Andrea Moro, Aldo Rustichini e Giulio Zanella, criticò nel libro Tremonti. Istruzioni per il disuso (l’Ancora del Mediterraneo) la sua presunta pochezza e supponenza: «Visioni oniriche, frasi roboanti e la sicumera di essere l’unico al mondo investito, in modo misterioso, da una qualche sorta di conoscenza esoterica da usare per dispensare previsioni (solitamente apocalittiche) e offrire soluzioni magiche». Critiche ribadite l’anno successivo nella seconda edizione riveduta e ampliata del testo, uscita col sottotitolo e continuavano a chiamarlo Voltremont.
Frasi «Nel mio guardaroba ci sono solo abiti grigi cuciti da un sarto di provincia».
• «Nella mia vita non ho mai incontrato un gay scemo».
• Il suo peggior difetto? «Essere simpatico» (da un’intervista di Giovanni Minoli).
Religione Crede in Dio? «Sì».
Vizi Ama andar per funghi («è il golf dei poveri»), è un patito della montagna (una volta si presentò con gli scarponi in Sardegna, alla villa di Berlusconi La Certosa), da giovane fu anche un provetto sciatore: «La mia carriera si è interrotta in quarta ginnasio, quando mi sono rotto un ginocchio, ho messo gli occhiali e sono stato rimandato a ottobre in tre materie: latino, greco e matematica» (a Elena Polidori).
• Apprezza Madonna e Laura Pausini.