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 2017  dicembre 15 Venerdì calendario

• Ponte Lambro (Como) 13 luglio 1943. Dirigente sportivo. Politico. Dall’11 agosto 2014 presidente della Federazione Italiana Giuoco Calcio (eletto con il 63,3 per cento dei voti contro il 33,9 dello sfidante Demetrio Albertini). Dal 1999 al 2014 presidente della Lega Nazionale Dilettanti (Lnd).
• Diplomato in Ragioneria, ha lavorato come dirigente di banca. Sindaco di Ponte Lambro per quattro legislature consecutive, dal 1976 al 1995 (eletto con la Democrazia Cristiana). Entrato nella Lega Nazionale Dilettanti nel 1987: dal 1992 al 1996 vicepresidente nazionale, dal 1999 presidente. Dal 2009 al 2014 anche vicepresidente vicario della Figc dopo esserne stato vicepresidente federale dal 2007.
• Diventato improvvisamente noto il 25 luglio 2014 quando, presentando ufficialmente la sua candidatura alla guida della Figc durante un’assemblea della Lnd, parlò così della presenza da lui ritenuta eccessiva, di giocatori stranieri nei campionati italiani: «Le questioni di accoglienza sono un conto, le questioni del gioco sono un altro. L’Inghilterra individua dei soggetti che entrano, se hanno professionalità per farli giocare, noi invece diciamo che “Opti Pobà” è venuto qua, che prima mangiava le banane e adesso gioca titolare nella Lazio e va bene così. In Inghilterra deve dimostrare il suo curriculum e il suo pedigree». Tavecchio si scuso subito dopo per le frasi, da molti ritenute razziste a causa del’associazione tipica delle peggiori e volgari associazioni tra neri e animali: «mi riferivo al curriculum e alla professionalità richiesti dal calcio inglese per i giocatori che vengono dall’Africa o da altri paesi. Se qualcuno ha interpretato il mio intervento come offensivo, me ne scuso. Tra l’altro la mia vita è improntata all’impegno sociale, al rispetto delle persone, tutte, e al volontariato: in particolare in Africa», disse.
• In seguito alla frase su Opti Pobà e le banane fu riproposta dai media una sua intervista a Report, del maggio 2014, in cui si esprimeva riguardo l’intenzione di voler riformare il calcio femminile, e diceva: «Noi siamo in questo momento protesi a dare una dignità anche sotto l’aspetto estetico della donna, nel calcio». «In che senso?», chiedeva la giornalista. «Eh, perché finora si riteneva che la donna fosse un soggetto handicappato rispetto al maschio, sulla resistenza, sul tempo, sull’espressione atletica, e abbiamo riscontrato che sono molto simili».
• «A sentirlo parlare in tv vengono i brividi (a parte le banane, il pedigree serve a identificare l’albero genealogico degli animali), sembra di essere tornati indietro di cinquant’anni (…) È il trionfo dello status quo, di Claudio Lotito (suo grande sponsor), di Adriano Galliani (Barbara Berlusconi aveva provato a opporvisi ma è stata zittita), di Andrea Abodi (ex dirigente di Media Partners Group di Marco Bogarelli, che oggi è presidente di Infront Italy, la società che gestisce i diritti tv del calcio), di Maurizio Beretta, presidente della Lega di serie A e responsabile della struttura Identity and Communications di UniCredit (la banca che possiede quote della Roma), di Franco Carraro, ex presidente del Coni, di Antonio Matarrese, ex presidente della Figc (…) Insomma, Tavecchio è così debole da mettere tutti d’accordo: il candidato ideale per non cambiare nulla e mantenere il potere costituito. Valori veri, italiani, con pedigree certificato» (Aldo Grasso) [Cds 27/7/2014].
• «Dio ci conservi questo Carlo Tavecchio, dirigente sportivo settantenne capace di resistere al razzismo anagrafico e al conformismo ideologico, e di rispondere, a chi vorrebbe fargli fare autodafé per una frase forse non meravigliosa, con una frase certo meravigliosa: “La coscienza non è pubblica”» (Camillo Langone) [Foglio 2/8/2014].
• «Uomo di calcio, Tavecchio. Ma soprattutto d’affari. Uno che in tempi di crisi ha capito come restare con i piedi per terra, anzi nell’erba, meglio se omologata. È lì, sui manti erbosi degli stadi, che si gioca la sua carriera, lì ha coltivato gli interessi del calcio e di una stretta cerchia di manager. Tutti con un posto d’onore alla grande tavola rotonda della sua Lega. In meno di 10 anni, Tavecchio ha fatto della Lnd il cuore pulsante del calcio italiano: da sola muove il 99 per cento del calcio nazionale e oltre un miliardo e 500 milioni di euro tra tesseramenti e iscrizioni ai campionati. Fu lui a intuire che soppiantando i campi in terra avrebbe portato nelle casse della Lega una montagna di soldi. I numeri gli hanno dato ragione: ogni terreno costa in media 500 mila euro, omologarlo 5 mila. Ne sono stati montati oltre mille. Tutti collaudati dalla Labosport, la sola azienda autorizzata a testarli per conto della Lnd. Un business che si tramanda di padre in figlio. Roberto Armeni, technical manager della Labosport, detiene il 40% delle azioni. Il padre, Antonio Armeni, dal 2003 e su ordine di Tavecchio, è capo supremo della Commissione impianti in erba sintetica della lega. In poche parole, Armeni senior fa il regolamento delle omologazioni, Armeni jr li testa in laboratorio. Conflitto di interessi? “Sono solo polemiche – si difende Antonio Armeni – la Labosport era uno dei laboratori Uefa. Abbiamo optato per loro su indicazione dei vertici del calcio”» (Lorenzo Tondo) [Rep 2/7/2014].
• Il 16 settembre 2011 un articolo pubblicato sul Venerdì di Repubblica riportava un’interrogazione parlamentare presentata un anno prima dal deputato del Pdl Amedeo Laboccetta, in cui venivano citate cinque condanne penali a carico di Tavecchio, avvenute tra il 1970 e 1998. «Tavecchio è stato processato e condannato cinque volte: condanna a 4 mesi di reclusione nel 1970 per falsità in titolo di credito continuato in concorso, 2 mesi e 28 giorni di reclusione nel 1994 per evasione fiscale e dell’Iva, 3 mesi di reclusione nel 1996 per omissione di versamento di ritenute previdenziali e assicurative, 3 mesi di reclusione nel 1998 per omissione o falsità in denunce obbligatorie, 3 mesi di reclusione nel 1998 per abuso d’ufficio per violazione delle norme anti-inquinamento, più multe complessive per oltre 7.000 euro. Con delle credenziali del genere non poteva che essere consulente del ministero dell'Economia per problematiche di natura fiscale. Chi meglio di un condannato per evasione? Nessuno, ovvio» (Emiliano Liuzzi) [Fat 3/7/2014].