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 2017  dicembre 13 Mercoledì calendario

• Cesena (Cesena e Forlì) 5 ottobre 1928. Pittore.
• Uno dei maggiori artisti italiani della generazione che esordì agli inizi degli anni Cinquanta, scegliendo la strada del realismo nell’ambito del dibattito tra astratti e figurativi dell’immediato dopoguerra. Nel 1948 arrivò a Roma, dove conobbe Vespignani e Guttuso.
• «Vespignani allora faceva ancora dei disegni a china, faceva le periferie che ricordavano Grosz ma erano idee nate a Roma subito dopo la guerra. Io, che avevo cominciato a disegnare da bambino, mi ero orientato prima verso Sironi, Rosai, Lorenzo Viani. Poco alla volta mi avvicinavo al Pci, a critici come Morosini, De Grada, Del Guercio, Micacchi, ma per tre anni è stata importante l’amicizia con Renato Guttuso, continuata anche dopo. Cercavano tutti di costruire un discorso sul neorealismo, ma se nel cinema funzionava in pittura no, si era tutti un poco eterodossi, anche dopo che nel 1948 Togliatti aveva stigmatizzato su Rinascita proprio la pittura astratta».
• Nel 1956 Enrico Crispolti coniò per lui la definizione di “realismo esistenziale”. Ma Sughi ha datato la vera origine della sua pittura a partire dal 1958. «Il quadro dove divento veramente io è La maschera al cinema del 1958. Qui c’è la pittura italiana, l’America, il mondo moderno. Allora ho incontrato la città, la vita di oggi, ho potuto esprimere la mia identità, l’aspetto più profondo di quella che oggi chiamano poetica. Prima era stata una ricerca affannosa per trovarmi. Ho tenuta quella ricerca precedente in una zona d’ombra, l’ho considerata come un tirocinio, la scuola che ho fatto per arrivare a me stesso».
• Dipinge quadri di grande formato «perché in una grande tela mi sembra che possa accadere di tutto, il viaggio nel grande quadro mi appassiona, o anche quello che si fa attraverso una serie di pitture. Ho dipinto molti racconti, lo spazio dei bar e quello dei cinema, l’uomo o la donna al tavolino oppure l’uomo col cane, lo spazio di giardini misteriosi sospesi nel tempo e quello della solitudine della politica. Lascio la penombra, non definisco, anche perché la pittura non finisce in se stessa, continua negli occhi di chi guarda e sarà lui ad aggiungere o togliere qualcosa da quello che il pittore avrà messo sulla tela» (a Carlo Arturo Quintavalle).
• «Da bambino, disegnavo. Mia madre, che era dotata di un forte intuito, probabilmente aveva immaginato di realizzare, attraverso suo figlio, il sogno segreto che si portava dentro: essere lei stessa un’artista. Ricordo che mise nella sua borsetta di pelle il mio primo disegno. Io continuavo a dipingere tutti i giorni, per ore e ore: spesso nel tinello. Lei mi sbirciava da una finestra della camera da letto, arrivava all’improvviso e cercava di darmi dei consigli. Poi, crescendo, cominciai a pensare ad altro: agli amici, alla bicicletta, alle ragazzine. E la passione si attenuò fino a dileguarsi». (a cura di Lauretta Colonnelli).