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 2017  dicembre 14 Giovedì calendario

• Sanluri (Cagliari) 6 agosto 1957. Politico. Presidente della Regione Sardegna (dal 2004). Imprenditore. Fondatore di Tiscali (la leggenda dice che fosse un riparo dei Nuragici dalle orde sanguinarie dei Fenici). Proprietario dell’Unità. «C’è gente che spende soldi per un cappottino vintage. Io ho comprato un giornale vintage». Ha nominato direttore Concita De Gregorio (vedi).
Ultime Candidato alla segreteria regionale del Pd, nel 2007 fu sconfitto da Antonello Cabras. Contestò il risultato («fra me e lui ci sono meno di 4 mila voti di differenza su 110 mila votanti. E più di 4 mila sono le schede nulle: quasi tutte riportano chiare indicazioni su liste con il mio nome»).
• Indagato, con altre dieci persone, nell’ambito dell’inchiesta sulla gara da 56 milioni di euro per la pubblicità istituzionale della Regione, assegnata all’agenzia Saatchi&Saatchi e poi annullata dalla stessa amministrazione in seguito al parere di una commissione istituita dal Consiglio regionale su richiesta dell’opposizione.
• Nel gennaio 2008 accettò l’arrivo di rifiuti dalla Campania, causando forti critiche e un assedio alla sua villa con scontri e cariche della polizia. In maggio ha acquistato il quotidiano l’Unità, evitando così che la proprietà passasse agli Angelucci (già editori di Libero e il Riformista), non graditi alla redazione: «È un giornale a cui sono legato dalla mia storia politica e personale: fu fondato da Antonio Gramsci, che era sardo come me». In agosto ha nominato poi direttore la giornalista Concita De Gregorio, fino a quel momento inviata di Repubblica.
• Fa parte, con Chiamparino, di quel gruppo di autorevoli dirigenti periferici del Pd che viene contrastato dai notabili locali del partito, troppo spesso delusi nelle loro aspettative lottizzatrici. Forti tensioni soprattutto nell’estate 2008.
Vita Figlio di Egidio, edicolante, impresario di pompe funebri, poi commerciante, e Gigetta Spada. «Nonno era gerunnaderi: non possedeva niente, oltre le sue braccia. Piccolo, scuro, i piedi avvolti negli stracci: le calze erano già un lusso. Viveva in una casa a un piano, in cucina la camera da letto. Non mangiava a tavola, ma davanti a uno sgabello basso. Trebbiava, potava in vigna, faceva guardianìa. “Chi non miete spigola”, mi diceva. Lui spigolava, raccoglieva quel che rimaneva delle spighe. E in autunno andava a cercare su scricchilloni, piccoli raspi d’uva. Non l’ho visto mai triste».
• Studiò dai padri Scolopi, la grande istituzione di Sanluri, prese la maturità classica, poi la Bocconi. Il padre morì che era al primo anno d’università. «La madre, a cinquanta e passa anni, prese la patente per andare a cercare prodotti ai mercati generali di Cagliari, mentre Renato cominciò la spola con il paese per portare a termine il supermercato lasciato a metà dal padre. Finito quello, ne costruì un altro e poi un altro ancora. A Milano si era sposato con una compagna di liceo iscritta a Medicina. Il loro primo appartamento era in via Pontaccio 1, poi si trasferirono dalle parti di via Pacini, zona Lambrate. Intanto arrivava la laurea, la Sardegna era sempre più vicina, nuovi supermercati crescevano. Fino ai 29 anni. I suoi compagni di corso trovavano posto nel mondo della finanza e Milano guardava Wall Street. La prima società finanziaria che lo assunse lo licenziò dalla sera alla mattina. Nella seconda andò meglio. Tirava il vento della liberalizzazione valutaria, si cominciava a investire all’estero, ma quella volta si licenziò lui: pensava di mettersi in proprio, magari inventarsi una boutique finanziaria. Così, ancora una volta, prese la rincorsa dalla Sardegna e dal mondo che meglio conosceva per realizzare un po’ di contante. “Il cantiere mi affascinava, ogni volta immaginavo una cattedrale rinascimentale: prima non c’è nulla, poi arrivano centinaia di persone con esperienze e culture diverse che condividono le loro esistenze mentre il vuoto si riempie di un’opera maestosa: quando il progetto è ultimato, si salutano e vanno a incontrare gente nuova, nuovi mondi, un’altra cattedrale da costruire”. Ma questo era solo nella sua immaginazione: in realtà come ti muovevi pestavi i piedi a qualcuno “e anche se avevi le carte in regola ti sembrava di violare qualcosa”. Caduta la cortina di ferro che separava l’Occidente dall’Est europeo, con i soldi guadagnati in Sardegna decise di costruire centri commerciali a Praga, una catena, forse, da vendere ai tedeschi. Caduta la cortina, cresceva però qualcosa che nessuno sapeva dove andasse: una rete che voleva abbracciare il mondo fornendo informazioni attraverso le linee telefoniche. Un altro sardo, Nicky Grauso, si era inventato Video on line: poteva essere la strada per realizzare il sogno della boutique finanziaria? “Grauso mi disse: ti do la licenza, prova a Praga, se funziona ne parliamo”. Era già nato Czeck on line quando Grauso vendette la sua creatura a Telecom Italia. Qualche mese dopo la licenza venne revocata. “A quel punto avevo otto linee telefoniche e non sapevo dove sbattere la testa: butto via tutto o continuo in un’impresa disperata?”. L’impresa riuscì grazie a Inter Sputnik, un satellite russo che permise la connessione con gli Stati Uniti. A Praga lasciò un amico di Oristano e tornò a seguire gli affari in Sardegna. Le cattedrali sorgevano ancora, ma tra mille ostacoli. “Se ero in crisi chiamavo Praga e mi tiravo su”. E le crisi dovevano essere profonde se, come racconta il fratello Emanuele, “una sera la chiamata durò dalle otto alle quattro del mattino”. “Riuscissimo a fare in Sardegna quello che abbiamo realizzato a Praga!”, diceva Renato chiudendo la comunicazione. Nel 97, mentre stava ristrutturando il negozio della madre per trasformarlo nel suo buen ritiro sanlurese, si cominciò a parlare anche in Italia di liberalizzare le telecomunicazioni. Si apriva d’incanto la possibilità di competere con Telecom in Sardegna, di diventare, magari, il numero uno dell’isola per la telefonia. “Avevo in mente gli errori di Video on line, quello, ad esempio, di pensare subito globale. Lavorai allora per creare un forte radicamento nell’isola”. L’Italia era lontana, ma fu l’immediato passo successivo. E subito dopo l’Europa. Le cose dovevano maturare, impressionante è che maturavano in pochi mesi, addirittura settimane. “Gli altri sembravano non capire e nessuno ti metteva i bastoni fra le ruote”. Da capire non c’era solo il nuovo business, era lo stesso capitalismo che stava cambiando: “Internet mette in gioco gli emarginati. Se hai un’idea puoi avviare un’attività senza grossi investimenti. Se sei fuori dal mondo, puoi competere alla pari con gli altri, perché le distanze non esistono più”» (Pier Luigi Vercesi).
• «C’è stato un periodo in cui lei risultava il più ricco d’Italia. “È stata una cosa assurda. A causa della bolla finanziaria che riguardava tutto il mondo le mie azioni in Tiscali valevano un sacco di soldi. Se le avessi vendute avrei portato a casa una quantità enorme di soldi. Ma io ero innamorato più del mio progetto che dei soldi. Dell’idea di costruire un’impresa di telecomunicazioni europea partendo da un’isola”» (da un’intervista di Claudio Sabelli Fioretti).
La politica Da presidente della Regione Sardegna ha varato il Piano paesaggistico regionale, che impone vincoli più severi allo sviluppo edilizio sulle coste dell’isola (fu preceduto, come uno dei primi atti della sua amministrazione, da un provvedimento provvisorio che prevedeva lo stop al cemento in una fascia di due chilometri dalle coste). Poi «ha istituito una sorta di tassa sul lusso di terra, di mare e di cielo – ville, yacht e jet – dei non sardi, beccandosi dal centrodestra almeno l’epiteto di “comunista”» (Alberto Statera). Nel 2008 la Corte Costituzionale l’ha giudicata illegittima.
• Membro del Comitato nazionale del Pd.
Frasi «Quando ho cominciato a dare Internet gratis, gli altri mi guardavano come se fossi matto. Si perdono i soldi dell’abbonamento, dicevano, bisogna coprire i costi. Non avevano capito che nell’economia a rete bisogna promuovere l’abbondanza, la scarsità è una vera e propria iattura».
• «Non esistono i liberatori, ma i popoli che si liberano».
• «Invece di emigrare, esportiamoci».
• «La Sardegna non avrà più ostacoli. Io sono la dimostrazione che con Internet pure un uomo di media intelligenza, proveniente da un’area disagiata del Paese, può fare qualcosa di buono. La dimostrazione che la mia terra non è necessariamente periferia».
• «Abbiamo bloccato le assunzioni, incentivato l’esodo, chiuso comunità montane, consorzi, società, enti. Abbiamo dimezzato le auto blu, siamo intervenuti sulla spesa farmaceutica e sanitaria. In due anni il deficit è passato da 1.300 a soli 170 milioni di euro. Ma i soldi non ci bastano. E a chi li dobbiamo chiedere? Ai disoccupati? Centinaia di migliaia di seconde case sulle coste, yacht e mega-yacht nella nostra regione, utilizzano risorse ambientali scarse. Non è giusto che diano un contributo alla fiscalità generale?».
• «Io non sono mai stato comunista. Per certa gente basta essere liberali per diventare comunista. E intanto loro tengono nello studio il busto di Mussolini...».