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 2017  dicembre 12 Martedì calendario

Michele Soavi

Biografia di Michele Soavi

• Milano 3 luglio 1957. Attore. Regista. Cresciuto professionalmente con Dario Argento, firmò la prima regia nell’87 con Deliria, cui seguirono altri film di paura e il noir Dellamorte Dellamore (1994), dal romanzo di Tiziano Sclavi, grande successo negli Stati Uniti (Quentin Tarantino lo definì «Il regista italiano di miglior talento»). Dopo una collaborazione con Terry Gilliam (gli affidò la seconda unità de Le avventure del barone di Münchhausen e poi dei Fratelli Grimm), ha iniziato a lavorare con la Taodue di Pietro Valsecchi dirigendo le storie di Ultimo (Ultimo-La sfida, Ultimo-L’infiltrato, Ultimo 4-L’occhio del falco), l’epopea di Mario Nero, testimone di un omicidio di mafia (Il testimone con Raoul Bova), Uno bianca con Kim Rossi Stuart, le vicende delle Br (Attacco allo Stato), del serial killer Donato Bilancia (Ultima pallottola), l’omaggio ai caduti in Iraq (Nassiriya-Per non dimenticare). Nel 2006 è tornato al cinema con Arrivederci, amore, ciao. Da ultimo Il sangue due vinti, film tratto dal best seller di Giampaolo Pansa. «Sono sempre stato attratto dal raccontare verità scomode, come ho fatto con Nassiriya, o con il film sulle nuove Brigate rosse» (da un’intervista di Silvia Bizio).
• Nel 2013 ha diretto Adriano Olivetti – La forza di un sogno (Raiuno), miniserie incentrata sulla storia di suo nonno, interpretato da Luca Zingaretti. «Adriano Olivetti era mio nonno e per me, che vengo dal “poliziesco” e dall’“horror”, questa fiction aveva un aspetto particolarmente delicato: avevo il timore di rompere un vaso di cristallo. Avevo assorbito la figura di Olivelli dai racconti di mia madre, Lidia, e di mio padre, lo scrittore Giorgio Soavi, che mi avevano narrato del suo amore per il cinema, della sua irresistibile attrazione per la bellezza (di un paesaggio, di un quadro, di un libro), delle sue esplosioni di felicità seguite, talvolta, da assopimenti (…) È un fatto che i servizi segreti americani erano molto attenti a Olivetti, di cui temevano la filosofia industriale. È un fatto che contro la sua azienda ci fosse l’assedio di un certo capitalismo italiano. Ed è un fatto che non si muore a 59 anni, all’improvviso, benché bersagliato da superstress. Non ci fu un attentato: sulla sua morte abbiamo mantenuto la cosa ambigua» (a Paolo Calcagno) [Unt 27/10/2013].