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 2017  dicembre 12 Martedì calendario

• Roma 4 agosto 1949. Artista.
• «In una lontana notte surrealista, durata trenta mesi, ha immaginato una scrittura che (forse) non si legge e un mondo che (forse) non si vede, con uomini che diventano tenaglie, uova che volano, alberi capovolti, zoologia vegetale, insetti e coccodrilli. Ne ha fatto una Enciclopedia fantastica, spiazzante e inservibile che assomiglia al mondo reale quanto un sogno assomiglia al mistero dei miraggi. Si chiama Codex Seraphinianus, è un mondo bidimensionale, una sequenza di invenzioni colorate, pubblicato nell’81 tra i volumi luccicanti di Franco Maria Ricci che ammirava i mondi fantastici di Jorge Luis Borges e li declinava in caratteri Bodoni. Da quei tempi nero&oro il Codex (che affascinò Italo Calvino e che Federico Zeri definì un incanto eccentrico) è entrato nella leggenda dei piccoli universi paralleli. Le circa trentamila copie che da allora circolano nel mondo, sono introvabili. Ma hanno lasciato una scia indelebile, che smaterializzandosi si è ricomposta nel passaparola della Rete. Decine di siti nel mondo riproducono le sue tavole a colori e le sue pagine fitte di calligrafia inventata» (Pino Corrias).
• Iniziò un pomeriggio del 1976: «Mi chiama un amico e mi dice: passo a prenderti che andiamo al cinema. E io senza sapere bene perché gli dico: no resto a casa, devo fare un’Enciclopedia. E quando metto giù il telefono, comincio davvero a disegnare. Comincio da un uomo, poi un cacciavite, una foglia, un ingranaggio. E scrivo, riga dopo riga, didascalie immaginarie, scivolando in automatico: segni danzanti e pause bianche... Una tavola dopo l’altra, senza sbagliare mai, per giorni, settimane, mesi».
• «C’è addirittura un ex crittografo della Marina militare americana, tale Jim Marshall, che nel suo sito sostiene di aver trovato la chiave del Codex: digitando qualunque parola nella finestra interattiva, compare la traduzione in lingua serafinica. E c’è un sito canadese che oltre a mostrare le ascendenze magiche delle tavole, conferma ai suoi navigatori che Luigi Serafini esiste davvero, abitava un tempo in Italia, ha molto viaggiato e probabilmente vive ancora oggi in un punto qualunque del pianeta. Naturalmente il Codex non ha alcuna traduzione plausibile se non quelle che lo sguardo gli attribuisce. Ma almeno una chiave esiste. È la storia della sua storia. Le molto divertenti avventure di Luigi Serafini. Che nasce architetto di case immaginarie, ma poi diventa artista e viaggiatore di tre viaggi, come tre onde del destino, l’America, l’Oriente, l’Africa. Cominciando dal primo biglietto aereo della sua vita, anno 1971, destinazione New York, via Amsterdam. “Partivo da una vita molto polverosa, famiglia borghese, liceo agli Scolopi, niente colori. All’improvviso mi esplodono davanti i canali luccicanti di Amsterdam e poi le verticali della santa America, con le sue nervature elettriche e anche lisergiche, Timothy Leary, gli autobus Greyhound, Chicago, le comuni hippy, le utopie abitative, Fourier, le cupole geodetiche di Paolo Soleri. Tutto era eccitante, nuovo, come se il mondo ricominciasse davanti ai miei occhi, rifiorisse, mutasse proporzione e luce, comprese le tristi strade dell’Alabama dove da tre anni era stata abolita la segregazione”. Dopo gli oceani d’America, la rotta terrestre verso Oriente, l’Ararat, e poi seguendo l’Eufrate e il Tigri fino all’antica Babilonia. Il sole, il deserto, lo spazio. Tutto a forzare, per contrasto, i confini della vita ordinaria e a scardinarli per sempre. Così Serafini finisce Architettura e apre uno studio di una stanza e mezza in piazza di Spagna, finestra davanti alla cupola della chiesa Sant’Andrea delle Fratte del Borromini, con un socio che nel tempo libero cattura ragnatele, le stende su tele bianche e le immobilizza con il fissativo. Poi viene l’Africa. Dove tutti i misteri del colore si sciolgono e i mondi si moltiplicano e le metamorfosi si intrecciano. “Conosco a Roma un nero enorme, elegantissimo, ricchissimo, trafficante di diamanti. Mi dice che ha un terreno a Brazzaville, nell’ex Congo francese, e mi offre di disegnargli la villa. Io accetto, lui sparisce. Ricompare sei mesi dopo. Si è trasferito a Abidjan, in Costa d’Avorio. Mi spedisce un biglietto aereo. All’aeroporto trovo una limousine. Mi consegnano un altro biglietto, e un visto”. A Brazzaville ci sono militari ovunque e una piccola guerra in corso tra filo cinesi e filo sovietici con elicotteri in volo, cibo e musica nelle strade, e pallottole danzanti. Va a visitare il terreno che è coltivato ad arachidi e ci sono zebre in lontananza. Sale su una piroga per risalire il fiume Congo. Quando approda, viene circondato e arrestato da una pattuglia in mimetica. Finisce da solo in una grande cella, dove arriva un colonnello a interrogarlo, con gli occhiali a specchio. Si ritrova nei panni inspiegabili di un architetto romano che gira in piroga dentro a una guerra e lavora a ville inesistenti. “In effetti era tutto così surreale, così folle, che neanche mi spavento, ma rido. Rido talmente che mi prendono per matto e invece di fucilarmi fanno dei controlli sulla mia identità. Così compare una specie di console italiano che in realtà è un ingegnere dell’Agip, simpatico, milanese, che garantisce per me. Esco dal sogno, entro nella sua Mercedes”. Quando sbarca in Italia è per l’appunto il 1976 e dal disordine di tutte le vite e di tutte le forme che ha visto in transito, un giorno gli nasce “questo bisogno testamentario di lasciare un segno per sempre”. Il per sempre è il Codex. Più di trecento tavole, un migliaio di disegni, nessun significato. Dice: “Mi piaceva l’idea di giocare con la vita, di assecondare le continue trasformazioni dell’uomo e della natura. L’idea di non limitarmi a cambiare il mondo, come si diceva nelle piazze di allora, ma addirittura a inventare un altro da principio”. Lo finisce a metà del 1978. Impiega altri due anni a trovare un editore abbastanza pazzo da pubblicare un libro che costa dieci volte più di qualunque altro libro e che in compenso non si legge. “Quando arrivai da Franco Maria Ricci, racconta, mi sentivo come un salumiere esausto che gira con il suo prosciutto di marmo e cerca di venderlo a fette”. Ricci (invece) gli compra tutte le tavole. E poi le pubblica in due volumi, con cofanetto di seta nera, gioiello tipografico che su eBay, oggi, viaggia tra i 15 e i 20mila euro» (Corrias).
• Nel 2007 Sgarbi gli organizzò la grande mostra Luna-Pac Serafini, al Pac di Milano, con installazioni, dipinti a olio, sculture e disegni ludici e fantasiosi: dagli Hirundòmani, uomini-rondine migranti al profumo Dolce & Gabbiano, dalla statua di Teseo che balla con il Minotauro (il Minotango) al gruppo di grossi gomitoli dotati di gambe (la Famiglia Gomitoli), dai cervi luminosi alle galline con due teste, dai pesci-angeli alla donna-carota che dorme nel bosco in mezzo a coniglietti bianchi. Serafini la definì «un teatro» più che una mostra: «Come in un luna park, dove si passa da un gioco all’ altro, anche qui ci sono tante storie diverse». Vive e lavora a Roma, in una casa che guarda il Pantheon da tutte le finestre. «La sua casa è una versione semplificata del Codex. Contiene quadri seicenteschi riversati su alluminio e ricolorati a smalto, cervi azzurri con corna luminose, schermi al plasma, zebre e altri erbivori in plastica dentro a grandi teche di vetro. E un pianoforte nero a coda, circondato da poltrone gonfiabili, abbandonato otto anni fa dalla sua penultima fidanzata» (Corrias). (a cura di Lauretta Colonnelli)