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 2017  dicembre 19 Martedì calendario

• Palermo 1 dicembre 1964. Ex calciatore. Lanciato dal Messina, con la Juventus vinse nel 1990 Coppa Uefa e Coppa Italia. Nello stesso anno fu con 6 reti capocannoniere dei Mondiali (disputati in Italia con gli azzurri al terzo posto) e secondo nella classifica del Pallone d’oro (dietro il tedesco Lothar Matthäus). In tutto con la Nazionale giocò 16 partite segnando 7 gol. Dopo una sfortunata parentesi all’Inter, chiuse la carriera in Giappone. Detto “Totò”.
• «Cresciuto in un ambiente mica facile (“il Cep era un quartiere a rischio, però io ho sempre avuto il pallone in testa e quello mi ha evitato i guai”). Guai che Totò non nomina, ma che hanno sfiorato oltre al fratello (la faccenda delle gomme), pure il padre (accusato nel 1994, come dipendente dell’Amia, di abuso d’ufficio, peculato e interruzione di pubblico servizio) e il cugino Maurizio, anche lui calciatore (Licata e Lazio), finito in carcere nel 1993 per detenzione e spaccio di stupefacenti. Totò lo hanno salvato i gol: ne faceva tanti e bellissimi. E non gli bastavano mai. Spesso giocava due partite in un giorno, un tempo e mezzo coi giovanissimi, uno con gli allievi. Disse più avanti Francesco Scoglio, suo allenatore a Messina: “Aveva una voglia di fare gol che non ho mai visto in nessuno”. Forse perché l’Amat lo pagava a cottimo: 2.500 lire a rete e le reti non bastavano mai. A 25 anni sbarcò a Torino, ramo Juve, per rifare Anastasi. Anche nei giorni in cui Totò divorava la vita e la gloria con la sua vitalità rara, calciatore allo stato brado, tanto affamato di gol da mangiarsene anche di clamorosi, e comunque mai sazio, si respirava una saccente supponenza nei suoi confronti. Per quella sua lingua imperfetta, che aveva il fiatone fin dalla prima dichiarazione, mentre le sue gambe non la smettevano mai di correre. E le braccia di esultare. Un famoso “ti faccio sparare” che allora in bianconero rivolse al bolognese Poli alla fine di una partita e di un diverbio. Fu messo in croce, Totò, tra l’indignazione di tanti, per quella presunta istigazione e collusione mafiosa, ma quello era in fondo soltanto il suo slang di allora, il gergo di una cultura che aveva respirato, ma mai messo in tasca» (Cesare Fiumi).
• Dal 2000 impegnato con la scuola calcio Louis Ribolla, nel 2008 è stato chiamato a deporre come teste dell’accusa nel processo alla cosca mafiosa della Noce, che vedeva coinvolto il socio Eugenio Rizzuto. Non essendosi presentato per due volte, ha subìto un’ammenda di 200 euro. Infine in aula, incalzato dal pm convinto che avesse chiesto l’intervento dell’amico presso la “famiglia” in relazione a una serie di furti nella struttura sportiva, ha negato l’accaduto rischiando l’incriminazione per falsa testimonianza.
• Un primo matrimonio con Rita, e due figli (Jessica e Mattia). A giugno 2012 seconde nozze con Barbara. Nel mezzo, la terza figlia (Nicole) da un’altra relazione. «L’unico rammarico che ho è di non essere stato tanto presente come padre, per via di questo lavoro che ti porta in giro per il mondo. Adesso però, Mattia gestisce una scuola calcio a Sambuca di Sicilia, Jessica è a Milano e Nicole in Svizzera. Proprio per stare con la mia famiglia, ho deciso di non fare l’allenatore, perché voglio godermi la vita. Preferisco fare l’attore, il testimonial di eventi, o andare a Quelli che il calcio piuttosto che stressarmi su una panchina» (a Francesca Capizzi) [www.luciogiordano.wordpress.com 23/2/2013].
• Fu concorrente all’Isola dei famosi (2004), interpretò la parte di un boss nella terza stagione della serie tv Squadra antimafia (2011).
• Fumatore, «anche negli anni dell’agonismo» (Laura Anello) [Sta 15/5/2011].
• Aveva problemi di capelli: «Così mi sono fatto il trapianto. Cosa c’è di strano? Le donne si rifanno il seno o altro, io i capelli» (Capizzi, cit.).
• Visse anche una breve esperienza come consigliere comunale di Forza Italia, a Palermo, nel 2001: «Me lo chiesero alcuni miei amici, non seppi dire di no, anche se io di politica non ne ho mai capito niente e niente ne ho voluto capire. Ricordo due mesi di faticosissima campagna elettorale in paesi e borgate, poi quelle sedute infinite del consiglio comunale dove non si combinava niente. Dopo due mesi gli ho detto: sapete che c’è? Andate tutti affanc…» (Anello, cit.).