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 2017  dicembre 15 Venerdì calendario

• Napoli 12 febbraio 1937. Nome completo: Alberto Carlo Teodoro Umberto Bonifacio Amedeo Damiano Bernardino Gennaro Maria. «Io sono tirchio» (ai magistrati che lo interrogavano).
• Unico figlio maschio di Umberto II, re d’Italia (1904-1983) e di Maria José (1906-2001), regina d’Italia, nata Saxe-Coburgo Gota, principessa reale del Belgio. L’11 gennaio 1970 a Las Vegas (rito civile) e il 7 ottobre 1971 a Teheran (rito religioso) sposò Marina Ricolfi Doria dalla quale ha avuto Emanuele Filiberto.
• È, in linea dinastica, il successore al trono d’Italia, una volta che il Paese trovasse il modo di tornare alla monarchia (cosa che la Costituzione impedisce). Questo diritto, apparentemente indiscutibile, gli è stato tuttavia contestato più volte (anche a causa del suo comportamento) e da ultimo, formalmente, dalla Consulta dei senatori del Regno, che il 7 luglio 2006 lo dichiarò decaduto indicando in Amedeo di Savoia il successore. Vittorio Emanuele, secondo questo atto, si sarebbe escluso da sé sposando una non-nobile (Marina Doria) senza il consenso dell’ex sovrano. Il figlio di Vittorio Emanuele, Emanuele Filiberto, ha contestato, richiamandosi allo Statuto albertino e alla legge salica, la decisione in sé e il diritto formale della Consulta (un’associazione privata) a deliberare. Un’altra corrente di pensiero dice che Umberto II stesso pose fine alla monarchia dei Savoia facendo chiudere nella propria bara il sigillo reale.
• In base alla XIII disposizione transitoria della Costituzione italiana, Vittorio Emanuele visse in esilio fino al 15 marzo 2003. Abrogata dal Parlamento italiano quella disposizione (Vittorio Emanuele ed Emanuele Filiberto ebbero a giurare per iscritto e senza condizioni fedeltà alla Costituzione e al presidente della Repubblica, avallando l’inesistenza dei titoli nobiliari – così come scritto nella XIV disposizione transitoria – e dunque rinunciando anche al titolo di principe), tornò in Italia. L’accoglienza – a Napoli, aeroporto di Capodichino – fu assai poco cordiale: gruppi di varia estrazione politica salutarono i Savoia al grido di «Traditori» e «Jatevenne».
• Nel 2007 presentò col figlio una contestatissima richiesta di risarcimento danni allo Stato italiano per l’esilio, poi ritirata (260 milioni di euro oltre alla restituzione dei beni confiscati dallo Stato quando nacque la Repubblica italiana: vedi SAVOIA Emanuele Filiberto). «Negli anni Settanta ebbe noie grosse a causa d’un traffico d’armi scoperto dal giudice Carlo Mastelloni di Venezia ma fu il magistrato che finì per avere la peggio: venne trasferito a Roma, aveva osato ficcare il naso su affari che coinvolgevano lobbies troppo potenti e protette. Tutto si concluse nella solita bolla di sapone. Di certo, in quel giro c’era chi spendeva il nome di Vittorio Emanuele, e qualcuno gli avrà pur detto che poteva farlo: del resto, l’erede al trono dei Savoia si era fatto una reputazione vendendo allo Scià Reza Pahlevi, di cui era buon amico, elicotteri prodotti dal conte Corrado Agusta che poi riapparivano armati di tutto punto in Sudafrica, a Singapore, in Malesia, a Taiwan, triangolazioni che l’Onu metteva spesso sotto accusa. Lui si difendeva: sono solo un intermediario d’affari, vendo persino aerei da carico russo. Andò peggio una sera d’estate del 1978 in quel di Cavallo, isolotto per vacanze miliardarie e per faccendieri ozianti come Silvano Larini, amico di Silvio Berlusconi e cassiere dei conti segreti di Bettino Craxi. Vi erano affinità, diciamo così, da affiliazione: alla P2 di Licio Gelli, visto che il principevii figurava col numero 1621. Savoia e massoneria, un’antica storia di affari e intrallazzi, avevano scritto maliziosamente i giornali. Quanto a Larini, Vittorio Emanuele lo frequentava, e anche questa coincidenza, più tardi rivalutata da Mani Pulite, avrebbe dovuto allarmare chi non crede al caso e pensa sempre al peggio (Andreotti docet). Ma stavolta la cronaca si interessò di un’altra burrascosa amicizia, quella con Nicky Pende, playboy e figlio di uno dei medici più noti e ricchi di Roma: Vittorio Emanuele era geloso della bellissima moglie Marina Doria, quella notte si sbronzò e litigò furiosamente con Nicky a tal punto che scese sottoponte della sua barca e ne riemerse armato di un fucile. Sparò e colpì un giovanotto tedesco, Dirk Hamer. Era il 18 agosto del 1978. Il ragazzo non aveva vent’anni. Morirà, dopo atroci sofferenze (gli amputarono persino una gamba nel tentativo di salvarlo), il 7 dicembre. Fu una vicenda oscura. Ma qualche anno dopo, nel dicembre del 1991, al processo di Parigi fu assolto dalla Chambre d’accusation: niente omicidio volontario, solo una lieve condanna a 6 mesi con la condizionale per porto abusivo di arma da fuoco. Erano pure gli anni in cui l’opinione pubblica italiana cominciò a parteggiare per il rientro dei Savoia in Italia: “Ormai sono politicamente inoffensivi”. Vittorio Emanuele su questo concordava pienamente: ha sempre disprezzato politica e politici, al massimo gli potevano essere utili per i suoi affari da esule regale. Merito anche del discreto lavorìo diplomatico tessuto dalla madre, la regina Maria José, che culminò nell’incontro segreto a Ginevra con il presidente Pertini. Maria José era un’interlocutrice credibile, non aveva mai celato la sua disapprovazione nei confronti delle scelte di casa Savoia. Non seguì Umberto a Cascais, in Portogallo, rimase coi figli in Svizzera: la chiamarono “regina rossa” per le sue vaghe simpatie socialiste, la contestatrice di casa Savoia. Le sinistre decisero che era venuto il momento di ripensare alla XIII disposizione transitoria della Costituzione che vietava agli eredi maschi dei Savoia di rimettere piede in Italia, e poi Vittorio Emanuele aveva dichiarato pubblicamente di rinunciare al trono, di accettare la Repubblica italiana e la sua costituzione. La suoneria del suo telefonino era l’inno di Mameli. “Vorrei poter morire da italiano in Italia”, disse una volta, ma poi continuò a preferire la sua Villa Italia, in riva al Lemano (Ginevra). Tutto era pronto per il gran rientro. Ma forse non tutti lo volevano. C’era chi non si fidava della sua conversione repubblicana. L’occasione per verificarlo fu un lugubre anniversario, quello delle leggi razziali del 1938, sottoscritte dal nonno Vittorio Emanuele III. Il Tg2 volle intervistarlo. Gli chiesero: “Principe, cosa pensa di quella firma che suo nonno appose sotto il decreto delle leggi razziali volute dal Duce? Non crede che sia giusto scusarsi?”. Vittorio Emanuele arrossì come sempre gli capita quando si trova in difficoltà. In fondo è un timido. Farfugliò: “No, perché io non ero neanche nato”. Invece, a dire il vero, era nato l’anno prima, il 12 febbraio del 1937. Ma il punto era un altro: Vittorio Emanuele reclamava da anni il ritorno in Italia, si era persino rivolto alla Corte europea dei diritti umani di Strasburgo. Non riusciva però a sconfessare quel gesto, e quindi la Shoah. In verità, al principe mancava il senso della Storia, un vuoto culturale che lo metterà sempre con le spalle al muro. Provò a rimediare: “Quelle leggi non erano poi così terribili”. Giustamente scoppiò il putiferio» (Leonardo Coen). Il 27 maggio 2004, alla cena offerta dalla regina Sofia di Spagna, dopo le nozze tra Felipe e Letizia, sentendosi dare una pacca sulla spalla dal cugino Amedeo d’Aosta lo stese davanti a tutti con due diretti in faccia. Sdegno universale, articoli di esecrazione su tutta la stampa mondiale e scuse di Marina Doria.
• Il 16 giugno 2006 fu arrestato a Varenna (Lecco), su disposizione del gip Alberto Iannuzzi del Tribunale di Potenza, inchiesta e richiesta del pm Henry John Woodcock: lui e un’altra dozzina di indagati furono accusati di essere coinvolti, a vario titolo, in un presunto giro di tangenti per ottenere dai Monopoli di Stato certificati per l’installazione delle cosiddette «macchinette mangiasoldi», attività che avrebbe anche favorito il riciclaggio di denaro di provenienza illecita tramite «relazioni con casinò autorizzati e, in particolare, con il Casinò di Campione d’Italia». Operazioni rese possibili, dicono le carte della procura, da un «sistematico ricorso allo strumento della corruzione e del falso».
• Negli otto giorni trascorsi in carcere a Potenza, Vittorio Emanuele raccontò al suo compagno di cella e coimputato nella medesima inchiesta Rocco Migliardi (Messina 15 febbraio 1953) il delitto di Cavallo. Disse tra l’altro, riferendosi ai giudici francesi del processo: «Anche se avevo torto, devo dire che li ho fregati!». Spiegò come aveva preso il fucile e come aveva colpito con una pallottola «trenta zero tre» il giovane Hamer. In cella c’era però una microscopia e queste frasi finirono sul tavolo del giudice, che ascoltò anche il seguente giudizio su di sé e sui suoi collaboratori: «Sono dei poveretti, degli invidiosi, degli stronzi. Pensa a quei coglioni che ci stanno ascoltando... Sono dei morti di fame, non hanno un soldo, devono rimanere tutta la giornata ad ascoltare, mentre probabilmente la moglie gli fa le corna». In base a questa intercettazione, il gip Rocco Pavese si rifiutò di revocare il divieto d’espatrio imposto a un imputato così chiaramente pieno di «cinismo e disprezzo per la legittima attività investigativa e giurisdizionale». La moglie Marina Doria cercò di giustificare il marito dichiarando che certamente, mentre pronunciava quelle frasi, aveva bevuto.
• «Moglie davvero tradita quella di Vittorio Emanuele, il principe di Savoia che via cavo “ordinava” ragazze da trovare negli hotel di lusso. Molte di loro furono individuate, rintracciate, intervistate su gusti e abitudini del principe, ma soprattutto sulla sua sbandierata tirchieria. Ai fidi collaboratori che si preoccupavano della soddisfazione Reale, sua Altezza raccomandava infatti i prezzi modici: “Duecento euro e non di più!”» (Fiorenza Sarzanini).
• Nel luglio 2008 la Procura di Potenza ne ha chiesto il rinvio a giudizio per «associazione per delinquere finalizzata a commettere più delitti contro la pubblica amministrazione, la fede pubblica ed il patrimonio, in particolare un numero indeterminato di delitti di corruzione e falso». Sua reazione: «Finalmente potrò dimostrare la mia innocenza davanti a un giudice terzo». Nel corso dell’inchiesta, la Procura di Potenza ha trasmesso alle procure di Roma e Como, competenti per territorio, specifici filoni d’indagine. Il 27 marzo 2007 la Procura di Como ha archiviato il procedimento. Anche la Procura di Roma ha chiesto l’archiviazione dell’inchiesta sul presunto giro di tangenti ai Monopoli di Stato.
• Ora vedrebbe bene una strada con il suo nome a Potenza: «Certo, me lo devono! Era una città che non conosceva nessuno, l’ho lanciata io. Vorrei che mi dedicassero la strada che porta alla prigione. La targa la pago io, eh...» (a Laura Laurenzi).
• Su richiesta di Woodcock, il ministero della Giustizia italiano ha inoltrato a quello francese le intercettazioni sul delitto Hammer, anche se il principe le considera frutto di una grande menzogna. «Nella gamba di quel ragazzo sfortunato fu trovato un proiettile di P38, io impugnavo una carabina. Non sono chiacchiere, ma fatti. Sono stato assolto in Francia» [il Giornale 27/7/2011]