Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2017  dicembre 13 Mercoledì calendario

Ciro Sarno

Biografia di Ciro Sarno

• Napoli 25 marzo 1958. Pentito. Ex camorrista, fondatore e capo storico del clan omonimo. Detto “’o sindaco”, perché organizzò la spartizione delle case popolari dopo il terremoto dell’80, nel quartiere Ponticelli di Napoli, dove il clan si insediò dopo la dissoluzione della Nuova Famiglia, nata per contrastare la Nco di Cutolo (vedi). Finita la guerra con Cutolo, il clan Sarno si alleava con i Misso e i Mazzarella contro l’Alleanza di Secondigliano, e poi contro il clan costituito da Antonio De Luca Bossa (vedi).
• Il clan si specializza in droga, racket, usura, lotto clandestino, appalti, armi e rapine ai tir. Arrestato nel 90 in un circolo ricreativo, «i poliziotti della Narcotici devono far arrivare i rinforzi per respingere l’assalto delle donne che, dai balconi e dalle strade vicine, li bersagliano con pietre, piatti e bicchieri» (Simone Di Meo). Scarcerato a breve viene denunciato da un macellaio che si è rifiutato di pagare una tangente di 50 milioni di lire («malgrado fosse stato minacciato dai “picciotti” del boss con una bomba a mano» – Simone Di Meo), viene arrestato nel 92, per associazione camorristica e omicidio, a Marina di Tortora (Cosenza), dove si trova in vacanza insieme alla famiglia. Al comando del clan rimangono i fratelli Vincenzo, Luciano, Giuseppe e Pasquale, ma via via vengono arrestati tutti (tanto che nell’ultima relazione DNA il clan Sarno non è nemmeno nominato).
• Il suo pentimento è stato annunciato in aula il 28 settembre 2009, dal Pm Vincenzo D’Onofrio, depositando il verbale d’interrogatorio del 4 agosto precedente. «È una decisione definitiva, lo stavo meditando già da un po’ di tempo perché voglio definitivamente cambiare vita. Trent’anni di carcere fiaccano chiunque e la prospettiva di altri trenta non è sopportabile (…) La mia collaborazione determinerà un vero e proprio terremoto nel panorama criminale fra Napoli e provincia. Sono convinto che, con questo mio passo, il sistema Sarno può considerarsi finito (…) Nel corso di questi anni ho studiato per laurearmi, mi mancano pochi esami per acquisire il titolo di primo grado in Scienze dei beni storico artistici» [Rep 29/7/2009]. Prima di lui avevano deciso di collaborare il fratello Giuseppe, detto “Mussillo”,  e il nipote Salvatore [Rep 29/7/2009].
• Tra i reati più efferati confessati, la strage di Ponticelli del bar Sayonara (Napoli, quartiere Ponticelli, 11 ottobre 1989). Muoiono sei persone, quattro per errore (Gaetano De Cicco, Domenico Guarracino, Salvatore Benaglia, Gaetano Di Nocera). Mandante Ciro Sarno, obiettivo gli uomini del clan Andreotti. Ma i killer, che prima di agire avevano fatto il pieno di cocaina, sparano alla cieca. Ciro osserva tutto da lontano, sul tetto di un palazzo del parco Vesuvio, che domina su tutto il rione. Dall’ordinanza del Gip Antonella terzi, che nel gennaio 2011 ha ordinato la custodia in carcere di tredici affiliati de clan Sarno per l’eccidio: «Ho cercato invano nel mio limitato vocabolario aggettivi che potessero rappresentare i sentimenti suscitati dalla vicenda oggetto della richiesta cautelare. Nessuno, tra quelli che mi venivano alla mente (feroce, folle, crudele, insensato) mi è parso adatto a descrivere l’orrore di quel tragico tardo pomeriggio di un ormai lontanissimo novembre del 1989. (…) Quel che accade è davvero troppo. Ed è troppo persino per gli ideatori ed artefici del gesto, che ne ricevono o ne riportano la notizia con inusuale sgomento. “Le mani nei capelli” sono la visibile manifestazione di un raccapriccio cui non riescono a sottrarsi neppure delinquenti incalliti, già rotti ad ogni esperienza».
• «È uno degli episodi più eclatanti e che ancora mi pesa, anche in ragione del fatto che, sebbene sia stato il mandante dell’azione, di certo non volevo gli esiti che poi si sono avuti. […] Nell’incontrarmi con De Luca Bossa Umberto [ vedi, n.d.r.] pretesi da lui spiegazioni su come potesse essere successa quell’incredibile strage. Egli si giustificò dicendo che il suo obiettivo, Borrelli Antonio, era riuscito a colpirlo, inseguendolo fino a dentro la gelateria, per cui non era riuscito a controllare e a dirigere l’azione degli altri, che avevano sparato all’impazzata».
• Nel 98 fu lui a chiedere, nel corso di un’udienza, al fratello Vincenzo (vedi), all’epoca unico libero dei fratelli, di fare fuori Anna Sodano, essendo venuto a sapere che la donna aveva iniziato a collaborare con la giustizia. (a cura di Paola Bellone).