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 2017  dicembre 15 Venerdì calendario

• Como 2 febbraio 1957. Giornalista. Già condirettore accanto a Vittorio Feltri, dal 2010 direttore responsabile del Giornale. Prima a Libero (condirettore e poi direttore responsabile dal gennaio 2007 al luglio 2008).
• «Volto curiale (...) Adora le discese libere senza contraddittorio, soffre quando gli vengono poste delle obiezioni. (...) Nel giornalismo pratica l’arte della coppia. Vittorio Feltri impera, lui modera. Leggende redazionali narrano di protagonisti da pellicola fish and chips: il direttore è il poliziotto cattivo, il condirettore è il collega buono. Alessandro Sallusti è un uomo solitario negli affari. (...) Ha riesumato l’Ordine di Como, il quotidiano della curia soppresso nell’84. (...) Il giovane Sallusti incrociò la fede con la passione per la scrittura, era un liberal conservatore, mai una tessera di partito, né democristiano né comunista. I primi articoli con l’Ordine, poi la maturità al Sabato, il settimanale cattolico con Paolo Liguori e Renato Farina, infine l’Avvenire dei vescovi che riduce l’autostrada tra la casa di Como e la suggestione di Milano. La carriera di Sallusti s’è districata tra pilastri mobili: la trasversalità fatta persona, senza mai una tentazione a sinistra. Al Corriere della Sera nel ’94, da vicecaporedattore centrale, trascorse una notte insonne per confezionare la pagina sull’avviso di garanzia a Berlusconi presidente del Consiglio. Cronista durante Mani Pulite, vicedirettore al Gazzettino di Venezia, direttore alla Provincia di Como, condirettore a Libero. Un passo dietro Feltri, una parola avanti» (c.t.) [Fat 19/12/2009].
• Nel giugno 2011 venne sospeso per due mesi dalla professione: «Il provvedimento è stato adottato perché Sallusti ha consentito la collaborazione per il quotidiano di Via Negri del senatore Renato Farina radiato dell’Ordine nazionale per i suoi rapporti con i servizi d’informazione. Medesima sanzione, per lo stesso motivo, era stata adottata in precedenza nei confronti dell’ex direttore del Giornale, ora editorialista, Vittorio Feltri che aveva anch’egli ospitato gli articoli di Farina» (Cds 14/6/2011).
• Il 17 giugno 2011 fu condannato dalla Corte d’appello di Milano a 14 mesi di carcere per diffamazione a mezzo stampa riguardo a un corsivo pubblicato nel febbraio 2007 su Libero sotto lo pseudonimo di Dreyfus, considerato lesivo nei confronti del giudice tutelare Giuseppe Cocilovo, che aveva sporto querela. Il 26 settembre 2012 la Corte suprema di cassazione confermò la sentenza in via definitiva: «La vicenda che ha portato alla condanna di Alessandro Sallusti comincia in un giorno di febbraio del 2007. In un ospedale di Torino una ragazzina di appena 13 anni, che tutti chiameranno Valentina, si sottopone all’aborto del bambino avuto dal fidanzato 15enne. La vicenda finisce sui giornali, quasi tutti raccontano la storia di una scelta dolorosa, suggerita, forse imposta alla ragazzina dalla madre. Tranne Libero, che usa parole molto forti nell’accusare giudice e genitori. La ragazzina che rinuncia a diventare madre ha avuto a sua volta un’infanzia da incubo: orfana, sballottata da un istituto all’altro, dove subisce violenze prima dell’arrivo in Italia, viene adottata all’età di 8 anni. I genitori adottivi si separano dopo qualche anno, Valentina passa da una sbornia a un abuso di ecstasy. Resta incinta. Probabilmente non vorrebbe abortire, la circostanza non è chiara. In ogni caso la madre la convince e lei firma i moduli per la richiesta. Ma dopo l’intervento subisce un crollo psicologico, e viene ricoverata per esaurimento nervoso. La notizia esce il 17 febbraio, le ricostruzioni insinuano che la ragazzina era contraria, che non voleva perdere il bambino. E che per questo dopo l’aborto finisce ricoverata in Neurologia. Il giorno dopo la confusione si dirada, e i giornali, tra cui anche il Corriere, fanno chiarezza: non ci sarebbe stata alcuna costrizione, né un provvedimento del giudice per obbligarla ad interrompere la gravidanza. “Siamo intervenuti – chiarisce l’ufficio del giudice tutelare di Torino – perché i genitori sono separati e il padre non era informato. Sul piano legale, questo caso così doloroso è uguale a quello di qualsiasi minorenne che voglia interrompere la gravidanza senza il consenso dei genitori: valutiamo la situazione, i suoi motivi, e se sono validi la autorizziamo a decidere autonomamente”. Il giudice tutelare si è quindi limitato a prendere atto della decisione di madre e figlia, sostituendo il padre per quanto concerne l’autorizzazione, come del resto prevede la legge. Libero, all’epoca diretto da Sallusti, racconta invece un’altra storia. E con un commento firmato Dreyfus, trafigge la vicenda con una serie di giudizi sferzanti. Per Dreyfus, pseudonimo che secondo alcune ipotesi celerebbe Renato Farina, “il magistrato ha ordinato un aborto coattivo”, la madre e il padre (che in realtà era all’oscuro di tutto) avrebbero voluto “cancellare con bello shampoo di laicità” l’amore di una giovane madre per il bimbo. Mentre il medico avrebbe “stirpato il figlio e l’ha buttato via”. Per poi concludere con un augurio: “Se ci fosse la pena di morte, se mai fosse applicabile, questo sarebbe il caso. Al padre, alla madre, al dottore e al giudice”. Frasi che non sono piaciute al magistrato Giuseppe Cocilovo, che ha presentato una denuncia per diffamazione. Ne è seguita la condanna in primo e secondo grado, e il sigillo della Cassazione. Che, caso raro, non concede neppure la sospensione condizionale della pena» (Antonio Castaldo) [Cds 26/9/2012].
• «Quel ramo del lago di Como, stavolta, si affaccia sulla settimana di passione del molto comasco Alessandro Sallusti, l’ex direttore del Giornale (fresco di dimissioni) cui la quinta sezione penale della Cassazione ha confermato la condanna a quattordici mesi di carcere (senza condizionale) per la diffamazione di un giudice in un articolo sull’aborto di una minorenne – articolo pubblicato nel 2007, quando Sallusti era direttore responsabile di Libero, e firmato “Dreyfus” (alias Renato Farina, deputato del Pdl e reo confesso: mio l’articolo, ha detto Farina, ho scritto il falso, chiedo scusa, mi assumo tutte le responsabilità). Peccato che ora sia tardi, hanno detto Vittorio Feltri ed Enrico Mentana (“vigliacco” e “infame”, è stato il commento). Peccato che nel 2007 l’identità di Dreyfus non importasse molto a chi indagava, scrivono alcuni. Peccato che bastasse presentare “scuse” e risarcire, dicono altri (ma Sallusti dice: il querelante è stato già risarcito con trentamila euro). (…) Chi sbaglia deve pagare, ma non così, dicono praticamente tutti mentre la procura sospende la pena, trenta giorni e poi chissà: si parla di nuove norme, si innalza (su Twitter) un collettivo “basta” al codice Rocco, si muovono colleghi e politici (disegno di legge bipartisan Chiti-Gasparri), si pronunciano ministri e presidenti. Si mettono dalla sua parte, anche se solo nel senso della riforma delle norme sulla diffamazione a mezzo stampa, persino i nemici Antonio Di Pietro e Marco Travaglio (però Travaglio sul Fatto specificava: “Qui di politico non c’è un bel nulla, c’è un giornale che mente sapendo di mentire”). Ma lui, Sallusti, nella notte burrascosa post sentenza – quella in cui la redazione l’ha filmato con il sigaro in bocca, in bianco e nero, in silenzio, con il fumo e le occhiaie a riempire l’inquadratura, e poi in piedi, a colori – aveva già detto che no, lui non torna indietro, perché sulla “vergogna” del carcere per un articolo nessuno per innumerevoli anni si è mosso, e no, lui nell’Italia “che non ha le palle” non chiede l’affidamento ai servizi sociali, perché non vuole essere “rieducato” al suo lavoro, e non chiede neanche la grazia, e si dimette “con dolore” ma senza dubbi, perché i lettori “hanno diritto” ad avere un direttore libero in tutti i sensi. Como, dunque, e il lago sulle cui sponde Sallusti, poco più di un anno fa, in un’intervista a Vanity Fair, si immaginava sereno e persino “romantico”, protagonista di una vita “da Mulino Bianco”, aporia dei desideri per uno che anche quando è buono ha l’espressione del cattivo Lee Van Cleef nei western di Sergio Leone, e anche quando si mostra buona forchetta e buon bevitore (alle cene porta molto gentilmente una o due bottiglie di Dom Perignon; la sera non disdegna il bicchierino di whisky) non riesce a scrollarsi di dosso i soprannomi spettrali con cui i nemici, e pure gli amici, rendono omaggio e oltraggio alla magrezza scavata del suo volto: si va da “Zio Tibia” a “Mortimer” a “Olindo” (ove “Rosa” è la sua attuale compagna, Daniela Santanché, per via del suo piglio “di piazza” – ma Sallusti, oltre ad affrontare per amor suo le partite a tamburello, il freddo cane a Cortina e le corse su lidi e riviere, l’ha descritta come molto “dolce” e poco mondana, una che la sera odia le feste e sta volentieri a casa a lavorare a maglia per il figlio). “Soldato Sallusti”, dice invece il soprannome più benevolo dell’ex direttore del Giornale – ché a un certo punto, attorno al 2009, Sallusti è uscito dall’ombra di una lunga carriera di “uomo-macchina” e cronista d’alto rango (“e uomo di pace”, aggiunge un ex collega, descrivendolo addirittura come un “mite” con cui “è difficile litigare”) per farsi caterpillar da dibattito in tv, impassibile e implacabile difensore del berlusconismo in fase critica. “Non si scappa come topi dalla nave che affonda”, ha detto Sallusti in un’intervista a Luca Telese, sul Fatto, nel dicembre del 2010, raccontando nel contempo la tragedia nascosta della sua famiglia: il nonno tenente colonnello del Regio esercito che va a Salò pur non essendo fascista, si trova a presiedere un tribunale speciale, assolve sei imputati, condanna alla fucilazione un partigiano accusato dell’omicidio di un federale e finisce a sua volta fucilato. È la legge della guerra, ha detto Sallusti. E si capisce che in qualche modo l’educazione all’ordine (del padre dirigente in una società di trasporti e della madre insegnante) ha contaminato lo sguardo gelido del Sallusti da talk-show, il Sallusti aguzzo che stringe (un po’ troppo) il nodo della cravatta Regimental e sorride soltanto con l’angolo della mascella – movimento impercettibile – e intanto guarda nel vuoto tra mille Concite De Gregorio e duemila Micheli Santoro (tali e tante sono le volte in cui Sallusti si è trovato, unico, a dire l’indicibile in mezzo a due o tre persone di parere opposto al suo, subito stroncato, odiato e rigettato dai social network, in un delirio internettiano di “Zio tibia”, “Mortimer” e “Olindo”, con varianti in direzione Klaus Kinski – fotomontaggi con volto terrorizzante – e in direzione Tim Burton, nel senso dei paragoni con i personaggi di Nightmare before Christmas). Nessuno dei soprannomi illumina il Sallusti che sta dietro, quello anche (moderatamente) gioviale e amante delle battute (degli altri o sue, anche se “non è dotato di vero e proprio humour inglese”, dice un amico), quello che nel corso degli anni “è piaciuto a svariate signore”, dice un esperto di gossip, quello della lunga carriera “normale”, iniziata collaborando con i giornali di provincia da ragazzino e subito interrotta dopo la maturità (Sallusti non sapeva decidersi e allora si era arruolato nel Battaglione San Marco, e chi lo conosce dice che, a guardare le cose alla luce dell’oggi, in quell’atto si potevano vedere i “prodromi” del suo “sparigliare” quando una situazione si fa senza uscita). Cronista a Como, fratello di futuro medico, giovane vicedirettore in giornali locali, Sallusti era “ruvido ma d’impulso”, dice un ex collega: “Se lo conoscevi da due giorni e gli dicevi che ti servivano cinque milioni di lire, lui te li dava”. Non loquacissimo ma di compagnia, il Sallusti di retrovia ha fatto per vent’anni la spola tra ruolo e ruolo, tutti ruoli grossi – capocronista, caporedattore, vicedirettore, vicecapo e capo-capo, e di nuovo cronista semplice pur di andare al Corriere della Sera, e poi ancora nell’ufficio centrale, con Paolo Mieli, a “gestire”, così ha raccontato Sallusti stesso, la notizia del famoso invito a comparire a Silvio Berlusconi, nel ’94. E insomma la sequela di giornali in cui Sallusti è stato ai vertici, ma non sul palcoscenico, è impressionante, tanto più che quasi tutti i cambi sono avvenuti sul più bello, quando i giornali stavano per decollare o quando Sallusti stava per essere promosso: dalla Provincia di Como all’Ordine al Sabato (dove si fece la fama di ciellino, pur non essendolo) ad Avvenire al Messaggero a Panorama al Corriere al Gazzettino a Qn a Libero al Giornale, spesso accanto a Vittorio Feltri, che lo notò come direttore della Provincia di Como e, durante una soporifera serata di stampa e politica lacustri, lo chiamò a lavorare con lui (oggi Feltri dice: “È uno che si rompe le scatole facilmente, e lo capisco”). Poco prima di diventare direttore del Giornale, ma non senza una lunga incubazione, il “soldato Sallusti” cominciava a mettere fuori la testa, cullato dal ricordo dei trascorsi nel Battaglione e dal pallino per gli aerei (molti idrovolanti nel weekend e una pazza idea di lasciare il Corriere, così, per andare a fare il pilota in pianta stabile). A un certo punto Sallusti ha ricominciato a scrivere, dopo anni di sala dei bottoni, e a metterci la faccia – e che faccia: nel suo caso, il volto fa tutt’uno con la battaglia. È stato così che a Ballarò, una sera del 2010, Sallusti ha fatto esplodere Massimo D’Alema (“Sallusti lei è un mascalzone, vada a farsi fottere”) per un paragone un po’ così tra la casa “a sua insaputa” di Scajola e la casa a equo canone di D’Alema – era tutto secondo la legge, diceva D’Alema, io a differenza di altri ebbi la sensibilità di andarmene, che paragone è mai questo, altro che casa di Scajola, ma Sallusti ormai si era lanciato in una serie di “capisco che lei sia nervoso, presidente” e D’Alema in una serie di “capisco che la paghino per dire queste cose”, e intanto Sallusti non muoveva un muscolo, con l’aria di chi è abituato a provocare e soprattutto a essere considerato una sorta di reprobo – reprobo più reprobo meno, che cosa vuoi che me ne importi. E pensare che qualche settimana fa, in tempi di disgelo forzato e larghe intese, Sallusti è stato persino invitato alla Festa dell’Unità a presentare un libro con Ugo Sposetti, storico tesoriere ex Ds. E ha sorriso davvero, non con un angolo della guancia, e si è trovato in mezzo ad altri sorrisi imprevisti della festa democratica, per una volta accolto come uno “con cui si può parlare”, così avevano detto gli organizzatori, e pazienza se lo scambio di amorosi sensi veniva presto travolto dall’intervista su nave da crociera di Sallusti al Cav. (ed ecco che nel Pd si ripensava, ricorda un deputato, “a quando Sallusti in tv ha litigato con Debora Serracchiani sugli stipendi dei parlamentari, dandole del tu mentre Serracchiani gli dava del lei, e con Mario Adinolfi sui bamboccioni, e con Diego Della Valle sulla ‘casta chiusa e incestuosa banchieri-imprenditori’”) (…) Della sua vita extraredazionale trapela poco – due ex mogli, la compagna, un figlio ingegnere, un nipote con cui si diverte a parlare, la passione per le macchine, il lago come destinazione unica (prima di conoscere Daniela Santanché, poi anche Forte dei Marmi e la Costa Azzurra). Cinema? Poco. Salotti? Pochissimi, perché Sallusti non è mai stato organico a una certa Milano e a una certa Roma e perché c’è sempre qualcosa, nell’abbigliamento e nel comportamento, sebbene non nelle scarpe di ottima fattura artigianale, che tradisce l’origine in ambienti non altolocati. L’impenetrabilità di Sallusti, per contro, si dirada davvero soltanto con gli amici di un tempo, tra cui un macellaio ascoltatissimo come vox populi (Sallusti non è cinefilo ma è di scuola Cesare Zavattini – se volete raccontare una storia prendete l’autobus – e spesso esordisce in riunione con un “il mio macellaio dice che…”). Mai davvero rilassato, il Sallusti manageriale sta nel suo ufficio e poco se ne allontana per andare a parlare con questo e con quello, anche se alla Provincia di Como era capace di telefonare a tutti i redattori, uno per uno, in un trionfo di automotivazione, roba che neanche Sabrina Ferilli nel call center di Paolo Virzì (“Sallusti non è mai stato uno come Mario Giordano, che salta fuori da dietro le scrivanie per vedere come va”, dice un collega, “ma in qualche modo fa sentire la presenza”). A qualcuno, dopo il verdetto, è venuta in mente l’altra serata di passione, quella in cui, a fine 2010, un altro video redazionale mostrò Sallusti e il vicedirettore Nicola Porro davanti ai collaboratori riuniti, scuri in volto, accanto a Vittorio Feltri, a esprimere sdegno per l’avviso di garanzia e la perquisizione “da criminali comuni” piovuta sul loro capo quella mattina – c’era un’inchiesta di Henry John Woodcock per presunto “concorso in violenza privata” ai danni di Emma Marcegaglia, c’era un’intercettazione in cui Porro parlava (scherzando, poi dirà “cazzeggiando”, audio alla mano) con il portavoce di Emma Marcegaglia, e c’era pur sempre dell’assurdo: battute che per gli investigatori si fanno prova di minaccia, Porro che trasecola, Sallusti in mezzo, un fantomatico dossier inesistente, un dossier fatto di articoli di altre testate pubblicato nei giorni successivi sul Giornale per smontare l’idea stessa del “dossieraggio” contro Confindustria. (…)» (Marianna Rizzini) [Fog 29/9/2012].
• Ottenuti i domiciliari (li aveva chiesti la procura di Milano), disse no: «“Rifiuto la sentenza ma come cittadino italiano ne prendo atto e chiedo di essere mandato in carcere”, ha detto. “Non voglio sottrarmi alla pena, chiedo a Bruti Liberati di applicarla. Io sto al giornale, venitemi a prendere”. E ancora, rivolto al capo della procura: “Lo supplico, mi mandi i carabinieri oggi pomeriggio e mi traducano in un carcere. Se così non fa si rende lui responsabile del mio reato di evasione. Io mi sono preso le mie responsabilità e non mi sottraggo alla pena. È impossibile che la magistratura continui a comportarsi in questo modo senza mai pagare”. “Notte al giornale. Se vogliono mi arrestano qui. Grazie a tutti”. Così il direttore del Giornale, Alessandro Sallusti, scrivendo su Twitter. “O dicono – ha spiegato – che non sono un delinquente abituale oppure mi mandino in carcere. Le scorciatoie della magistratura per pulirsi la coscienza non mi stanno bene”» (Rep 30/11/2012). Prelevato dalla sede del suo quotidiano, venne portato nella sua abitazione (la casa della Santanché) per scontare la pena, ma uscì dopo qualche minuto dall’arrivo, violando subito gli obblighi domiciliari. Arrestato dagli agenti della Digos, fu portato in questura. Processato per direttissima gli vennero confermati i domiciliari: «Il direttore del Giornale si è impegnato, questa volta, a rispettare le prescrizioni per i domiciliari (può uscire di casa soltanto dalle 10 alle 12) e ha spiegato che l’evasione di stamane “è stato un gesto simbolico” e non aveva intenzione di darsi “alla latitanza”» (Rep 1/12/2012).
• Nel dicembre 2012 il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano trasformò la pena detentiva in pena pecuniaria (15.532 euro).
• È il compagno di Daniela Santanché. Hanno un cane, un beagle di nome Mia.