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 2017  agosto 20 Domenica calendario

• Firenze 11 gennaio 1975. Politico. Segretario del Pd (dal 15 dicembre 2013). Presidente del Consiglio dal 22 febbraio 2014 al 12 dicembre 2016 (il più giovane nella storia d’Italia). Sindaco di Firenze dal 2009 al 2014. Presidente della Provincia di Firenze dal 2004 al 2009 (il più giovane d’Italia). «Il delfino di Silvio è proprio Renzi. Matteo è il leader del suo partito, come Silvio. Ci mette la faccia, come Silvio. Fa comunicazione politica in prima persona proprio come Silvio. Sono convinto che l’ex premier lo veda come una sua reincarnazione dall’altra parte. Renzi è un giovanotto che parla diretto e che si è laureato in politica studiando Berlusconi» (Enrico Mentana a Gabriele Parpiglia) [Chi 7/5/2014].
Ultime Con Letta premier i rapporti sono sempre stati freddi. «Durante l’estate 2013 comincia la marcia: il sindaco decide – lo annuncerà più avanti – di candidarsi alla segreteria e inizia a costruire attorno a sé una rete di contatti extra politici. E così, 13 luglio, dà il “la” al suo tour da presidente del Consiglio ombra: arriva l’incontro con Merkel, arrivano i contatti con i poteri che contano. I mesi passano, Renzi si convince che per togliere di mezzo il governo sarebbe stato necessario votare con il Porcellum ma poi si arriva al 5 dicembre del 2013 e cambia tutto: la Consulta dichiara il Porcellum incostituzionale e per la prima volta Renzi confessa a un suo collaboratore a Palazzo Vecchio che il piano B è quello: se non si riesce a fare la legge elettorale si rottama Enrico e si va a Palazzo Chigi. Detto, fatto» (Claudio Cerasa) [Fog 14/2/2014].
• L’8 dicembre 2013 il trionfo alle primarie del Pd, con il 67,55% dei consensi (pari a quasi 1,9 milioni di voti), su Gianni Cuperlo (18,21%) e Pippo Civati (14,24%).
• «Preceduto da una mossa a sorpresa che lasciò tutti a bocca aperta – il Patto del Nazareno con Berlusconi, irriducibile avversario del Pd – e preparato da un fallo che gli procurò le prime antipatie – lo sgambetto al compagno di partito Enrico Letta dopo il celebre tweet #Enricostaisereno –, il suo governo nacque dopo una crisi di appena otto giorni, il 22 febbraio 2014. Renzi partì sgommando, con trenta giorni di fuoco. Depositò subito l’Italicum alla Camera. Promise un aumento di 80 euro a chi guadagnava meno di 1.500 euro al mese. Diede il via all’abolizione delle Province. Annunciò la riforma della Pubblica amministrazione. E varò il Jobs Act, la legge che avrebbe dovuto rivoluzionare il mercato del lavoro. L’iperattivismo del giovane premier piaceva agli italiani, che alle Europee del 25 maggio lo premiarono – dando uno schiaffo a Grillo che già cantava vittoria – con una percentuale mai raggiunta dalla sinistra: 40,8 per cento» (Sebastiano Messina) [Rep 5/12/2016].
• Dopo la consacrazione elettorale, Renzi «accelerò ancora di più. Spingendo il Parlamento ad approvare rapidamente il divorzio breve. Varando il decreto “Sblocca Italia” per velocizzare le opere pubbliche. E incaricando la fidatissima e instancabile Maria Elena Boschi di portare presto al voto la riforma costituzionale. La feroce battaglia che arroventò per settimane Palazzo Madama, fino al voto dell’8 agosto in un clima da resa dei conti, invece di frenarlo lo gasò ancora di più. Eppure fu forse in quel preciso momento che nacque l’antirenzismo, fino ad allora rimasto sottotraccia nei mugugni interni del Pd e nelle schermaglie parlamentari. Davanti ai due perni del Patto del Nazareno – l’Italicum che dava la maggioranza al partito vincente e la riforma costituzionale che aboliva il vecchio Senato accelerando l’iter delle leggi – si trovarono sulla stessa trincea grillini, vendoliani e dissidenti di Pd e Forza Italia: uniti dal no a Renzi e alle sue riforme» (Messina) [cit.].
• «Poi toccò al sindacato, al quale il Jobs Act non andava proprio giù, perché vi leggeva la demolizione delle tutele per i nuovi assunti: Susanna Camusso, segretaria generale della Cgil, intimò a Renzi di “abbassare i manganelli”, e il 12 dicembre un milione e mezzo di persone scesero in piazza. Un’altra frattura si stava aprendo, ma il premier non sembrava impensierito: “Avremo contro i sindacati? Ce ne faremo una ragione”» (Messina) [cit.].
• «Fino a quel momento, almeno sulle riforme istituzionali, il presidente del Consiglio poteva contare sui voti di Forza Italia, preziosissimi soprattutto al Senato. Ma quando, il 31 gennaio 2015, Renzi ignorò il veto di Berlusconi su Sergio Mattarella, facendolo eleggere presidente al primo tentativo, l’idillio con l’ex Cavaliere finì. Addio Patto del Nazareno, addio “soccorso azzurro”» (Messina) [cit.].
• «Lui però continuava ad andare a mille. Mise la fiducia sull’Italicum e mandò in porto anche la riorganizzazione della Rai, assegnando pieni poteri al direttore generale, il renziano Antonio Campo Dall’Orto. E sarà stato per la fretta, sarà stato per la voglia di far passare un’idea giusta senza preoccuparsi troppo delle reazioni degli interessati, ma fu proprio allora che Renzi commise l’errore di cui forse si è pentito: varare una riforma della Buona Scuola che non piaceva alla maggioranza dei professori. Lui pensava che bastassero i 100 mila posti di ruolo in più a convincerli, ma loro vedevano nel rafforzamento del potere dei presidi e nelle assunzioni per chiamata diretta due attacchi inaccettabili alla libertà di insegnamento. Protestarono, scioperarono, scesero in piazza, ma Renzi andò avanti lo stesso: e si mise contro, consegnandoli all’antirenzismo permanente effettivo, gran parte di quei professori che negli anni del berlusconismo erano stati sul campo l’anima culturale dell’opposizione ai governi che scrivevano le leggi ad personam per il Cavaliere» (Messina) [cit.].
• «Certo, a Palazzo Chigi le luci rimanevano accese fino a tardi. Bisognava affrontare gli sbarchi degli immigrati, gli avvertimenti dell’Unione europea sullo sforamento dei conti e anche l’emergenza terremoto, mentre Renzi cercava nuove misure per tirar su il morale agli italiani: il bonus bebè, l’abolizione dell’Imu sulla prima casa e di quella agricola, l’aumento delle quattordicesime per i pensionati. E forse sperava di recuperare i voti perduti a sinistra, quando è riuscito a mandare in porto la legge sulle unioni civili, che finalmente metteva fine a una discriminazione secolare. Ma anche in quel caso c’è stato qualcuno che ha giurato di fargliela pagare: “Renzi ha tradito la morale cattolica, ce ne ricorderemo al referendum sulle riforme”, aveva detto il portavoce del Family Day. (…) Così anche i cattolici più integralisti si sono aggiunti all’armata dell’antirenzismo» (Messina) [cit.].
• «E alla fine Matteo Renzi si ritrovò come in una vecchia puntata del Costanzo Show: solo contro tutti. A duellare con Zagrebelsky e con De Mita, a sfidare invano Grillo e D’Alema; se Maciste si fosse schierato per il no, avremmo visto Renzi contro Maciste. (…) L’errore di Renzi non è stato soltanto personalizzare il referendum sulle «sue» riforme; è stato proprio farlo, o meglio chiederlo. (…) Renzi non ha atteso che fossero le opposizioni a sollecitare il responso popolare; l’ha sollecitato lui stesso, per sanare il vizio d’origine, il peccato originale di non aver mai vinto un’elezione politica. Ma un conto è difendere il proprio lavoro da forze contrapposte che ne chiedono la cancellazione; un altro conto è chiamare un plebiscito su se stessi. Il presidente del Consiglio si è mosso come se il Paese fosse ancora quello del 41% alle Europee. Ha sopravvalutato il proprio consenso e ha sottovalutato il disagio sociale» (Aldo Cazzullo) [Cds 5/12/2016].
• Il 4 dicembre 2016 si tenne il referendum costituzionale sulla riforma Boschi, che gli italiani stroncarono con il 59,11% di «no», pari a oltre 19,4 milioni di voti. Fu la fine del governo: riconosciuta immediatamente la sconfitta, l’indomani Renzi salì al Quirinale, per poi rassegnare definitivamente le dimissioni il 7 dicembre, poche ore dopo l’approvazione finale della legge di Bilancio.
• Adesso lo attende «una traversata del deserto, che non sarà lunghissima – alla scadenza naturale della legislatura manca poco più di un anno – ma è certo irta di pericoli. Renzi può ancora cercare una rivincita. Ma dovrà mettersi in gioco. (…) Chi sogna un Renzi addomesticato, riflessivo, quasi mansueto, non conosce il personaggio. Può cambiare strategia; non natura. Può ancora avere una chance; ma una fase si è chiusa definitivamente. Con una sconfitta. Non soltanto non è riuscito a prosciugare Grillo o a prendere i voti di Berlusconi; l’alta partecipazione al voto, che nelle previsioni avrebbe dovuto rafforzare il governo, segna anche un rigetto personale nei confronti del premier. Nella campagna referendaria Renzi ha tentato di tornare il rottamatore della casta; ma dopo tre anni di Palazzo Chigi non è risultato credibile» (Cazzullo) [cit.].
Vita Secondo dei quattro figli di Laura Bovoli e Tiziano Renzi, ex consigliere comunale della Dc a Rignano sull’Arno.
• La prima sconfitta della sua vita al Liceo classico Dante di Firenze, come rappresentante studentesco. La lista capeggiata da Leonardo Bieber, «Carpe Diem», supera la sua, «Al buio meglio accendere una luce che maledire l’oscurità». Dopo il diploma nel 1993 comincia a lavorare alla Chil, l’azienda di famiglia che si occupa di marketing e giornali.
• Nel 1994, a diciannove anni, partecipa a La ruota della fortuna di Mike Bongiorno, portando a casa oltre 48 milioni di lire.
• Nel 1999, a ventiquattro anni, si laurea in Giurisprudenza con una tesi su «Giorgio La Pira sindaco di Firenze». Nello stesso anno diventa segretario provinciale del Partito popolare. «Politicamente, lo si continua a definire un ex-democristiano, ma quando nel 1996 lui esordì con i Comitati Prodi la Dc storica già non esisteva da un pezzo» (Alessandro Campi) [Mat 15/2/2014].
• Nel 2001 è coordinatore della Margherita fiorentina, nel 2003 segretario provinciale, dal 2004 al 2009 presidente della Provincia di Firenze. «Nel settembre del 2008 si mette in testa un’altra idea da matti, candidarsi alle primarie per il sindaco di Firenze. Tutti a dirgli “Matteo sta’ bono, non fare il passo più lungo della tu’ gamba”. Eppure vince, e vince contro uno favoritissimo, Lapo Pistelli, deputato e responsabile nazionale Esteri del partito. Ancora una volta aveva ragione lui, il giovane Matteo, che naturalmente poi l’anno dopo sbanca le elezioni comunali e diventa sindaco di Firenze» (Michele Brambilla) [Sta 14/2/2014].
• «Da sindaco gli viene prima di tutto riconosciuto il gran colpo di aver smantellato la cupola di potere sedimentata in dieci anni di amministrazione di Leonardo Domenici» (Denise Pardo) [Esp 28/10/2011].
• Da sindaco guadagnava quattromiladuecento euro al mese: «Che va bene, ma è meno di quel che prende il capo segreteria di un consigliere regionale».
• La parola «rottamazione» la pronuncia per la prima volta nell’agosto 2010, quando in un’intervista a Umberto Rosso di Repubblica attacca i dirigenti del Pd: «Se vogliamo sbarazzarci di nonno Silvio dobbiamo liberarci di un’intera generazione di dirigenti del mio partito. Non faccio distinzioni tra D’Alema, Veltroni, Bersani… Basta. È il momento della rottamazione. Senza incentivi. Ma li vedete? Berlusconi ha fallito e noi stiamo a giocare ancora con le formule, le alchimie delle alleanze: un cerchio, due cerchi, nuovo Ulivo, vecchio Ulivo… I nostri iscritti, i simpatizzanti, i tanti delusi che aspetterebbero solo una parola chiara per tornare a impegnarsi, assistono sgomenti ad un imbarazzante Truman show. Pensando: ma quando si sveglieranno dall’anestesia? Ma si rendono conto di aver perso contatto con la realtà?» [Rep 29/8/2010].
• Nel 2012 si candida alle primarie del centrosinistra (25 novembre e 2 dicembre). Perde al ballottaggio con Bersani: lui prende il 39,1%, Bersani il 60,9%. «Fu quella domenica sera in cui perse il ballottaggio che Renzi preparò la sua rivincita. Arrivò alla Fortezza da Basso, a Firenze, guidando la sua station wagon – niente autisti e niente scorte – con la moglie Agnese a fianco e il rosario sullo specchietto. Pronunciò un formidabile discorso in cui disse soprattutto una cosa: ho perso. In un Paese dove alle elezioni non perde mai nessuno, Renzi si mostrò, forse più che mai, diverso. E lì cominciò la sua rimonta».
• Nel novembre 2012 Sara Faillaci gli chiese se non avesse mai pensato di uscire dal Pd. «Mai. I sondaggi dicono che, correndo da solo, se mi va male ho il 12 per cento, se mi va bene posso arrivare al 23. Significa che alla peggio ho 80 parlamentari, ma che ci faccio? Io non voglio un posto al sole e la mia fettina di potere: diventerei come tutti gli altri. O mi danno la possibilità di cambiare il Paese o rimango a cambiare Firenze» [Vty 21/11/2012].
• Impegnato nell’associazionismo cattolico, ha diretto fino al 2003 la rivista Scout – Camminiamo insieme. Partecipò al Family Day nel maggio 2007 a Roma.
• Pippo Civati, Giorgio Gori, Giuliano Da Empoli: lunga è la lista di amici, consiglieri, professori, esperti d’immagine e colleghi che Renzi ha messo da parte o in alcuni casi promosso per allontanarli (come il suo ex vicesindaco Dario Nardella, oggi deputato). «E dunque Renzi si scrive i discorsi da solo, trova da solo le sue citazioni, le immagini, le figure retoriche, le invenzioni linguistiche, scopre da solo quali sono i libri da leggere (pochini quelli che ha letto), studia da solo i complessi problemi di un Paese strano come l’Italia» (Salvatore Merlo) [Ink 18/8/2014].
• «Quando gli fanno quella domanda, la domanda, e cioè se, in fondo in fondo, sia davvero di sinistra, Matteo Renzi si mostra tutt’altro che contrariato, anzi. Come a dire di non temere l’esame del sangue che pure gli viene richiesto ogni due per tre per capire se, veramente, sia uno di noi, uno dei nostri. Glielo ha chiesto Enrico Mentana, quest’estate alla festa del Partito democratico di Genova, ultima domanda, quella quando hai le difese basse e puoi scivolare. Ma il sindaco di Firenze ne ha approfittato per un finale in crescendo, declinando la parola sinistra, così insidiosa e ispida, con una sfilza di impegni presi e, secondo lui, onorati a Firenze. Le biblioteche pubbliche, gli asili nido, la pedonalizzazione, il wifi libero. Cioè, una sana lista di cose “tradizionalmente” di sinistra, senza rinunciare, tuttavia, al suo frame più abituale, quello della lotta contro il conservatorismo, contro una certa compiaciuta supponenza, e poi, colpa grave, contro la voluttà minoritaria della sconfitta» (Filippo Sensi) [Europa 27/9/2013].
• Pessimo il rapporto con i sindacati: «Non voglio chiuderli, ma aprirli per i ragazzi che non sanno che cosa sono» (Marco Damilano) [Esp 15/3/2014].
• «Uno dei suoi libri si intitola Tra De Gasperi e gli U2, titolo che fece sobbalzare Prodi sulla sedia. Che infatti, quando lo incontrò, gli fece: “Ma che casso c’entra De Gasperi con gli U2?”. “Io gli risposi che non c’entra appunto un casso, perché oggi per un giovane è molto più formativo, politicamente parlando, un testo di Bono che non un saggio di De Gasperi”» (Riccardo Barenghi).
• È sposato con Agnese Landini, di un anno più giovane, insegnante di Lettere del liceo. Hanno tre figli: Francesco, Emanuele ed Ester.
• Abita tredici chilometri fuori Firenze, a Pontassieve, in una villetta con giardino comprata nel 2005 con mutuo trentennale da 387 mila euro [Sara Frangini, Fat 8/11/2012].
• Giovanni Sassolini, ex parroco di Rignano sull’Arno, che lo volle chierichetto e gli tenne il microfono alla Cresima: «Non avrei mai pensato a una sua carriera politica così importante. Ma ricordo che quando lavorava nell’agenzia pubblicitaria del padre, verso i 18-19 anni, passava gran parte della mattina a leggere tutti i giornali nazionali: voleva buttarsi in politica…» (a Giulia Cerasoli) [Chi 5/2/2014].
• Ma avrà almeno un difetto? «Soffro di vertigini» (a Paola Maraone) [Gioia 11/10/2012].
Critica «Matteo è talmente rapido da farti venire il mal di testa. Ed è sistematico il modo in cui colpisce. Sempre allo stesso modo. Come un serial killer. Prenderlo è difficile. E anche le rare volte che perde, c’è sempre una botta di culo a rimetterlo in pista. Ha la Provvidenza dalla sua» (Lapo Pistelli).
• Secondo il Financial Times, Renzi «parla un inglese stentato».
• «È un peso piuma malato di velocismo» (Giovanni Sartori).
• «È come Berlusconi. Un rullo compressore. Nel 1984 il Cavaliere aveva già due reti tv, Canale 5 e Italia Uno. Comprò anche Retequattro da Mondadori, e tutti gli dissero: “Sei pazzo, non ti permetteranno di avere tre canali, ti distruggeranno”. Dopo due anni prese anche il Milan, di nuovo contro il parere di molti amici, con folle lucidità. Renzi è uguale. Per questo Berlusconi lo avrebbe voluto in Forza Italia. Alla fine del 2010 ci fu il loro famoso incontro ad Arcore. Ma Renzi confidò a un amico: “Se vado nel Pdl, non potrò mai essere il numero uno”» (Luigi Bisignani a Mauro Suttora) [Ogg 7/5/2015].
Vizi Veste Ermanno Scervino da quando era sindaco di Firenze. «Scervino sono i vestiti che fanno tanto Matteo Style: giacche molto sagomate e tagliate, pantaloni che si stringono in fondo, tessuti brillanti, leggeri, con un pizzico di hi tech» (Wanda Marra) [Fat 19/3/2014].
Tifo Fiorentina.